La forza più grande

Oggi è venuto a trovarmi un amico, ma non ho potuto accoglierlo e stare con lui come e quanto avrei voluto: sono ancora in quarantena e purtroppo ho potuto soltanto salutarlo dalla finestra, mentre pranzava in giardino con il resto della mia famiglia. Ma, nonostante la distanza, è stato lo stesso bello incontrarlo.

Matteo è un amico ormai da diversi anni. L’ho conosciuto quando è venuto a vivere a Empoli, e proprio nella mia zona. Nel tempo abbiamo iniziato a seguire insieme alcune cose, alcuni progetti. Da subito mi ha colpito di lui la capacità di legarsi strettamente alle persone che incontra. Da subito mi ha colpito di lui il fatto di avere tanti valori in comune, ma anche tanti aspetti, forse ancora di più, che ci caratterizzano e ci differenziano l’uno dall’altro: dal modo di vivere alcuni valori alle idee politiche. All’inizio queste diversità dentro di me hanno pesato, le vedevo come un limite alla fortificazione di un rapporto. Alcuni episodi confermarono questa mia perplessità, ma diverse circostanze hanno consentito che il filo del rapporto non si interrompesse mai. Con il tempo, però, le differenze da limiti si sono trasformate in ricchezze: le conosciamo, sappiamo che ci sono, ma abbiamo imparata a scherzarci sopra e, soprattutto, ad utilizzarle come strumento di crescita. Mia sicuramente, spero anche sua.

Con Matteo abbiamo vissuto momenti indimenticabili (purtroppo), come il terrore del terremoto delle Marche dell’agosto del 2016. Ma non solo. Ha visto anche crescere le mie figlie, che gli vogliono il bene che si vuole ad uno zio acquisito, in qualche modo. Ha visto l’arrivo di Nicholas e il suo prendere spazio all’interno della nostra famiglia. Ha vissuto insieme a me la malattia e la morte del mio babbo, un periodo durante il quale la forza della sua fede, Matteo infatti è un sacerdote, è stata una roccia sulla quale ho poggiato buona parte della mia capacità di resistenza.

Da qualche tempo don Matteo non abita più a Empoli: il suo “mestiere”, la sua missione gli richiedono ancora di cambiare spesso casa. E parrocchia. Da allora, però non ci siamo persi di vista: capita spesso di incontrarci a pranzo, o nel fine settimana, o in altri momenti di festa. Purtroppo, come in tutti gli altri ambiti della nostra vita sociale e di relazione, il Covid ha complicato, e di molto, la situazione. Fra lockdown e zone rosse, le possibilità di incontrarci sono diminuite parecchio, e infatti ora erano diversi mesi che non ci vedevamo. Avrei quindi, di sicuro, preferito un incontro diverso. Più libero e senza vincoli. Oggi, invece, con don Matteo ci siamo salutati solo da cima a fondo delle scale di casa. E’ stato un saluto rapido, ma non banale, non inutile. Per me ha rappresentato nella stesso tempo una ripartenza e la prosecuzione di un percorso di amicizia e di fiducia. E anche il rafforzamento della consapevolezza che se Qualcuno ci ha creati così diversi, non è per stare separati, ma per giocare e vincere la sfida di stare insieme e completarsi, nell’autenticità dei propri valori e nella disponibilità a condividerli e rafforzarli con quelli degli altri. Perchè, alla fine, l’amore, l’amicizia e l’affetto sono la forza più grande di tutte le altre.

La cedrina resistente

La cedrina è una pianta che è sempre stata presente nel nostro giardino: sistemata all’ingresso dello stesso , se prendiamo come riferimento la porticina che dà direttamente sull’esterno della casa, è un elemento caratteristico e costante, con le sue foglie verdi e l’odore fresco e intenso.

Un paio di settimane fa, era un sabato mattina, mi sono messo a sistemare il giardino. Insieme a Nicholas avevamo già dato una bella pulita post invernale qualche settimana prima, ma non eravamo riusciti a finire e, a causa delle piogge frequenti negli ultimi fine settimana, non avevamo più ripreso il lavoro.

