Mani

Quattro mani a proteggere una vita che nasce. Non si vedono i volti, perchè in fondo quelle mani sono quelle di tutti coloro che aspettano con amore una nuova nascita.

Certo la loro posizione, che ricorda la forma del cuore è un po’ sdolcinata, forse eccessiva. Fa pensare in qualche modo a quell’abitudine un po’ costruita dei giocatori di calcio, che spesso disegnano con le dita quella stessa immagine dedicando il gol alla persona amata probabilmente seduta in tribuna.

Ma anche se un po’ eccessiva quella posizione, quel cuore disegnato, è comunque un immagine di quell’amore immenso, fino a quel punto mai neanche immaginato, che lega ai figli prima ancora della loro nascita.

E’ un’attesa, ma nello stesso tempo anche l’inizio di una scoperta, di un imparare ad accudire la vita, che non finirà con la nascita, ma che in qualche modo ha in quel momento il suo compimento più grande.

Le mani sono una sopra all’altra, accoppiate, quasi come una promessa di eternità. Ed in fondo è proprio così, perché al di là di cosa destinerà loro la vita, quando due persone hanno un figlio in comune, la loro vita sarà comunque sempre connessa e almeno quel legame sarà inscindibile per sempre.

Eternità

L’eternità non ci appartiene, ma ne facciamo parte,

nell’infinita continuità delle generazioni:

il senso dell’essere parte di un tutto.

L’egoista finisce con se stesso la sua vita solitaria,

chi ama, invece, dona quel pezzo di sé

che continua a vivere negli altri.

Valori

L’amicizia è un valore, perché rende migliore ogni essere umano.

L’amore, perché lo completa.

La stima di chi ci vuole bene, perché ci fa guardare allo specchio con occhi più clementi.

Il rispetto, perché ci fa dialogare fra ‘diversi’.

Il tempo, perché non torna indietro e va goduto e vissuto per quello che ci è dato.

Dar valore ai valori, è questa la vera ricchezza.

La bellezza di ciò che siamo

La bellezza di ciò che siamo,

oltre il giudizio della gente

e la difficoltà di accettarci,

di amare anche i nostri difetti.

Siamo meglio di come ci vediamo,

la perfezione non esiste,

esiste la nostra realtà,

unica e irripetibile.

Accettarci come siamo,

è quella la nostra perfezione

e l’inizio della strada per migliorarci ancora,

lungo le strade della vita.

Come salvarsi?

“Nessuno si salva da solo,

o ci salviamo in comunità o non ci salviamo.”

PAPA FRANCESCO

Una comunità è un insieme di persone unite fra loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni.

Per far parte di una comunità, quindi, non è sufficiente viverci dentro, ma è fondamentale riconoscersi in essa, sentirsene parte. Se questo non succede, le persone pur essendo fisicamente all’interno di un gruppo, agiscono individualmente, entrano in competizione e vivono la situazione per la quale il proprio successo dipende in parte o del tutto dalla sconfitta degli altri.

Le parole di Papa Francesco, ad una prima lettura, sembrano quelle di un nonno che si rivolge ai nipoti dandogli dei consigli morali su come vivere la propria vita. Se si analizzano più in profondità, però, oltre agli stimoli individuali che restano tali in tutta la loro importanza, questi pensieri assumono la statura e l’importanza delle convinzioni espresse da una persona che, al di là del credo religioso di ognuno, resta una delle più importanti e influenti del mondo.

Vediamo ogni giorno come la comunità globale è sempre meno una comunità così come l’abbiamo definita, ma un insieme di Paesi che si scontrano e competono fra loro più o meno sotto traccia. Lo vediamo nella sostanziale inutilità pratica di organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, nate proprio per accompagnare la nascita e il rafforzamento di una comunità internazionale, la fatica di altre, come l’Unione Europea, a porsi come soggetto riconosciuto anche in contesti internazionali più ridotti. Lo vediamo, come nella cronaca di questi giorni, nelle operazioni di spionaggio messe in atto dai servizi segreti di alcuni Paesi nei confronti di alcuni leader mondiali per determinare il loro successo a danno di altri o la loro caduta. Nelle guerre che, nell’interesse di pochi e nell’indifferenza di molti, provocano sofferenze enormi a centinaia di migliaia di persone. Nella ricerca spasmodica di vaccini, condotta nell’indifferenza più cinica nei confronti di intere popolazioni che ancora non ne hanno avuto accesso se non a pochissime e insufficienti dosi.

