Il senso delle parole

Questo ‘silenzio innaturale’, ebbene sì, la canzone di Diodato ha involontariamente definito benissimo la situazione che stiamo vivendo, può aiutarci a dare un senso a parole delle quali tendiamo ad abusare.

La ‘Libertà’, lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle, non è fare in assoluto fare ciò che vogliamo, ma è fare ciò che vogliamo nei limiti della libertà e del benessere degli altri; ed è proprio a questo fine e a costo di notevoli sacrifici che può essere temporaneamente limitata.

La ‘Verità’ continua ad esistere, a differenza di quanto ci avevano raccontato fino a qualche tempo fa. E anche in un periodo complicato possiamo certamente avere delle opinioni su come risolvere la situazione, ma ci sono anche, e in dei momenti soprattutto, dei punti fermi dati dalla scienza. E Quella verità è più vera della mia opinione. Insomma: Scienza vs “Secondo me…” 3-0…..

L’ ‘Amicizia’ che concediamo a piene mani sui social, oggi è quella delle persone che in qualche modo si prendono cura di noi e di cui noi ci prendiamo cura.

Le ‘Parole’ che spesso sprechiamo nel nostro comunicare ininterrotto, adesso non valgono tanto per la quantità delle quali facciamo uso ma soprattutto per la qualità delle stesse. A cominciare dalle mie, ovviamente.

Non siamo nati per proteggerci

Stiamo in casa perchè così cerchiamo di non ammalarci e di non diffondere il virus. E facciamo molto bene. Ma questo isolamento forzato ci dimostra che non siamo fatti solo per proteggerci, per una vita in difesa e fine a se stessa, perchè sono gli incontri, le relazioni e i rapporti interpersonali che ci rendono vivi e vitali. Isoliamoci adesso, quindi, per vivere in modo più appassionato, domani, la nostra socialità.

Cercare sollievo

Lavorando con le persone migranti mi è capitato spesso di avvertire il giudizio che molte persone hanno su di loro, l’aspettativa forzata, quasi il ricatto dell’accoglienza in cambio di… Quante volte avviamo processi pur sapendo che nessuno ci ha elevati a giudici degli altri. Quante volte anche noi operatori cadiamo nel tranello in voga del ‘ti accolgo a patto che…’.

Eppure proprio in questi giorni che il dolore, la malattia e la morte ci sfiorano senza una logica comprensibile e il timore e la paura ci avvolgono, mi viene da pensare a quanto, prima di vigilare giustamente sul rispetto delle regole, che anche tanti ‘di noi’ faticano a rispettare anche quando sono semplici da  attuare e così decisive per la salute di tutti, mi viene da pensare, dicevo, a quanto prima delle regole avremmo dovuto abbassare il capo di fronte a percorsi di vita e di sofferenza che molti di noi non potremmo neanche immaginare di vivere. Niente lassismo, si badi bene. Soltanto un tentativo di farsi prossimo, di cercare di conoscere una storia, di raccontare la propria e provare a costruire insieme il proseguo della stessa.

Sarebbe molto più bello se invece di caricare sugli altri il peso di sentirsi soli e abbandonati provassimo, soprattutto adesso, a condividere il sollievo di sentirsi accolto e ben voluto. Impareremmo di sicuro anche a condividere le regole, e a rispettarle.

Due facce della stessa medaglia

Vivo questo isolamento fra speranza e inquietudine, fra frustrazione e curiosità. Cerco, non sempre riuscendoci, di fare in modo che anche questo sia un tempo da vivere e non solo un tempo perso, sprecato. Tento, insomma, di trovarci delle opportunità.

E’ un periodo di isolamento, ma anche di incontro nello stesso tempo. Di condivisione. Ieri ho seguito la preghiera del Papa e mi ha dato speranza. Quell’uomo stanco, provato, in cammino da solo, mi ha dato come l’impressione di accompagnarmi all’incontro con Dio. Un incontro tanto difficile in questo momento, un incontro alla ricerca di un senso a ciò che stiamo vivendo. Oggi siamo nelle mani dei medici, degli scienziati, dei ricercatori. Ma io sono convinto che mai come oggi scienza e fede non siano rivali, ma due facce diverse e complementari di una medaglia. Nei momenti di dubbio e sofferenza l’avanzare della scienza alimenta la speranza, la fede dà una prospettiva di senso che va oltre anche alla nostra impotenza.

Il momento giusto

Scegliere non è facile. Perché la scelta, spesso, non riguarda solo noi, la nostra volontà o desiderio; succede infatti che la scelta sia condizionata dalle condizioni esterne e da ciò che ci viene richiesto in un determinato momento.