Tagliata l’erba e tolta un po’ di legna secca rimasta sotto il susino dopo una sfrondatura recente, abbiamo concentrato il lavoro proprio nella zona della cedrina. Era la parte di giardino che non avevamo considerato la volta precedente e quindi non ci eravamo accorti che la pianta aveva così tante parti secche da sembrare completamente morta. Tale era stata questa impressione che con Nicholas avevamo pensato proprio di abbatterla per poi piantarne di nuovo un’altra per provare a mantenere almeno la tradizione.

Quando però, presi gli strumenti per segarla, ci siamo avvicinati e abbiamo controllato meglio abbiamo notato che in due punti diversi della piante c’erano tre (tre) foglioline, verdi ma piccolissime, quasi invisibili dalla media distanza. Inteneriti da questo accenno di vita, abbiamo deciso di rimandare il taglio netto e abbiamo preferito sfrondare la pianta, potare le parti secche in modo tale che potesse respirare meglio e aspettare qualche settimana per vedere eventuali evoluzioni.

Di settimane ne sono passate appena due, la situazione ancora non è affatto perfetta, ma ieri quando abbiamo tagliato l’erba abbiamo convenuto di aver fatto bene a non tagliarla perchè le foglie verdi nel frattempo sono molto aumentate e cresciute e le speranze di poter salvare la cedrina sono notevolmente aumentate.

Alla fine, la cedrina resistente ci ha dato un grande messaggio. Si fa presto a dare un taglio netto: è un’azione rapida e veloce, ma definitiva, ma non si torna più indietro. Qualche volta è necessaria, certo. Ma molto spesso la soluzione migliore è la potatura, non l’abbattimento. E al contrario di quanto potremmo pensare, potare è anche un’operazione più coraggiosa, perchè richiede una cura e un’attenzione anche successiva. Richiede un investimento sulla speranza e sulla propria capacità di stare sul pezzo. E, soprattutto, la potatura è fondamentale per poter rifiorire.

Leggo su internet che la cedrina è una pianta perenne: chi ha scritto questo articolo forse non ha fatto i conti con il nostro pollice (non) verde, ma il fatto che quella in giardino abbia ripreso a fiorire dimostra quanto sia davvero testarda almeno nell’evitare il taglio.

Cose che non si dicono

Ci sono cose che si fa fatica a comunicare: una malattia, una ferita, un ricordo doloroso. Per i ragazzi con i quali lavoro, per esempio, è un viaggio, anzi IL viaggio. O un luogo e le violenze che in quel posto hanno subito. Certe volte non riusciamo a parlarne per pudore, altre per paura di sentirci giudicati o non compresi o addirittura per non perdere la ‘posizione’ e la considerazione che abbiamo faticato a raggiungere. Oppure, per qualcuno, perchè parlandone rischia di riaprire le porte a quel terrore che con tanta fatica ha cercato di mettere fuori dalla propria vita, alle spalle.

Sono quelle cose che ci hanno reso ciò che siamo e diversi da quello che avremmo potuto essere, che hanno condizionato le nostre scelte e percorsi e contro le quali, magari, abbiamo lottato per evitare che cambiassero completamente il senso della nostra vita. Sono quelle situazioni che creano un ‘prima’ e un ‘dopo’: alcuni dei ragazzi con i quali lavoro quando parlano del loro periodo precedente al viaggio e alla Libia ne parlano utilizzando un linguaggio quasi impersonale, quasi come se non parlassero di loro stessi.

Certe volte, anche se non abbiamo trovato il coraggio per raccontarle, o forse proprio per questo, quelle esperienze hanno cambiato il modo con il quale gli altri ci vedono, perchè è proprio vero che per ‘la gente’ noi siamo ciò che mostriamo e non sempre ciò che siamo realmente. Così, spesso, ai nostri occhi, quei ragazzi sono solo ciò che sono adesso, dopo IL viaggio, come se la loro vita fosse una pagina bianca che hanno cominciato a scrivere solo dopo lo sbarco. E che fatica riaprire il diario e provare a leggere anche le pagine precedenti.

