Il rogo dei perdenti

foto http://www.ansa.it

Il mio primo ricordo di Corleone è legato al secondo viaggio in Sicilia, alla fine dell’estate del 2015. A differenza del primo, quando avevamo fatto il viaggio in camper attraversando l’Italia centrale e meridionale, in questa occasione, visto che il motivo della visita era la partecipazione ad un matrimonio, avevamo deciso di andare in aereo. Arrivati quindi all’aeroporto di Palermo alla fine del pomeriggio, noleggiammo un’auto per raggiungere il paese dove nei giorni successivi si sarebbe svolta la cerimonia. Già appena atterrati le nostre figlie avevano iniziato a lamentarsi per la fame. Partiti quindi per questa appendice di viaggio verso l’interno dell’isola, insieme a mia moglie decidemmo di iniziare subito a guardarci intorno per trovare un posto nel quale mangiare. Giunti per l’appunto nella zona di Corleone la situazione in auto iniziava a farsi difficilmente sostenibile e, quando vedemmo un ristorante all’entrata del paese, con le saracinesche mezze abbassate ma con ancora le luci accese all’interno, decidemmo di fermarci e di chiedere se fosse possibile avere un minimo di ristoro. La signora del locale rialzò subito la saracinesca e ci preparò con cura un bel piatto di pastasciutta per ciascuno. Nessuna malcelata sopportazione, ma, al contrario un’accoglienza calda e festosa.

E’ soprattutto legato a questo gradevole episodio il fatto che io abbia un bel ricordo positivo di Corleone e della sua gente. Al ritorno verso Palermo, alla fine di quei pochi giorni di permanenza, passammo di nuovo dal centro del paese e vedemmo, fra le altre cose, la vecchia casa di Totò Riina, che era stata trasformata nella caserma della Guardia di Finanza.

Nonostante che non abbia ricordi della chiesa di Sant’Agostino, mi ha colpito vederla in questi giorni devastata e profanata dal rogo doloso del quale è stata oggetto nei giorni scorsi. Ma se l’immagine dell’attentato mi ha colpito negativamente, mi hanno molto sollevato e dato speranza le parole del parroco, don Luca Leone. Nel commentare questo fatto ancora senza responsabili, ma che di sicuro si è esplicitato con una modalità mafiosa, il sacerdote ha ricordato che Corleone ha certamente dato i natali ad alcuni dei mafiosi più spietati, come Salvatore Riina o Leoluca Bagarella, ma anche a santi, come San Leoluca, il patrono, e testimoni di giustizia e legalità, come il sindacalista Placido Rizzotto, che hanno pagato con la vita il loro impegno e la loro coerenza. Riferendosi alle sue prese di posizione contro la mafia don Luca si è detto consapevole che con le sue parole può aver dato fastidio, ma ha anche raccontato dei 700 messaggi di solidarietà ricevuti, segno, ha concluso, che “non è che Corleone stia cambiando, è già cambiata.”

Anche in questo è la speranza e il coraggio della testimonianza il vero antidoto alla paura e alla sopraffazione. Anche oggi, come nel caso di ieri, la forza dell’impegno nonviolento rende ridicola la prova di forza e di intimidazione.

La forza della nonviolenza

foto tg24.sky.it

Sta facendo il giro del mondo, in queste ore, questa immagine di una suora in ginocchio e con le mani alzate davanti all’esercito birmano in tenuta antisommossa.

La foto è stata scattata durante una delle manifestazioni che si stanno svolgendo in tutto il Myanmar per protestare contro il golpe militare che ha portato al disconoscimento del risultato delle prime elezioni libere dopo decenni, che avevano visto il successo del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, e all’arresto della stessa leader birmana.

Guardando per la prima volta questa immagine mi ha colpito, certamente il coraggio, ma soprattutto la fragilità di questa persona disarmata di fronte ai militari armati di tutto punto. L’immagine della donna solo ed indifesa di fronte al potere è stata però rapidamente sostituita da quella della forza e l’intelligenza della nonviolenza rispetto alla debolezza e la stupidità della forza bruta. Di più: la protesta pacifica e disarmata è riuscita ancora una volta, così come in tante altre occasioni nel corso della storia non solo a sconfiggere, ma a rendere priva di senso la prova di forza che il potere non democratico mette in campo. La disparità di forze in campo mette addirittura in ridicolo un’esibizione di forza inutile quanto eccessiva.