Come uscire da questa condizione? Le parole di Papa Francesco indicano una strada: nessuno può uscirne da solo, l’individualismo porterà soltanto al passaggio da un’emergenza a un’altra, da una competizione all’altra. Solo definendo finalmente i rapporti sociali e i valori che devono tenere insieme la comunità umana possiamo giungere ad una salvezza collettiva, scongiurando l’esito finale di una lotta di tutti contro tutti che potrà essere soltanto quello di una sconfitta globale.

La forza più grande

Oggi è venuto a trovarmi un amico, ma non ho potuto accoglierlo e stare con lui come e quanto avrei voluto: sono ancora in quarantena e purtroppo ho potuto soltanto salutarlo dalla finestra, mentre pranzava in giardino con il resto della mia famiglia. Ma, nonostante la distanza, è stato lo stesso bello incontrarlo.

Matteo è un amico ormai da diversi anni. L’ho conosciuto quando è venuto a vivere a Empoli, e proprio nella mia zona. Nel tempo abbiamo iniziato a seguire insieme alcune cose, alcuni progetti. Da subito mi ha colpito di lui la capacità di legarsi strettamente alle persone che incontra. Da subito mi ha colpito di lui il fatto di avere tanti valori in comune, ma anche tanti aspetti, forse ancora di più, che ci caratterizzano e ci differenziano l’uno dall’altro: dal modo di vivere alcuni valori alle idee politiche. All’inizio queste diversità dentro di me hanno pesato, le vedevo come un limite alla fortificazione di un rapporto. Alcuni episodi confermarono questa mia perplessità, ma diverse circostanze hanno consentito che il filo del rapporto non si interrompesse mai. Con il tempo, però, le differenze da limiti si sono trasformate in ricchezze: le conosciamo, sappiamo che ci sono, ma abbiamo imparata a scherzarci sopra e, soprattutto, ad utilizzarle come strumento di crescita. Mia sicuramente, spero anche sua.

Con Matteo abbiamo vissuto momenti indimenticabili (purtroppo), come il terrore del terremoto delle Marche dell’agosto del 2016. Ma non solo. Ha visto anche crescere le mie figlie, che gli vogliono il bene che si vuole ad uno zio acquisito, in qualche modo. Ha visto l’arrivo di Nicholas e il suo prendere spazio all’interno della nostra famiglia. Ha vissuto insieme a me la malattia e la morte del mio babbo, un periodo durante il quale la forza della sua fede, Matteo infatti è un sacerdote, è stata una roccia sulla quale ho poggiato buona parte della mia capacità di resistenza.

Da qualche tempo don Matteo non abita più a Empoli: il suo “mestiere”, la sua missione gli richiedono ancora di cambiare spesso casa. E parrocchia. Da allora, però non ci siamo persi di vista: capita spesso di incontrarci a pranzo, o nel fine settimana, o in altri momenti di festa. Purtroppo, come in tutti gli altri ambiti della nostra vita sociale e di relazione, il Covid ha complicato, e di molto, la situazione. Fra lockdown e zone rosse, le possibilità di incontrarci sono diminuite parecchio, e infatti ora erano diversi mesi che non ci vedevamo. Avrei quindi, di sicuro, preferito un incontro diverso. Più libero e senza vincoli. Oggi, invece, con don Matteo ci siamo salutati solo da cima a fondo delle scale di casa. E’ stato un saluto rapido, ma non banale, non inutile. Per me ha rappresentato nella stesso tempo una ripartenza e la prosecuzione di un percorso di amicizia e di fiducia. E anche il rafforzamento della consapevolezza che se Qualcuno ci ha creati così diversi, non è per stare separati, ma per giocare e vincere la sfida di stare insieme e completarsi, nell’autenticità dei propri valori e nella disponibilità a condividerli e rafforzarli con quelli degli altri. Perchè, alla fine, l’amore, l’amicizia e l’affetto sono la forza più grande di tutte le altre.

La cedrina resistente

La cedrina è una pianta che è sempre stata presente nel nostro giardino: sistemata all’ingresso dello stesso , se prendiamo come riferimento la porticina che dà direttamente sull’esterno della casa, è un elemento caratteristico e costante, con le sue foglie verdi e l’odore fresco e intenso.