Eppure ho sperimentato personalmente che quando si riesce a trovare la forza di comunicarle, quelle cose, da enormi che erano dentro di noi, si ridimensionano appenaescono all’esterno: restano sempre grandi, forse, ma non ci coprono più con la loro ombra, o almeno non completamente. E soprattutto, anche se hanno ipotecato completamente il passato, si può forse trovare un modo perchè possano non essere protagonisti assoluti anche del futuro.

Una serata in Congo

Dopo l’uccisione in Congo dell’ambasciatore Attanasio, come associazioni Mediterraneo Siamo Noi e Safari Njema, avevamo pensato di organizzare una iniziativa pubblica per informare sulla situazione di questo Paese e provare ad amplificare l’importanza del lavoro che l’ambasciatore aveva portato avanti fino al giorno della sua morte.

Grazie alla conoscenze da parte di Adele di persone, missionari e attivisti che hanno lavorato in Congo e all’impegno dei giovani di Safari Njema ieri si è svolta questa iniziativa pubblica, ed è stata davvero un successone. Provo, ancora a caldo, ad articolare quattro brevi riflessioni.

La prima, sull’argomento della serata: il Congo, la sua storia e i suoi problemi sono più vicini di quanto potremmo immaginare. Lo sfruttamento delle risorse, dal coltan al legno, dal petrolio ai diamanti, ritenute necessarie per il mantenimento del nostro stile di vita, sono quasi sempre alla base dei conflitti che da decenni sconvolgono questo Paese. Anche per questo, anzi, proprio per questo, ed è la seconda considerazione, non è vero che non possiamo fare niente. Come sempre incisivo, da questo punto di vista, l’intervento di padre Alex Zanotelli, il quale ha indicato quattro filoni di intervento estremamente concreti: verificare e controllare che la filiera di produzione e commercializzazione di prodotti che provengono da Paesi in guerra segua le indicazioni previste dalla recente normativa europea in materia di tracciamento dei prodotti stessi; fare attenzione nell’acquisto di telefoni cellulari, strumenti che più di altri richiedono l’utilizzo del coltan del quale il Congo è produttore quasi unico a livello mondiale (magari, suggeriva Alex, preferendo i fair phon, i telefoni equi, che esistono già, ma che ovviamente non godono di alcuna pubblicità); controllare su dove vengono impiegate le risorse della cooperazione italiana che, specialmente negli ultimi anni, vengono più destinate nel combattere le migrazioni nel nostro Paese che a programmi effettivi di sviluppo; proseguire nelle attività di informazione su questi e altri temi. Mi sembra che ci sia da lavorare, insomma.

Il terzo pensiero è di metodo e riguarda il periodo che stiamo vivendo e le difficoltà che porta con sè nell’incontrarci e fare molte cose insieme, come eravamo abituati prima dell’arrivo della pandemia. Ognuno di noi che ieri abbiamo partecipato all’incontro, quando ci siamo collegati al computer, abbiamo sicuramente pensato che sarebbe stato molto più bello incontrarci in presenza, poter scambiare opinioni, ascoltare le nostre voci. E questo è vero e non ci sono obiezioni possibili. E’ vero anche, però, ed è il rovescio della medaglia o la metà piena del bicchiere, che è molto probabile che, se avessimo fatto l’incontro in presenza, non avremmo partecipato in 90 persone come è stato possibile a distanza: di sicuro non avremmo avuto, o con maggiori difficoltà organizzative, gli interventi dei missionari, missionarie e attivisti connessi direttamente dal Congo o la partecipazione di persone dalla Spagna o da altre parti di Italia. Quando ritorneremo ad incontrarci, e torneremo a farlo, sarà molto bello recuperare il tempo perduto, ma dovremo provare a non disperdere le (poche) cose belle che questo periodo ha portato con sè: una di quelle è quella di averi insegnato, e anche costretto, a connetterci con persone di ogni parte del mondo potendo restare seduti davanti ad un computer. Non diventare dipendenti dai dispositivi informativi è un dovere, insomma, ma imparare ad usarli al meglio è utile e necessario.