Non so se questa immagine sarà fra qualche anno la foto simbolo di una pace finalmente raggiunta o quella nostalgica di una speranza tradita, ma la storia recente di Myanmar dimostra che i, seppur pochi, risultati raggiunti nella lunga marcia verso una pacificazione concreta, sono stati ottenuti grazie all’impegno di donne e uomini, dei quali San Suu Kyi è stata la rappresentante e la portavoce, che pacificamente, ma con forza e determinazione, hanno chiesto e preteso l’allargamento e l’estensione dei loro diritti e delle loro libertà.

Speriamo che quello in corso in questi giorni sia un nuovo e spedito passo fatto in quella direzione.

Accusati di umanità

Andrea Franchi e Lorena Fornasir sono due anziani coniugi triestini (lei 68 anni, lui 84) che alcuni anni fa hanno fondato l’associazione “Linea d’ombra” che ha l’obiettivo di aiutare, sostenere e alleviare le sofferenze dei migranti della rotta balcanica.

Nel corso della settimana appena conclusa la loro casa è stata perquisita dalle forze dell’ordine, la mattina all’alba, alla ricerca di prove che potessero sostenere l’accusa nei loro confronti di ‘favoreggiamento dell’immigrazione clandestina’. Non so come finirà questa indagine, se, come già successo in altre occasioni simili, alla fine l’accusa decadrà in fase di indagine o se alla fine si arriverà al processo o addirittura ad una condanna. Mi basta pensare all’assurdità dell’accusa nei confronti di due persone che hanno la sola colpa di aver fatto della loro casa, visto che proprio lì ha sede l’associazione, un luogo di cura e di protezione. Fa male pensare che questo Paese può essere diventato un luogo nel quale si può essere accusati di esseri stati umani, di aver adempiuto ad una delle opere di misericordia.

Questa vicenda, però, e forse è questo a scandalizzare ulteriormente, non è il frutto della mania di protagonismo di un magistrato di provincia, ma è la conseguenza di una norma, entrata in vigore nel 2009 e che nessuno negli undici anni successivi è riuscito o ha voluto cancellare, che ha introdotto, appunto, il reato di immigrazione clandestina e di conseguenza quello di favoreggiamento.

Chi in questi anni si è battuto per la cancellazione di questa norma illogica e disumana ha ben presente che uno Stato ha il diritto (e anche il dovere) di sapere chi vive sul suo territorio. Se ha portato avanti questa battaglia lo ha fatto, da una parte, con la convinzione, via via confermata nel tempo, che questo tipo di normativa non riesce neanche a raggiungere gli obiettivi per i quali era stata pensata (la protezione e il controllo delle frontiere) e dall’altra, soprattutto, nella consapevolezza che questo eventuale risultato non lo si può ottenere nè colpevolizzando chi mette a rischio la propria vita per sfuggire a povertà e violenze e neanche accusando persone che hanno la sola colpa di aiutare il prossimo.

Un solo risultato questa norma ha raggiunto davvero, in questo sostenuta da altre leggi o prese di posizione simili per retaggio culturale e obiettivo di fondo: quello di sdoganare i peggiori istinti e di dare loro una patente di legittimità. Aver trasformato le vittime di violenza e i poveri in colpevoli, aver fatto diventare l’essere buoni un’offesa (il ‘buonismo’), aver trasmesso il messaggio che i trafficanti di esseri umani e chi operava per il loro salvataggio fossero due facce della stessa medaglia: sono queste le colpe di questo periodo, delle quali la storia in qualche modo ci renderà conto, e che sono senz’altro figlie, legittime o meno, di una normativa che ha identificato lo straniero (quello povero, ovviamente) con un criminale.

Dittature ‘vicine’

E così fu il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ad autorizzare, per non dire ordinare, l’uccisione del giornalista Khashoggi, entrato all’interno del consolato dell’Arabia Saudita ad Instanbul nel primo pomeriggio del 2 ottobre 2018 e mai più uscito vivo da quell’edificio.