Un paio di settimane fa, era un sabato mattina, mi sono messo a sistemare il giardino. Insieme a Nicholas avevamo già dato una bella pulita post invernale qualche settimana prima, ma non eravamo riusciti a finire e, a causa delle piogge frequenti negli ultimi fine settimana, non avevamo più ripreso il lavoro.

Tagliata l’erba e tolta un po’ di legna secca rimasta sotto il susino dopo una sfrondatura recente, abbiamo concentrato il lavoro proprio nella zona della cedrina. Era la parte di giardino che non avevamo considerato la volta precedente e quindi non ci eravamo accorti che la pianta aveva così tante parti secche da sembrare completamente morta. Tale era stata questa impressione che con Nicholas avevamo pensato proprio di abbatterla per poi piantarne di nuovo un’altra per provare a mantenere almeno la tradizione.

Quando però, presi gli strumenti per segarla, ci siamo avvicinati e abbiamo controllato meglio abbiamo notato che in due punti diversi della piante c’erano tre (tre) foglioline, verdi ma piccolissime, quasi invisibili dalla media distanza. Inteneriti da questo accenno di vita, abbiamo deciso di rimandare il taglio netto e abbiamo preferito sfrondare la pianta, potare le parti secche in modo tale che potesse respirare meglio e aspettare qualche settimana per vedere eventuali evoluzioni.

Di settimane ne sono passate appena due, la situazione ancora non è affatto perfetta, ma ieri quando abbiamo tagliato l’erba abbiamo convenuto di aver fatto bene a non tagliarla perchè le foglie verdi nel frattempo sono molto aumentate e cresciute e le speranze di poter salvare la cedrina sono notevolmente aumentate.

Alla fine, la cedrina resistente ci ha dato un grande messaggio. Si fa presto a dare un taglio netto: è un’azione rapida e veloce, ma definitiva, ma non si torna più indietro. Qualche volta è necessaria, certo. Ma molto spesso la soluzione migliore è la potatura, non l’abbattimento. E al contrario di quanto potremmo pensare, potare è anche un’operazione più coraggiosa, perchè richiede una cura e un’attenzione anche successiva. Richiede un investimento sulla speranza e sulla propria capacità di stare sul pezzo. E, soprattutto, la potatura è fondamentale per poter rifiorire.

Leggo su internet che la cedrina è una pianta perenne: chi ha scritto questo articolo forse non ha fatto i conti con il nostro pollice (non) verde, ma il fatto che quella in giardino abbia ripreso a fiorire dimostra quanto sia davvero testarda almeno nell’evitare il taglio.

Cose che non si dicono

Ci sono cose che si fa fatica a comunicare: una malattia, una ferita, un ricordo doloroso. Per i ragazzi con i quali lavoro, per esempio, è un viaggio, anzi IL viaggio. O un luogo e le violenze che in quel posto hanno subito. Certe volte non riusciamo a parlarne per pudore, altre per paura di sentirci giudicati o non compresi o addirittura per non perdere la ‘posizione’ e la considerazione che abbiamo faticato a raggiungere. Oppure, per qualcuno, perchè parlandone rischia di riaprire le porte a quel terrore che con tanta fatica ha cercato di mettere fuori dalla propria vita, alle spalle.

Sono quelle cose che ci hanno reso ciò che siamo e diversi da quello che avremmo potuto essere, che hanno condizionato le nostre scelte e percorsi e contro le quali, magari, abbiamo lottato per evitare che cambiassero completamente il senso della nostra vita. Sono quelle situazioni che creano un ‘prima’ e un ‘dopo’: alcuni dei ragazzi con i quali lavoro quando parlano del loro periodo precedente al viaggio e alla Libia ne parlano utilizzando un linguaggio quasi impersonale, quasi come se non parlassero di loro stessi.

Certe volte, anche se non abbiamo trovato il coraggio per raccontarle, o forse proprio per questo, quelle esperienze hanno cambiato il modo con il quale gli altri ci vedono, perchè è proprio vero che per ‘la gente’ noi siamo ciò che mostriamo e non sempre ciò che siamo realmente. Così, spesso, ai nostri occhi, quei ragazzi sono solo ciò che sono adesso, dopo IL viaggio, come se la loro vita fosse una pagina bianca che hanno cominciato a scrivere solo dopo lo sbarco. E che fatica riaprire il diario e provare a leggere anche le pagine precedenti.