L’ultima considerazione, non per importanza, è legata ai giovani. L’incontro di ieri è la dimostrazione che i giovani non hanno tanto bisogno di essere accompagnati, guidati, sostenuti: forse anche questo, certe volte, ma vanno soprattutto lasciati liberi di esprimere le loro capacità e le loro ricchezze. Se l’incontro di ieri è stato un incontro perfetto dal punto di vista logistico, curato nell’organizzazione e nella conoscenza degli argomenti e partecipato da tante persone, il merito è esclusivamente loro e della loro passione.

Spazio di libertà

Lo spazio di libertà è nel bivio che ci insinua il dubbio,

è nella soluzione che non si fa trovare da sola.

Lo spazio di libertà è nella continua lotta senza vincitore

fra la razionalità, essenza dell’uomo, e l’affettività, suo compimento.

E’ nella soglia che divide le stanze della nostra vita,

ma che, dividendole, le tiene insieme e le mantiene in vita.

Addio Lugano Bella

Il libro, edito da Einaudi, arriva dopo Campo dei Fiori e Un Galileo a Milano ed è il terzo e ultimo scritto che l’autore, Massimo Bucciantini, ha dedicato a una battaglia per la libertà. Con questa opera Bucciantini è risultato fra i vincitori del premio letterario “Pozzale Luigi Russo”.

Si tratta di un saggio avente ad oggetto principale la vita di Pietro Gori e la storia del movimento anarchico in generale. Ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, nel descrivere la vita di Gori e il suo pellegrinare dalla Toscana a Milano e poi da Lugano all’America del Sud, per poi tornare in Toscana, all’Isola d’Elba, il libro tratteggia anche quel periodo storico e mette al centro, oltre alle vicende dell’anarchico pisano, anche le vite dei protagonisti della vita politica e sociale dell’epoca, come il presidente del consiglio Francesco Crispi o l’antropologo criminale Cesare Lombroso. I tre, seppur con ruoli diversi e per molti versi su fronti opposti, sono i protagonisti della battaglia che ha caratterizzato quel periodo storico: quella fra l’ordine costituito e l’avanzare del movimento anarchico, soprattutto nelle fasce più povere ed emerginate. In questo senso la figura di Gori appare in tutta la sua capacità attrattiva, con la grande arte oratoria, capace di coinvolgere e conquistare contadini e lavoratori. Francesco Crispi, sulla sponda opposta, viene tratteggiato come un politico di lungo corso, esperto e capace, ma determinato e inflessibile nell’escludere il movimento anarchico dal dibattito politico e nel perseguire i suoi esponenti più importanti, fra i quali appunto Gori, in virtù del loro essere, a suoi dire, ‘socialmente pericolosi’. Funzionale allo scopo di escludere gli anarchici dalle dinamiche politiche sono il lavoro e le opere di Cesare Lombroso, l’architetto di un sistema complessivo di controllo di ogni tipo di devianza, con una particolare attenzione a quella politica.

Caratterizzando questi personaggi l’autore mostra con chiarezza come il movimento anarchico sia stato perseguitato e colpito, denigrato e accusato di essere all’origine di qualsiasi violenza e sopraffazione. Una delle cose che mi ha più colpito, in questo senso, è stata come Bucciantini sia riuscito a mantenere la complessità di un saggio, e il relativo livello di approfondimento, mantenendo una modalità di scrittura coinvolgente e diretta, che, in alcuni passaggi, sia avvicina alla struttura del romanzo.

La lettura di questo libro è stata molto interessante perchè mi ha consentito di approfondire la conoscenza di un movimento che non conoscevo nei particolari e di alcuni protagonisti dell’epoca che invece, come nel caso di Lombroso, avevo conosciuto solo dai testi universitari.

Un libro da leggere, insomma, perchè, dalla sua lettura, si esce sicuramente cresciuti e più consapevoli.

Libertà…

Nel giorno in cui si celebra la Liberazione è importante riflettere sui valori che questa festa ci insegna e ci chiede di portare avanti.