Mi capita ed è capitato spesso di aspettare il momento in cui potrò, o avrei potuto, essere in qualche modo protagonista di un cambiamento. Aspettare la situazione giusta qualche volta è frustrante ma è fondamentale capire che la scelta non comporta soltanto un’attesa, ma anche e soprattutto una preparazione, che spesso le condizioni esterne si possono in qualche modo creare e facilitare. E che qualche volta l’occasione arriva come un dono inaspettato e neanche voluto. A me, per esempio, la possibilità di dare un pezzo del mio tempo, e di me, agli altri arrivò quasi per caso in un giorno di fine primavera del 1995. Ricordi Maria Grazia? Il percorso che poi mi ha portato in Africa e successivamente all’impegno politico e sociale è partito da lì, perché spesso sono proprio gli incontri a cambiare i percorsi e far arrivare l’ora di una scelta.

Ma anche quando l’occasione è un dono la nostra parte non può mancare: ed è quella di superare il timore di non farcela, di non essere in grado o anche di superare il giudizio degli altri.

Testimoni di speranza

“Al buio è meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”, recita un vecchio proverbio. Nella situazione che stiamo vivendo, sicuramente difficile e piena di timori, maledire l’oscurità è anche un modo per allontanare in qualche modo il momento nel quale dovremo riaccendere la luce e uscire, finalmente, dal nostro isolamente. Cosa troveremo? Come troveremo il mondo che abbiamo lasciato al di là della nostra porta? Riusciremo ancora a ritrovare qualcuna delle nostre sicurezze?

Troveremo sicuramente un mondo diverso, là fuori. E in qualche modo ognuno di noi avrà bisogno di una bussola nuova con la quale orientarsi. La storia racconta che in periodi complicati come quelli di oggi, di cambiamenti epocali, sono comparsi dei testimoni, di fede o di vita, o anche di entrambi, che hanno tracciato una strada, indicato una via. Credo che ne avremo bisogno. Ma non possiamo delegare tutto il nostro futuro a queste figure, ancora ipotetiche. Sta ad ognuno di noi essere testimone di un domani possibile, di una speranza, di modelli positivi. Tutti possiamo essere costruttori di pace e di una nuova umanità.

Fra tuttologi ed eroi

Nell’assenza forzata dalle partite di calcio siamo passati con molta naturalezza da essere un Paese di commissari tecnici ad uno di sindaci, Capi dipartimento della Protezione Civile e Presidenti del Consiglio. Come tutti ho simpatia, mi sento più o meno rappresentato dai vari soggetti in questo momento in campo; ma in una convinzione li accomuno tutti: non farei a cambio con loro, perché posso minimamente immaginare le responsabilità che si stanno prendendo e la difficoltà delle scelte che sono chiamati a prendere. Vorrei che ciascuno di loro fosse guidato da Qualcuno che li indirizzasse verso le scelte migliori. Facciamo fatica a fidarci di persone che vediamo in carne ed ossa, figuriamoci di Qualcuno di intangibile, almeno per i nostri sensi. Sembra una cosa da ultima spiaggia, da chi non ha altro a cui aggrapparsi. Eppure ieri mi è capitato di scambiare alcuni messaggi con un amico da sempre impegnato nell’aiuto agli altri. ‘Come va?’, gli ho chiesto. “Tutto bene – mi ha risposto – si cerca di dare una mano.”

Ecco, se quel Qualcuno esiste, e io sono sicuro di sì, oggi opera tramite tutti quei qualcuno che in giorni come questi stanno ‘semplicemente’ dando una mano.

Incontrarsi è la cura

Siamo tutti un po’ malati. E non solo di claustrofobia, in questo periodo. Questo tempo di incertezza ci mette davanti il fatto che la nostra vera malattia è la paura di mettere in discussione le nostre certezze, il nostro strapuntino sul mondo. Alla fine, come cantava Guccini, “ognuno vive i suoi egoismi vestiti di sofismi”, nei quali le formalità, o più spesso il formalismo, dietro le quali ci trinceriamo, sono solo un alibi per non aprire le nostre porte agli altri. Eppure l’incontro è proprio la cura, e forse ce ne stiamo davvero accorgendo in questi giorni di isolamento forzato.

Vorrei

Vorrei muovermi per vincere l’isolamento con gli strumenti che ci sono concessi, dimostrare che stare a casa non vuol necessariamente dire essere isolati. Vorrei andare incontro riconoscente a tutti quelli che in questi giorni ci consentono di andare avanti, a chi lavora negli ospedali, ma anche nei negozi e negli altri servizi essenziali.

Vorrei che ci venisse data una parola di speranza, di vita. Abbiamo bisogno di parole che ci rassicurino. Siamo passati dal bisogno di essere sicuri a quello di essere rassicurati. Forse è per questo che ci ripetiamo che “andrà tutto bene”. E ne abbiamo ancora più bisogno per il fatto che oggi ci sentiamo un po’ più custodi della vita degli altri, siano essi i nostri figli, i nostri anziani o qualcuno che è malato. Ci sentiamo più responsabili, mi sembra, forse meno egoisti. Speriamo che almeno questo senso di responsabilità continui quando avremo superato questo momento difficile.