In realtà quello che è emerso dalla desecretazione del rapporto dell’intelligence Usa non è niente di nuovo rispetto a quanto già si sapeva: era subito apparso quanto meno improbabile che un giornalista dissidente fosse stato ucciso all’interno di un luogo di rappresentanza del Paese arabo senza che i suoi governanti fossero stati informati e avessero dato il loro consenso. La grossa e fondamentale novità è che adesso, in qualche modo, ci sono delle prove ufficiali di quella che poteva essere solo una supposizione, per quanto fondata. Prove che mancano, invece, in altre situazioni simili per modalità di svolgimento, non ultima quella relativa a Giulio Regeni e che vedrebbe il coinvolgimento di importanti autorità egiziane.

Alla luce degli sviluppi appena riportati, emerge in tutta la sua gravità la partecipazione di Matteo Renzi, qualche settimana fa, ad una conferenza proprio con il principe saudita Bin Salman, durante la quale aveva addirittura candidato quel Paese ad essere la ‘culla di un nuovo Rinascimento’. E ancora più doverose sono oggi le richieste che da più parti arrivano all’ex premier affinchè chiarisca i suoi rapporti con quel regime.

Grave quindi il comportamento di Renzi, ma faremmo un errore se pensassimo che il problema fosse solo legato alla sua figura. Perchè la storia dimostra, dalla ‘nascita’ di Bin Laden ai giorni nostri, che l’Arabia Saudita è sempre stata al centro degli interessi e degli interventi di buona parte dei Paesi occidentali. Il problema vero, infatti, è che per motivi sia di equilibri geopolitici in territori storicamente instabili, come il Medio Oriente o l’Iran, che di accaparramento delle risorse, l’occidente non riesce a fare a meno di stringere rapporti con Paesi, Arabia Saudita e Egitto fra i primi, che non solo non hanno mai brillato a livello di salvaguardia dei diritti umani, ma che sono stati, e in alcuni casi lo sono anche oggi, causa di alcune fra le guerre più inutili e devastanti per la popolazione civile.

Facile, insomma, seppur doveroso giudicare questi regimi e i loro comportamenti. Ma sarebbe giusto, e anche più completo, se, da cittadini, esprimessimo un giudizio severo verso i nostri governanti, che quei regimi sostengono e foraggiano, troppo spesso chiudendo uno o tutti e due gli occhi sulle loro violazioni dei più basilari diritti umani. Se quel giudizio severo fosse condiviso da un numero sempre più grande di persone, sarebbe più difficile per chi ci governa far finta di niente.

Ambasciatore

Una sera, durante l’esperienza di volontariato in Angola, fummo invitati all’ambasciata italiana per un incontro con l’ambasciatore. Ho il ricordo di una persona più giovane di quanto mi sarei aspettato, molto loquace e alla mano. Mi sembra che si chiamasse Grandi. Parlò con la suora italiana che ci accompagnava, suor Agnese, e mostrò di conoscere molto bene l’attività della missione salesiana nella quale vivevamo.

Memore di questo episodio non sono rimasto particolarmente stupito nel leggere che l’ambasciatore Attanasio, il diplomatico ucciso ieri insieme al carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista Mustapha Milambo, fosse molto conosciuto e stimato, in alcuni casi considerato quasi di casa, da molti missionari presenti in Congo. Seguendo le informazioni sul tragico attentato, mi è capitato di vedere un’intervista che l’ambasciatore aveva rilasciato un paio di anni fa a Diego Bianchi di Propaganda Live, nella quale diceva che la presenza italiana in Congo era composta appena da 1200 persone. Di questo scambio mi ha colpito il fatto che, nel descrivere da chi fosse composto questo migliaio di persone, Attanasio parlasse, oltre che dei missionari, del personale delle ong e delle organizzazioni internazionali e degli imprenditori, anche di persone che erano arrivate in quel Paese “in cerca di un futuro migliore”. Non avevo mai pensato che l’emigrazione dall’Italia alla fine della seconda guerra mondiale avesse toccato anche uno dei Paesi dell’Africa più profonda.

