I sentieri e la meta

Quando ero ragazzo amavo tantissimo giocare a basket, era di gran lunga il mio sport preferito; anche oggi, a dire la verità, nonostante sia un grande appassionato di calcio, se devo scegliere, scelgo la palla a spicchi. Anche ora, a distanza di trent’anni, se dovessi indicare i rimpianti più grandi che mi porto dietro, uno dei primi sarebbe proprio quello di aver smesso troppo presto di giocare. Non perchè fossi un talento, assolutamente, ma perchè giocare mi piaceva proprio. Perchè smisi? Perchè mi feci intimorire dal salto di qualità che veniva richiesto nel passaggio fra la seconda e la terza superiore. Nonostante l’amore per il basket, furono sufficienti alcuni piccoli insuccessi a farmi appendere le scarpe al chiodo.

Se alle superiori fu la scuola a farmi abbandonare una passione, all’università ho rischiato fortemente di fare il contrario: erano così tanti gli interessi, le passioni, le cose in ponte, che lo studio rischiava sempre di passare in secondo piano. Mi trovai molto indietro con gli esami e, se non fosse stato per la ‘pressione’ della mia famiglia, probabilmente non sarei arrivato alla laurea.

Descritto così sembro una persona che si arrende di fronte alle prime difficoltà, ma io so che non è così, anche se non è un sollievo saperlo. I motivi di questi abbandoni, reali o soltanto rischiati, li ritrovo in due aspetti: da una parte il timore di non essere in grado, di non essere così bravo da arrivare a togliermi alcune soddisfazioni, dall’altro la tendenza ad appassionarmi di tante cose, sempre diverse: “mi innamoravo di tutto”, avrebbe cantato De Andrè. Non è un necessariamente un difetto, ma non si può vivere solo di ‘inizi’, bisogna anche portare qualcosa in fondo, altrimenti è inutile e frustrante.

Ma come in tutte le cose, anche in questa ‘medaglia’ c’è il suo rovescio: perdere ogni tanto la strada ‘segnata’ e prendere dei sentieri diversi da quello battuto mi ha consentito di fare tante esperienze, in alcuni casi anche molto diverse fra di loro. Forse sono stato e continuo ad essere discontinuo, ma se mi guardo indietro vedo anche un percorso di coerenza nelle scelte fatte, quelle che corrispondono ai valori che sento più miei: quelli della solidarietà, della condivisione, dell’impegno pubblico come presa di responsabilità individuale e collettiva. Non ho sempre preso la strada migliore, ma non ho mai perso di vista la meta.

La luce fra le ombre

Non ho mai avuto una particolare fiducia in me stesso, negli anni dell’adolescenza non sono stato un leader. Certo, probabilmente ero abbastanza intelligente da non seguire chiunque senza riflettere, ma non mi sentivo abbastanza forte da mettermi a ‘tirare’ un gruppo. Per anni non mi sono mai domandato quanto fosse importante la mia vita, forse anche per non dovermi dare risposte deludenti. Avevo la fortuna di avere nella famiglia e negli amici un porto sicuro, ma fuori da questo non ambivo a trovare molti spazi.

E’ per questo che oggi dico che il Vides ha contibuito a darmi una sorta di ‘patente di validità’, mi ha aiutato a sentirmi adeguato a stare in contesti che non fossero particolarmente ‘miei’ o completamente tutelati. Anche per alcuni problemi fisici avevo paura di vivere situazione anche lievemente fuori controllo, e questo contribuiva ovviamente a perdere fiducia e sicurezza. Quando sono partito per la prima esperienza di formazione, a Roccaforte del Greco, avevo paura di non essere in grado, sapevo di non esserlo, anzi, e temevo che avrei pagata caro questa prima esperienza di coraggio.

Ricordo ancora molto bene l’arrivo a Roma, in via Marghera, a pochi passi dalla stazione Termini, l’ansia che saliva via via che il gruppo si ingrandiva e le lingue parlate dai miei prossimi compagni di avventura aumentavano. Non ricordo se in quei momenti sono arrivato a pensare ‘adesso corro alla stazione e prendo subito il treno di ritorno’, ma se ancora adesso, dopo venticinque anni, ricordo perfettamente le sensazioni e i timori è segno che fu davvero una prova importante da superare.