La libertà, prima di tutto. Quella che i partigiani e le forze alleate consegnarono al nostro Paese dopo vent’anni di dittatura fascista, caratterizzata dalla violenza, dalle leggi razziali, dalle deportazioni e dalla folle entrata in guerra a fianco dei nazisti. Una libertà che non ha niente a che vedere con l’individualismo sfrenato e con l’egoismo ai quali molto spesso questo valore così importante viene impropriamente collegato. Tutt’altro. Una condizione raggiunta a costo di enormi sacrifici e di un impegno serrato e congiunto di tante persone diverse, accomunate da un obiettivo comune: la vittoria contro la dominazione fascista.

Ecco, quindi, che a fianco della libertà, il secondo valore sul quale riflettere è quello dell’unità. Un valore e un obiettivo rappresentanti benissimo dal lavoro faticoso e intenso, complesso ma estremamente fertile che i membri dell’Assemblea Costituente portarono avanti alla fine della guerra per redigere la nostra Costituzione Repubblicana. Leggere il resoconto di quell’impegno ci dà il senso di quanto il percorso dell’unità sia difficile da portare avanti e richieda un grande sforzo di umiltà da parte di tutti, chiamati a cedere un pezzo di se stessi, dei propri ideali e delle proprie condizioni con l’obiettivo comune di ‘scrivere’, anche oggi, qualcosa che possa rappresentare tutti. Nel raggiungimento di questo proposito credo sia stato fondamentale per i Costituenti il ricordo di quanto avevano vissuto insieme pochi mesi prima: una lunga lotta fatta di sacrifici e paure.

Strettamente legato al concetto di unità è quello di solidarietà. Tutta la nostra Costituzione, nata da quello sforzo di unità, ruota attorno a questo ideale. Una solidarietà intesa come l’impegno a non lasciar indietro nessuno, a rimuovere tutti quegli ostacoli che in qualche modo impediscono ad ogni persona di realizzarsi appieno. Un lavoro quotidiano che la nostra legge fondamentale non demanda solo alle istituzioni politiche, ma che indica come strada da seguire a tutti i cittadini.

La festa del 25 aprile, inoltre, porta con sè il valore della responsabilità. Chi scelse la lotta partigiana per combattere la dittatura fascista non rimase sordo alla chiamata della libertà, non delegò ad altri la responsabilità di liberare il Paese. Ebbe il coraggio, ecco un altro valore, di lasciare le piccole e grandi comodità per costruire un futuro migliore, che superava la singola vita nel tempo e nello spazio.

Sono questi e tanti altri i valori che la Festa di Liberazione ci insegna e ci chiede di portare avanti, in un tempo difficile e complesso, seppur enormemente diverso rispetto a quello del 1945.

Anche oggi, però, come allora, la vera libertà non è la disponibilità di fare ciò che ci sembra meglio, dimenticandosi delle esigenze degli altri. Ora come allora la libertà ha un senso solo se collegata alla solidarietà e alla responsabilità, soprattutto nei confronti di chi è più fragile e in difficoltà. Com’è possibile, alla luce di questo, celebrare la festa della Liberazione e restare indifferenti nei confronti di 150 persone affogate nel mar Mediterraneo? Com’è possibile vivere questo giorno e sopportare quasi con fastidio la quotidiana conta dei morti di Covid che in qualche modo ci sembra che impediscano il nostro completo ritorno alla normalità e alla ‘libertà’?

Se non vogliamo che il festeggiamento di questo giorno passi come una retorica celebrazione del passato dobbiamo lavorare affinchè la Liberazione non sia un punto di arrivo da celebrare ‘stancamente’ un anno dopo l’altro, ma un impegno da rinnovare, attualizzare e concretizzare ogni giorno, nelle difficoltà e nelle lotte quotidiane.

Come ri-nascere?

Negli anni 2019 e 2020, in Toscana, il numero delle persone morte è stato il doppio di quello dei bambini nati: 91.812 contro 45.785. Il Covid, che sicuramente ha influito sul numero delle persone scomparse, ha comunque un impatto limitato su una tendenza che invece è in continuità con gli anni precedenti.