Il Congo è un Paese potenzialmente ricchissimo, stracolmo di qualsiasi risorsa energetica e mineraria, con al suo interno la seconda foresta pluviale più grande al mondo. Eppure è uno degli Stati più poveri al mondo, martoriato da guerre infinite fra chi si contende il potere e le ricchezze. Anzi, spesso sono proprio i suoi tesori ad aver fatto del Congo un Paese perennemente in guerra: l’ultima, in ordine cronologico, quella per lo sfruttamento del coltan, il minerale essenziale per la componentistica dei cellulari e tablet di ultima generazione.

In questo contesto devastato e pericoloso Attanasio, insieme alla moglie, aveva affiancato all’attività di diplomatico l’impegno in organizzazioni umanitarie che avevano l’obiettivo di aiutare gli ultimi di una popolazione già estremamente povera: i ragazzi di strada, le donne sole vittime di violenza.

La sua barbara uccisione è stata l’occasione per accendere i riflettori, purtroppo per una vicenda drammatica, su un angolo di pianeta in genere perennemente ‘al buio’.

Sarebbe bello se per onorare la sua memoria il governo italiano, che Attanasio rappresentava in quel Paese, promuovesse progetti di sviluppo e di cooperazione in Congo. Da quello che si legge su di lui sui giornali di oggi, sarebbero state proprio queste iniziative a renderlo orgoglioso del proprio lavoro.

Parole da respingere, sempre

Le parole che il professor Gozzini ha rivolto a Giorgia Meloni sono completamente intollerabili e ingiustificabili: offensive, sessiste, del tutto scollegate da qualsiasi discorso di merito su questioni specifiche. E sono ancora più sbagliate perchè arrivano da una persona di cultura e da un professore universitario, che dovrebbe avere un’infinità di modi ed argomenti diversi per esprimere il proprio legittimo dissenso rispetto alle posizione di una leader politica.

Del resto la condanna praticamente unanime nei confronti delle affermazioni di Gozzini dimostrano più di mille parole quanto queste siano state sbagliate.

Adesso che tutto il mondo politico, e non solo, si è schierato dalla sua parte non resta che aspettare dall’onorevole Meloni le parole di solidarietà finora mai arrivate nei confronti delle donne esponenti politiche, prima di tutte l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che prima di lei sono state oggetto di attacchi sessisti e misogini. Sarebbe bello se, in seguito a questo episodio riprovevole, Meloni ammettesse anche di aver sbagliato, per esempio, a non sostenere, e anzi ad osteggiare, la Commissione contro l’odio e la discriminazione voluta e promossa da Liliana Segre.

Se questa solidarietà e questa retromarcia arrivassero sarebbe davvero il segno che finalmente anche in questo Paese ci può essere una volontà congiunta da parte di tutte le forze politiche a non inquinare il dibattito politico con affermazioni cariche di violenza.

Se questo ravvedimento non ci fosse la condanna espressa in questi giorni rimarrebbe completamente intatta in forza e convinzione, pur nella consapevolezza che, per qualcuno, la condanna è sentita solo in certi casi.

Aspettiamo dunque fiduciosi, ma attenti.

Generazione ‘?’

Durante il discorso di insediamento del suo Governo, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha fatto più volte riferimento ai giovani e ad un futuro da costruire e da rendere migliore di questo disastrato presente.

Un riferimento sicuramente importante, ma che rischia di diventare scontato, se non addirittura retorico, se non verrà subito seguito da azioni concrete.

Pensando ai giovani, a quelli che conosco, che seguo e ho seguito negli anni, mi vengono in mente due concetti in particolare, che li caratterizzano in maniera piuttosto generale: ascolto, nel senso del bisogno di essere ascoltati, e libertà. Due concetti solo apparentemente in conflitto fra loro, ma oggi profondamente messi in discussione, non solo dal contingente della fase storica che stiamo affrontando.