E invece fu proprio quella esperienza, nonostante o forse proprio grazie ad un momento di difficoltà importante, a farmi capire che potevo farcela. Certo le ombre rimasero, ci sono anche ora, chi non le ha. Ma è stato soprattutto grazie al Vides che ho imparato, come dice un verso di Gianmaria Testa che amo molto, che “quanto meno un’ombra racconta di una luce”. Ho imparato a convivere con le ombre ed accettarle, ma non sono mai più rimasto al buio.

Capitani della spiaggia

Quando eravamo in Angola, insieme ad Elisa avevamo preso l’abitudine di andare sulla spiaggia, alla fine della giornata e prima del tramonto, per raccogliere le conchiglie che la corrente dell’oceano Atlantico portava ogni giorno a riva.

Il lungo mare era vicino alla missione all’interno della quale vivevamo, anche se il percorso, ogni giorno, non era mai uguale a quello del giorno precedente. Teoricamente bastava attraversare la strada e poi proseguire dritto per un altro centinaio di metri: in realtà, in quel centinaio di metri, dovevamo attraversare una distesa di capanne di fortuna che, se si estendevano per un tratto brevissimo in profondità, essendo confinate fra la strada e il mare, collegavano, quasi senza soluzioni di continuità, Cacuaco, il villaggio dove vivevamo, con la capitale Luanda. Circa quindici chilometri di baracche, tende, capanne. Nella zona di fronte alla missione, poi, erano utilizzate come ‘abitazioni’ le salgas, dei cubi di cemento, ormai senza tetto, che i colonizzatori portoghesi avevano utilizzato, decenni prima, come posti per la conservazione del sale estratto dall’oceano.

Il tragitto per arrivare sulla spiaggia, quindi, era breve, ma sempre originale e nuovo, negli incontri, negli odori e nelle cose che vedevamo: persone intente a preparare il povero pasto della sera, contrattazioni animate in una sorta di mercato informale, bambini che giocavano con la ruota o con la palla. E proprio di bambini e con i bambini è il ricordo più bello di quella spiaggia.

Un giorno avevamo finito tardi la nostra attività e avevamo quasi pensato di non andare, ma poi decidemmo di non perdere il nostro appuntamento quotidiano e di fare una passeggiata veloce prima della cena. Era una giornata nuvolosa, uggiosa come le giornate con la nebbiolina fitta e costante sanno essere in qualsiasi parte del mondo.

Arrivati in riva al mare, trovammo subito alcune conchiglie. Erano grandi, con una forma a spirale. Qualcuna era un po’ rotta, ma altre erano perfettamente integre. Presi da questa attività proseguimmo verso nord sul bagnasciuga. Fu quando arrivammo vicino ad una costruzione diroccata che in qualche modo ci impediva il passaggio, a meno di non entrare in acqua o di risalire un po’ verso le baracche, che, voltandoci indietro, vedemmo sei o sette bambini che ci seguivano a distanza e che, sghignazzando, si erano messi a raccogliere alcune delle conchiglie che avevamo lasciato per strada. Probabilmente, abituati come erano a vederle tutti i giorni della loro vita, questa raccolta sarà sembrata loro l’attività più inutile possibile, ma vedendo il nostro impegno si erano dati da fare anche loro.

Ci fermammo e ci facemmo raggiungere. Ci dissero che vivevano nelle baracche che avevamo appena superato e che sapevano che noi eravamo ‘i bianchi’ ospiti della missione delle suore. Mentre parlavamo ci accompagnarono indietro nella nostra camminata. I giorni successivi continuammo ad andare sulla spiaggia e loro diventarono spesso i nostri compagni di camminata. Ben presto li definimmo i Capitani della spiaggia, prendendo spunto da un libro di Jorge Amado che entrambi avevamo amato moltissimo e che parla di ragazzi di strada: loro, a differenza, dei protagonisti del romanzo, avevano le loro famiglie, ma il loro procedere in piccoli gruppi, sempre più o meno gli stessi, ma ogni volta con qualcuno diverso, ci aveva fatto pensare ai protagonisti del libro.

Mi trovo oggi a riguardare quella immagine di tanti anni fa che mi riprende con due bambini: tanti anni, chili e capelli neri fa, ma mi sembra ancora di sentire lo sbattere delle onde sulla spiaggia, l’odore dei cibi cucinati sulle tre pietre e lo sghignazzare dei capitani che ci seguivano sul bagnasciuga.