Eppure ho sperimentato personalmente che quando si riesce a trovare la forza di comunicarle, quelle cose, da enormi che erano dentro di noi, si ridimensionano appenaescono all’esterno: restano sempre grandi, forse, ma non ci coprono più con la loro ombra, o almeno non completamente. E soprattutto, anche se hanno ipotecato completamente il passato, si può forse trovare un modo perchè possano non essere protagonisti assoluti anche del futuro.

Una serata in Congo

Dopo l’uccisione in Congo dell’ambasciatore Attanasio, come associazioni Mediterraneo Siamo Noi e Safari Njema, avevamo pensato di organizzare una iniziativa pubblica per informare sulla situazione di questo Paese e provare ad amplificare l’importanza del lavoro che l’ambasciatore aveva portato avanti fino al giorno della sua morte.

Grazie alla conoscenze da parte di Adele di persone, missionari e attivisti che hanno lavorato in Congo e all’impegno dei giovani di Safari Njema ieri si è svolta questa iniziativa pubblica, ed è stata davvero un successone. Provo, ancora a caldo, ad articolare quattro brevi riflessioni.

La prima, sull’argomento della serata: il Congo, la sua storia e i suoi problemi sono più vicini di quanto potremmo immaginare. Lo sfruttamento delle risorse, dal coltan al legno, dal petrolio ai diamanti, ritenute necessarie per il mantenimento del nostro stile di vita, sono quasi sempre alla base dei conflitti che da decenni sconvolgono questo Paese. Anche per questo, anzi, proprio per questo, ed è la seconda considerazione, non è vero che non possiamo fare niente. Come sempre incisivo, da questo punto di vista, l’intervento di padre Alex Zanotelli, il quale ha indicato quattro filoni di intervento estremamente concreti: verificare e controllare che la filiera di produzione e commercializzazione di prodotti che provengono da Paesi in guerra segua le indicazioni previste dalla recente normativa europea in materia di tracciamento dei prodotti stessi; fare attenzione nell’acquisto di telefoni cellulari, strumenti che più di altri richiedono l’utilizzo del coltan del quale il Congo è produttore quasi unico a livello mondiale (magari, suggeriva Alex, preferendo i fair phon, i telefoni equi, che esistono già, ma che ovviamente non godono di alcuna pubblicità); controllare su dove vengono impiegate le risorse della cooperazione italiana che, specialmente negli ultimi anni, vengono più destinate nel combattere le migrazioni nel nostro Paese che a programmi effettivi di sviluppo; proseguire nelle attività di informazione su questi e altri temi. Mi sembra che ci sia da lavorare, insomma.

Il terzo pensiero è di metodo e riguarda il periodo che stiamo vivendo e le difficoltà che porta con sè nell’incontrarci e fare molte cose insieme, come eravamo abituati prima dell’arrivo della pandemia. Ognuno di noi che ieri abbiamo partecipato all’incontro, quando ci siamo collegati al computer, abbiamo sicuramente pensato che sarebbe stato molto più bello incontrarci in presenza, poter scambiare opinioni, ascoltare le nostre voci. E questo è vero e non ci sono obiezioni possibili. E’ vero anche, però, ed è il rovescio della medaglia o la metà piena del bicchiere, che è molto probabile che, se avessimo fatto l’incontro in presenza, non avremmo partecipato in 90 persone come è stato possibile a distanza: di sicuro non avremmo avuto, o con maggiori difficoltà organizzative, gli interventi dei missionari, missionarie e attivisti connessi direttamente dal Congo o la partecipazione di persone dalla Spagna o da altre parti di Italia. Quando ritorneremo ad incontrarci, e torneremo a farlo, sarà molto bello recuperare il tempo perduto, ma dovremo provare a non disperdere le (poche) cose belle che questo periodo ha portato con sè: una di quelle è quella di averi insegnato, e anche costretto, a connetterci con persone di ogni parte del mondo potendo restare seduti davanti ad un computer. Non diventare dipendenti dai dispositivi informativi è un dovere, insomma, ma imparare ad usarli al meglio è utile e necessario.

L’ultima considerazione, non per importanza, è legata ai giovani. L’incontro di ieri è la dimostrazione che i giovani non hanno tanto bisogno di essere accompagnati, guidati, sostenuti: forse anche questo, certe volte, ma vanno soprattutto lasciati liberi di esprimere le loro capacità e le loro ricchezze. Se l’incontro di ieri è stato un incontro perfetto dal punto di vista logistico, curato nell’organizzazione e nella conoscenza degli argomenti e partecipato da tante persone, il merito è esclusivamente loro e della loro passione.