I giovani, per loro stessa natura, non solo hanno bisogno di essere ascoltati, per essere accompagnati nelle scelte e sostenuti nella crescita, ma spesso, e grazie al cielo, pretendono di esserlo. Ed è proprio questa pretesa che spesso li salva e salva gli stessi adulti da una vita concentrata solo su se stessi, in un presente monotono e ordinario. Il bisogno di essere ascoltati è senz’altro visibile nei contesti sociali in cui vivono, la famiglia, la scuola, lo sport e gli altri luoghi di aggregazione, ma lo è anche a livello generale, nei luoghi nei quali si disegnano le politiche e le scelte che in qualche modo determineranno il loro futuro. E’ qui che nasce la prima responsabilità della quale il presidente Draghi, se vuole essere coerente con quanto detto nel suo discorso, deve farsi carico: se si vogliono mettere in campo politiche che riguardano i ragazzi e le ragazze e non tanto e non solo il loro futuro, quanto la reale possibilità di immaginarlo e costruirlo, non lo si può fare senza un loro reale coinvolgimento, senza un ascolto dei loro bisogni e delle loro aspirazioni.

Un ascolto che non sarà facile da organizzare e preparare perché il divario tecnologico è anche e soprattutto intergenerazionale, perché i luoghi e le modalità di aggregazione sono cambiati nel tempo e ancora di più nel corso di questa crisi sanitaria e anche perché una delle necessità dei prossimi mesi e anni, quando questa emergenza sarà finalmente alle spalle, sarà anche quella di rieducarci ad un contatto fisico, ad incrociare gli sguardi, a parlare guardandoci di nuovo finalmente in faccia. L’esperienza della Didattica a distanza, sperimentata proprio da tanti studenti insieme ai loro insegnanti, ha dimostrato che le innovazioni tecnologiche hanno reso possibile ovviare a tanti inconvenienti e hanno reso possibili tante nuove attività, ma niente riesce a sostituire la bellezza di un incontro. Anche sui banchi di scuola.

La grande difficoltà di questo momento di ascolto, se un giorno verrà realizzato, srarà anche nel fatto che dovrà essere organizzato in modo tale che possa tenere insieme la concretezza delle decisioni da prendere con il rispetto della libertà.

Applicare il concetto di libertà da parte degli adulti nei confronti dei giovani rischia d’essere estremamente complicato, perchè, da una parte, può tramutarsi in una dannosa indifferenza (“ti do talmente tanta libertà, che io nel frattempo faccio altro e ti perdo di vista”), che non ha niente a che fare con il concetto di partenza, dall’altra perché può essere concessa con una serie tale di limitazioni da essere tale solo sulla carta (“sei libero, ma ricordati di….”). E’ in particolare quest’ultimo rischio che io vedo estremamente concreto nell’organizzazione di un momento di ascolto ‘istituzionalizzato’: mettere una serie infinita di paletti (di accesso, di elaborazione delle risposte, di temi da affrontare ecc…) da risultare comunque impositivo.

La libertà dei giovani, io credo, deve essere praticata mettendo insieme fiducia e cura.

La fiducia, in questo senso, è il perfetto contrario sia dell’indifferenza sia della propensione a mettere una serie di binari sui quali ‘concedere’ una parziale libertà: lo è perchè presuppone una conoscenza profonda e una valorizzazione delle capacità dell’altro. E perchè ha come conseguenza la cura: dare fiducia non implica eclissarsi dalla vita dell’altro, ma accompagnarlo e sostenerlo, anche con sincerità e schiettezza, nel suo percorso di persona libera e autonoma.

Fare politiche per i giovani significa, quindi, essere disponibili ad una nuova alfabetizzazione, quanto meno nella raccolta dei bisogni e della elaborazione delle soluzioni.

I ragazzi e le ragazze, quasi per antonomasia, sono quelli che danno forma e sostanza al futuro, perchè hanno un orizzonte temporale per costruirlo e perchè sanno vedere in forma dinamica il presente. Compito della politica, in un momento di presente fermo e ‘limitato’ e di futuro avvolto da una nebbia profonda che spesso rischia di togliere i punti di riferimento, è quello di essere credibile ed efficace nel presentarsi come lo strumento attraverso il quale i giovani possano costruirsi un domani.

Fuori pista

Nella serata di ieri il governo ha deciso di chiudere le piste da sci, ritenendo che il rischio di contagio, nel caso in cui tante persone si fossero concentrate in queste località, fosse troppo alto e costituisse un pericolo troppo grande nella situazione estremamente delicata che stiamo vivendo.