Far capire, creare fiducia

Personalmente mi fido della scienza e dell’autorevolezza dei suoi rappresentanti, perchè mi sembrano evidenti i progressi che nel corso dei secoli hanno contribuito ad aumentare la speranza e la qualità della vita di milioni di persone.

Per questo vivo con difficoltà e rammarico la consapevolezza della irrazionalità di molte prese di posizione e l’avanzare pressochè incontrollato di molteplici false verità, che si affiancano spesso le une alle altre, magari in contrapposizione fra di loro e senza che nessuno riesca a ‘dirigere’ il traffico e a fare un filtro credibile e autorevole fra la ‘veridicità’ delle stesse.

In un mondo nel quale c’è più fiducia nei confronti degli influencer che nei confronti dei politici, delle Istituzioni o dei rappresentanti di qualsiasi chiesa non è più sufficiente fidarsi per capire, ma è fondamentale capire per riuscire a fidarsi. Anche per questo la comunicazione ha assunto un’importanza così fondamentale, che prima non aveva. Proprio per questo una comunicazione incerta, inefficace e contraddittoria come quella che c’è stata in queste settimane sul vaccino AstraZeneca è quanto di più fallace può essere messo in campo. Eppure io credo che sarebbe stato sufficiente e produttivo portare alla luce le evidenze in maniera chiara e onesta, come ha fatto il direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Milano, Giuseppe Ippolito, il quale ieri ha affermato in un intervista che è vero che non esiste un vaccino sicuro al 100%, ma è anche vero che un over 60 che non si vaccina corre un rischio 640 volte maggiore di chi si vaccina. Poche parole, chiare, precise, puntuali. E non contraddittorie.

Se l’informazione e la comunicazione sono importanti lo è altrettanto, e ancora di più, continuare ed accelerare la campagna vaccinale nei confronti di chi vuole farlo e ha diritto per farlo. Perchè quando capire è fondamentale per fidarsi, non c’è niente di più esaustivo che vedere gli ospedali delle proprie città che si svuotano, i morti che diminuiscono e la vita che piano piano, ma in modo continuo, riprende. L’esempio del Regno Unito, da questo punto di vista, è evidente: le vaccinazioni stanno procedendo a pieno regime, le persone immunizzate sono sempre di più e di conseguenza il numero di contagi, ricoverati e morti sta diminuendo costantemente. Di fronte a questo andamento inesorabile anche il più scettico e sfiduciato è costretto, suo malgrado, a rivalutare le proprie posizioni.

La perdita di fiducia e di punti di riferimento non è avvenuta dalla sera alla mattina, ma è stato il frutto della sconfitta di alcune ideologie, di scandali di varia natura, di delusioni politiche e ideali. Il recupero, così come la perdita, non avverrà con un colpo di bacchetta magica, ma richiederà tempo e fatica. Da questo punto di vista il periodo difficile e complesso che stiamo vivendo può costituire un’occasione importante, perchè come sempre, nei momenti di crisi, le persone cercano sostegno e rassicurazione e se qualcuno, in modo chiaro e onesto, riesce a darla, compie un’operazione di grande valore, non solo per la situazione contingente ma anche per ricreare le basi di una convivenza futura.

Fra diplomazia e inadeguatezza

L’atteggiamento provocatorio e volgare del presidente turco Erdogan, che ieri ha lasciato letteralmente in piedi la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha suscitato ovvie e giuste proteste e una marea di reazioni indignate. Ed altrettante critiche ha raccolto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, che si è accomodato al suo posto senza apparentemente fare una piega di fronte allo sgarbo di Erdogan.

Proprio nella diversità di reazioni fra Von der Leyen, stizzita ma composta, e Michel, disaccorta e quasi indifferente, sta la differenza fra diplomazia e inadeguatezza.

Si definisce, infatti, ‘diplomazia‘ “il complesso dei procedimenti attraverso i quali uno stato mantiene le proprie relazioni internazionali”. Il significato di questa parola, quindi, non ha niente a che fare con lo stare inermi di fronte alla provocazioni, ma riguarda eventualmente, appunto, la valutazione della complessità del mantenimento di alcune relazioni internazionali e la conseguente necessità di evitare comportamenti e reazioni istintive, che non solo possono peggiorare i rapporti che si vorrebbe tutelare, ma addirittura ‘fare il gioco’ della controparte, che potrebbe avere tutto il vantaggio ad avvelenare le relazioni stesse.