Ciò che colpisce di più è soprattutto il numero delle nascite: sono solo 6 ogni 1000 abitanti, contro le 6,8 del resto di Italia e soprattutto le 9,3 ogni mille dell’Unione Europea.

Le conseguenze della denatalità sono evidenti nella popolazione scolastica, se si pensa che questa rappresenta il 12,2% degli abitanti della Toscana, a fronte di un 13% a livello nazionale, del 15,1% a livello continentale e del 16,4% nella generalità dei Paesi economicamente più sviluppati. Tradotte in numeri assoluti, queste percentuali ci dicono che nella nostra Regione mancano 29mila studenti, se la proporzione fosse quella italiana, e ben 108mila se si prende in considerazione quella europea.

Eppure la Toscana è una Regione nella quale ancora gli indicatori economici e di qualità della vita sono ancora superiori a quelli medi nazionali. Perchè, quindi, la situazione a livello demografico è così deficitaria?

Non ho le competenze per poter fare un’analisi approfondita, ma credo che questo argomento meriti una riflessione da parte di chi quelle competenze le ha e soprattutto è nelle condizioni di manovrare alcuni strumenti in grado di invertire la rotta e di convogliare su questo obiettivo risorse economiche e passioni civili.

Pur non essendo in grado di cogliere i motivi profondi delle differenze a livello nazionale e continentale, in generale credo che il tema della natalità sia strettamente legato alla capacità di immaginarsi un futuro e di scommettere con fiducia in un miglioramento delle condizioni economiche e sociali. In questo senso bene la novità dell’assegno unico,  seppur in attesa dei decreti attuativi per poter definire meglio la portata dell’intervento. Ma credo che a questo novità, che incide positivamente sulla condizione economica delle famiglie,  debbano aggiungersi anche azioni volte ad incidere sulla percezione di sicurezza sociale, perchè in questi anni abbiamo visto bene, anche in altri settori, come la percezione di una situazione sia in grado di modificare le convinzioni delle persone anche di più rispetto ai dati reali. In questo senso credo che sia fondamentale un investimento a tutti i livelli su interventi e servizi di prossimità, quelli in grado di produrre una vicinanza reale e di aiuto concreto nelle situazioni di criticità e di ridefinire il senso di una comunità che si riconosce, non tanto dall’essere composta solo da persone autoctone che condividono la stessa storia, ma da tutte quelle che sono nelle condizioni e vogliono immaginare insieme il proprio futuro.

Naufragati nell’indifferenza

Altri 130 morti nel Mediterraneo, a largo della Libia. Lasciati morire nell’indifferenza delle autorità libiche e italiane, che per un giorno intero si sono rimpallate le responsabilità su chi dovesse intervenire, come se la questione non riguardasse il salvataggio di vite innocenti, ma lo svolgimento di una inutile pratica amministrativa.

Non sto qui a riportare gli orari dell’intera giornata, le continue richieste di aiuto cadute nel nulla; da questo punto di vista è formativo (e sconvolgente) leggere la cronaca come sempre lucida e coraggiosa di Nello Scavo su Avvenire.

Volevo provare a concentrarmi sulla paura. Sulla paura che quelle 130 persone, immagino prevalentemente molto giovani, probabilmente alcune donne con dei bambini, possono aver provato via via che il giorno passava e la speranza lasciava il passo allo sconforto. La preoccupazione e la paura che diventavano terrore mentre il giorno finiva, il buio avanzava e lo sbattere delle onde su quelle navi malandate provocava un rumore sempre più nefasto. Sì, deve essere sconvolgente rendersi conto di stare per morire, sentire il panico che sale nei compagni di viaggio e vedersi confinati nello spazio angusto di una nave alla deriva. Chissà cosa è successo alla fine, al buio. Se qualcuno si è buttato in acqua sperando in un improbabile salvataggio, o se la maggior parte si è arresa facendosi sbattere dalle acque per interminabili minuti, fino ad andare sotto. Per sempre.