La decisione, come era facilmente prevedibile, ha suscitato numerose e forti polemiche. Per prime quelle, comprensibili e in gran parte giustificate, dei gestori degli impianti e di tutti quelli che vivono grazie all’afflusso di turisti nelle località sciistiche. Le loro lamentele si sono concentrate soprattutto sul fatto che la decisione sia stata presa in netto ritardo e quando erano già stati venduti migliaia di skipass. Il governo, in questo caso giustamente, si è difeso chiarendo che non era possibile, da parte sua, comunicare prima questa decisione, visto che è in carica da poco più di quarantott’ore. Anche in questo caso viene da chiedersi se i geni che hanno cercato e provocato la crisi fossero consapevoli che poi si sarebbero inevitabilmente create lentezze burocratiche e vuoti, se non di potere, almeno di capacità di decisione.

Se le critiche degli addetti ai lavori, dicevamo, sono più che comprensibili, decisamente fuori pista è la polemica del neo ministro leghista Garavaglia, che non ha perso tempo per gridare “è colpa del governo”. Qualcuno lo informi che di quel Governo colpevole fa parte anche lui.

Siccome i populisti di ogni Paese denunciano i problemi, ma non trovano le soluzioni, sull’argomento si è buttata a capo fitto, andando anche lei fuori del tracciato, Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia è uscita oggi con una frase ad effetto, ma dal significato oscuro, ricordando che “la montagna merita rispetto.” Immagino che si riferisse a chi dalla montagna ricava il necessario per vivere. Che sicuramente merita rispetto, così come lo meritano i commercianti, i lavoratori del mondo dello spettacolo e tutti quelli, e sono centinaia di migliaia, milioni, che sono stati messi in ginocchio da questa infinita crisi economica. Il problema è in cosa dovrebbe tradursi il rispetto che queste persone innegabilmente meritano.

Io non so se il governo precedente e questo che è appena arrivato potessero fare di più e di meglio. Sugli argomenti che conosco di più credo di sì, che lo potessero fare. E fra l’altro, aggiungo, non avevo particolare simpatia per il governo precedente e nessuna per quello attuale. Ma credo anche che questo periodo storico non ha eguali nella storia recente del nostro Paese e del mondo intero. E che, se provo a guardarmi intorno, vedo che tutti gli altri Paesi europei sono più o meno nelle stesse condizioni nostre, dal punto di vista della chiusura delle attività economiche e di rigidità delle restrizioni. Mi viene da pensare, di conseguenza, che, se tutta Europa è più o meno costantemente chiusa, il problema è ben più grosso e generale, purtroppo, di quello legato all’apertura degli impianti sciistici.

Mal comune mezzo gaudio, insomma? No, qui il gaudio non esiste. Ma, se provassimo a guardare le cose con maggiore obiettività, ci sarebbe almeno la possibilità di discuterne senza discorsi inutili per partito preso.

Tecnici, politici e populisti

E così succede che, al primo giorno del governo tecnico-politico, quello dei migliori e di alto profilo, un tecnico indichi la strada da seguire e il politico salga in cattedra per esprimere dissenso, con arroganza e superbia.

Walter Ricciardi è il consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, professore universitario, consulente della Commissione Europea in materia di salute e membro del consiglio d’amministrazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un tecnico di alto profilo, insomma, si direbbe nel gergo che va di moda in queste settimane. Di altissimo profilo, direi.

Intervenendo oggi sulle colonne del quotidiano Avvenire, Ricciardi chiede che venga imposto un nuovo lockdown, per un periodo limitato, per provare, insieme all’azione dei vaccini, a sconfiggere definitivamente il virus. Propone questa soluzione perchè, sostiene, la strategia della convivenza con il virus si è rivelata fallimentare. La strategia di eliminazione del Covid, secondo Ricciardi, è vincente rispetto a quella della convivenza perchè: salva vite, evita decorsi clinici più prolungati, è più equa, fa bene all’economia (addirittura), è fattibile, si può fare sempre, facilita la mobilità internazionale, è sinergica con le vaccinazioni, è motivante, sostenibile e compatibile con le mutazioni del virus.