Se avesse potuto seguire soltanto l’istinto, probabilmente, la presidente della Commissione Europea avrebbe volentieri voltato le spalle al suo interlocutore e abbandonato la sala. L’aver preferito ‘dare priorità alla sostanza‘, come ha detto nel comunicato ufficiale nel quale ha commentato l’accaduto, è stata la dimostrazione della consapevolezza della complessità dei procedimenti in atto e della necessità di far fronte anche ad imprevisti di questo tipo.

Tutto bene, quindi? Io credo di no, perchè il rischio grosso che viene corso in situazioni come queste è che la saggezza della reazione immediata possa lasciare il posto alla passività anche dei giorni e dei mesi successivi, facendoci passare, quindi, dalla diplomazia alla inaedguatezza. Il gesto di Erdogan non sarebbe stato meno grave se fosse stato isolato, ma ha l’aggravante di inserirsi all’interno di una strategia di allontanamento e di divergenze rispetto ai valori che guidano le democrazie occidentali. Il recente ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul (guarda caso) sui diritti delle donne era solo l’ultima, fino a ieri, di una serie di piccole e grandi provocazioni e minacce, come quella di aprire le sue frontiere verso l’Europa a milioni di profughi siriani ospitati nel suo Paese. Provocazioni e minacce, alla fine, utili solo a rendere più profondo il fossato che divide la Turchia dal Vecchio Continente.

E’ di fronte a quel gesto e del suo inserimento all’interno di un disegno più ampio che la reazione dell’Unione Europea può prendere due strade: o quella del mantenimento delle relazioni diplomatiche, consapevoli della complessità ma anche con la schiena dritta di chi non accetta soprusi, o quella dell’inefficacia e dell’inadeguatezza, della mancanza di reazioni che ci condannerebbe alla sottomissione e alla fine anche al ridicolo nei confronti di Erdogan e del resto del mondo.

Una ingiustificabile soddisfazione

Stavolta c’è poco da essere diplomatici: quelle che Draghi ha usato ieri per esprimere “soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi” sono parole scandalose e ingiustificabili. Tutti sanno, perchè documentato da organismi indipendenti e persino dalle Nazioni Unite, che quando i migranti vengono ‘salvati’ in mare aperto dalla guardia costiera libica è solo per riportarli nei centri di detenzioni nei quali sono sottoposti, sono sempre parole dell’Onu, a “sofferenze indicibili”.

Sono quindi salvataggi di facciata, per svuotare un po’ la fossa comune che il mar Mediterraneo si è ridotto ad essere in questi anni e provare ad arginare i naufragi vicino alle nostre coste, e non operazioni di soccorso vere e proprie. Come di facciata, in un eccesso di diplomazia cinico e inumano, è stato il passaggio di Draghi di fronte alle autorità libiche. Un passaggio che, però, purtroppo, rappresenta benissimo la modalità più in voga di gestione del problema, del tipo ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’. Seguendo questo approccio, la priorità di chi governa e ha governato in questi anni, da Minniti a Salvini, per arrivare evidentemente anche a Draghi, non è quella di salvare vite umane, ma di pagare e sostenere governi libici, anche fantoccio, affinchè si tengano loro il problema, costi quel che costi.

Portando avanti e perseguendo questa logica ai più vari livelli, una logica purtroppo confermata da fatti e parole, non stupisce, ma indigna ancora di più, che i (pochi) giornalisti impegnati a raccontare cosa succede davvero nel tratto di mare fra le due coste del Mediterraneo, vengano ‘seguiti’ ed intercettati anche quando parlano con i loro legali. E stupisce ancora meno, vista con questi occhiali del cinismo, la ferocia con la quale negli anni sono state colpite duramente, pur senza affondarle, le Ong che operano nei salvataggi, quelli veri, uniche testimoni dirette di quello che succede in quella terra (o mare) di nessuno.

Sì, c’è poco da essere diplomatici e ancora meno da essere soddisfatti. Ci sarà invece da faticare, e parecchio, per riportare l’Italia, e il continente europeo, ad essere un porto sicuro nella tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Un vaccino contro l’indifferenza

Il presidente americano Joe Biden, intervenendo sulle televisioni nazionali americane in occasione della Pasqua, ha detto che vaccinarsi contro il Covid-19 è “un obbligo morale“. Pur condividendo molto il suo appello alla responsabilità personale e collettiva di chi può ricorrere all’unico strumento efficace per sconfiggere finalmente la pandemia, non posso non cogliere il senso egoistico delle sue parole, se confrontate con i dati sulla diffusione del vaccino a livello internazionale.