E poi penso alle parole del presidente del consiglio Draghi che al primo viaggio istituzionale in Libia si è premurato di ringraziare le autorità di quel Paese per i salvataggi in mare. Penso alla scarcerazione di Bija, la persona riconosciuta da tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui come il diabolico trafficante di uomini. Probabilmente troppo potente e conoscitore di troppi segreti per stare chiuso in una cella. Non credo che sia un caso che proprio dal giorno della sua scarcerazione, come scrive puntualmente Scavo, i viaggi della speranza, della morte, hanno subito una rapida impennata.

Tutto questo è profondamente assurdo, cinico e ingiusto. E’ incredibile quanto la nostra società abbia perso la capacità di provare com-passione per le persone che muoiono, innocenti. Vale per l’indifferenza che molti provano per i migranti morti in mare e per il fastidio, lo definirei, con il quale oggi tanti, in molti casi gli stessi, ascoltano e reagiscono di fronte alle centinaia di morti che ogni giorno ancora si contano per il Covid. Se il livello di una civiltà si misura anche dal rispetto che porta per coloro che muoiono, ecco, la nostra, oggi, è ad un livello molto basso.

Non è nostra, è in prestito

Non è un caso che quando ci troviamo a vedere un paesaggio o uno scorcio nel quale la natura regna incontrastata utilizziamo la parola ‘incontaminata‘. Inconsciamente sappiamo e lo esprimiamo, anche se in modo inconsapevole, che ciò che contamina, che sporca e in qualche modo avvelena è la mano dell’uomo. Dai tempi di Adamo ed Eva e del paradiso terrestre è sempre andata così. La perfezione della natura, della quale la terra fa parte, è l’immagine più evidente della mano di Dio. E’ per questo che quando proviamo ad esprimere la bellezza e la meraviglia non sappiamo fare altro che ispirarci a lei. Eppure non abbiamo ancora capito che lei basta a sè stessa, l’uomo no. Che non è nostra, semplicemente, ma siamo noi ad essere suoi, anche se da secoli ambiamo, senza successo, a trovare un pianeta alternativo in cui vivere.

E’ forse un caso che l’uomo è l’unico essere vivente che si autodefinisce intelligente, ma è anche l’unico che si dà da fare, e con ottimi risultati, per distruggere la sua casa comune? Delle due l’una: o questa autodefinizione è completamente sbagliata, oppure è semplicemente la dimostrazione lampante che l’intelligenza, da sola, è sostanzialmente inutile. Per dare un senso all’intelligenza servono l’uso responsabile della libertà, la capacità di condividere e una buona dose di umiltà.

Fino ad oggi l’uomo ha interpretato la propria libertà nei confronti della terra e della natura, sostanzialmente dovuta alla sua supremazia fisica e tecnologica, come un lasciapassare pressochè illimitato ad accaparrarsi tutte le risorse che il nostro pianeta mette a disposizione, senza interrogarsi e neanche interessarsi della capacità e dei tempi della terra per produrne di nuovi. Se lo sguardo sul mondo è quello del barbaro predatore è chiaro che la guerra non è solo nei confronti degli altri essere viventi, ma anche fra gli uomini stessi: per questo, potremmo dire da sempre, molte delle guerre combattute sono state dichiarate per conquistare posti e Paesi più ricchi dal punto di vista naturale. In questo scempio infinito raramente l’uomo si è reso un minimo consapevole del fatto che la distruzione della terra equivale anche all’estinzione della specie umana.

Oggi, nel mondo globalizzato nel quale viviamo non abbiamo più scuse: soltanto chi è in malafede può non credere al fatto che le nostre sorti sono collegate e che la bellezza infinita della natura si regge su un equilibrio precario, di cui tutti noi, in quota parte, siamo responsabili.

C’è un proverbio navajo che dice che “non abbiamo ricevuto la terra in eredità dai nostri genitori, ma in prestito dai nostri figli”: è dalla consapevolezza di questo prestito che dipende il futuro del mondo e di noi che lo abitiamo.