Io non so se la posizione di Ricciardi sia opinabile o meno, ma sono certo che una eventuale critica dovrebbe arrivare da uno scienziato dello stesso livello. E invece la critica più pesante alla sua presa di posizione è arrivata da Matteo Salvini, che naturalmente non è un tecnico, ma un politico (sul profilo meglio non esprimersi, in questa sede).

Salvini entra nel merito della questione, approfondendo l’argomento come suo solito e dicendo nella sostanza due cose: che Ricciardi è un uccello del malaugurio che terrorizza la popolazione e che prima di parlare avrebbe dovuto confrontarsi con il presidente Draghi.

Sulla prima critica verrebbe da sorvolare, ma, visto che Salvini non è il mio vicino di casa o uno incrociato in edicola, ma un politico che ‘fa opinione’, conviene riflettere sul fatto che a terrorizzare gli italiani sono molto più probabilmente i quasi 94.000 morti dall’inizio della pandemia, che gli allarmi (giustificati, fra l’altro) del consulente del governo. Le parole di Ricciardi, al massimo, possono essere l’ennesimo bagno di realismo di cui non sentivamo proprio il bisogno, ma di questo credo sia consapevole anche lo stesso professore.

Ma l’incredulità diventa indignazione quando il leader leghista dice che il consulente avrebbe dovuto confrontarsi con il Presidente del Consiglio prima di parlare. Quindi, in un governo tecnico politico, il tecnico prima di parlare dovrebbe parlare prima con il politico? Per fare cosa? Per chiedere l’autorizzazione? Oppure Draghi, anche da presidente del consiglio, è ancora un tecnico e allora il confronto doveva avvenire fra tecnici? E quindi, fra tecnici, quale avrebbe dovuto essere il tecnico più tecnico?

Al di là dell’ironia, il punto vero, come avevamo detto anche qualche giorno fa, è che quando qualsiasi governo prende una decisione, quella decisione diventa di per se stessa politica. Compito dei politici, quindi, sarebbe quello di ascoltare gli esperti e poi prendersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Ma oggi, purtroppo, per arrivare a questo punto, dovremmo superare due problemi non da poco: il primo è che alcuni politici sono di basso, basso livello e proprio non riescono a parlare lo stesso linguaggio di tecnici e consulenti, il secondo, ben più importante e decisivo, è che la tecnica può confrontarsi con la politica, ma mai con il populismo e la demagogia.

Ricciardi, dunque, continuerà a portare i propri dati, al Ministero e ai cittadini. Dalla posizione del governo cominceremo a capire, non tanto se e quanto sarà politico, ma finalmente il suo reale profilo.

Basso profilo

Sarebbe dovuto essere un governo “tecnico e di alto profilo“, qualcuno nei primi giorni delle consultazioni aveva parlato addirittura di “governo dei migliori”. E’ andata a finire che, invece di un governo tecnico, ci siamo trovati Giorgetti allo Sviluppo Economico, Franceschini alla Cultura e Orlando al ministero del Lavoro. Per il resto giudicate voi se un governo con Di Maio, Brunetta e Gelmini può essere definito “di alto profilo”.

Alla fine in questo si è concretizzato il ‘capolavoro’ di Renzi: un misero giochino di palazzo, utile a far uscire di scena Conte, per il quale peraltro non nutrivo particolare ammirazione, e per far rientrare al governo Forza Italia e la Lega, spostando a destra il baricentro dell’esecutivo. Per non parlare della pantomima disgustosa della ministra Bonetti, mitizzata per le ‘coraggiose’ dimissioni e poi prontamente ripagata con un nuovo incarico.

Certo, è incoraggiante la conferma del ministro Speranza e qualche inserimento, quello almeno sì, tecnico. Poco, decisamente troppo poco, se paragonati ai quindici giorni di sospensione dell’azione di governo, in un periodo così delicato, solo per le manie di protagonismo di un ex leader politico, che ha perso la dimensione di sè e un minimo di attaccamento alle sorti del Paese.

Ora non resta che aspettare e vedere all’opera il nuovo esecutivo, con la consapevolezza che non potrà che aumentare la mia considerazione, perché un governo peggiore di questo, in partenza, era proprio difficile da immaginare.