Il vaccino, infatti, ha raggiunto il 27,5% della popolazione dell’America del Nord e il 20,2% di quella europea, ma solo il 6,16% della popolazione dell’America Latina e la miseria dell’ 1,78% di quella africana. Degli 8,6 miliardi di ordinazioni fatte nel mondo fino ad ora, inoltre, ben 6 miliardi riguardano Paesi che ospitano appena il 20% della popolazione mondiale.

Giusto quindi il richiamo di Biden alla responsabilità e all’obbligo morale, ma per essere reale ed effettivo questo dovere dovrebbe collegarsi ad un diritto garantito di poter accedere ai vaccini. Un diritto che, come appena dimostrato con i numeri, è per ora un privilegio di una parte minima della popolazione.

Tornando ai numeri sopra riportati, se c’è una cosa che questi rappresentano in modo chiaro e drammatico, è l’inutilità di organismi internazionali come le Nazioni Unite, create più di settant’anni fa per estendere i diritti e garantire la pace e oggi silenti e inefficaci nel limitare disuguaglianze così evidenti.

E a chi dice che i vaccini non ci sono per tutti, che la produzione è lenta e che quindi per ora se li accaparra chi ha potuto pagare la ricerca, bisognerebbe far leggere i vari appelli che Papa Francesco ha fatto in questi mesi, chiedendo che venisse fatta una moratoria per sospendere i brevetti sui medicinali scoperti e approvati, proprio per consentire la produzione anche ad altre aziende, aumentarne il numero a disposizione e quindi la possibilità e velocità di distribuzione. E’ questo che i Paesi più ricchi avrebbero potuto e dovuto fare, forti anche della forza contrattuale che gli sarebbe derivata loro dal fatto di aver finanziato la ricerca con ben 83,5 miliardi di euro di fondi pubblici.

Se questo non è successo è perchè, ad oggi, l’unica forma di globalizzazione che viaggia a pieno ritmo è quella dell’indifferenza, alla quale sembra opporsi, molto spesso in perfetta solitudine, solo il Papa “venuto dalla fine del mondo”. Francesco che ieri, a testimonianza del fatto che è ormai l’unico leader mondiale credibile, ha parlato della situazione di Haiti, del Mozambico e di Myanmar; Paesi lontani, ma alle prese con guerre, violenze e dittature davanti alle quali, come credenti ma, più in generale, come esseri umani non dovremmo voltarci dall’altra parte. Sono le sue parole, semplici ma costanti, uno dei pochi vaccini in circolazione contro l’indifferenza e l’egoismo, virus ugualmente invisibili e letali di quello contro cui stiamo combattendo da un anno una dura battaglia.

Al di là del muro

Ho davanti a me l’immagine impressionante e dolorosa dei due bambini gettati da 4 metri di altezza al di là del muro che separa gli Stati Uniti dal Messico. Un fotogramma che lascia sbigottiti e attoniti. Sono loro, anche loro, oggi i crocifissi della storia: i 550 bambini al giorno (550 al giorno) che oltrepassano quel confine alla ricerca di un futuro migliore o, molto spesso, soltanto di un futuro.

Così come del Gesù crocifisso, sembra di poterne cogliere la fatica di portare la croce, la privazione dei bisogni essenziali (“ho sete”), la consapevolezza frustrata di aver fatto di tutto ciò che era possibile per non provare quella sofferenza.

Sarebbe bello immaginare che, per quei bambini, il ‘volo’ al di là del muro possa essere stato il passaggio dalla morte alla risurrezione, l’arrivo di un meritato riposo, in una situazione di ‘disponibilità’ e di mancanza di bisogno impellenti. Di pace.

In fondo la passione è questo: è il sacrificio da pagare per far vincere l’amore, è il dono della vita portato alle estreme conseguenze, l’amore di un padre nei confronti dei figli, che ci chiede di sentirci e di vivere come fratelli.

Profumo di pane e di vita

Gli anni di volontariato con il Vides, e successivamente anche quelli nella mia città, mi hanno insegnato che per donarsi agli altri, per avere occhi attenti e braccia pronte, non è indispensabile essere forti e indistruttibili. Anzi, spesso è proprio quando ci accorgiamo delle nostre fragilità che ci mettiamo all’opera: se facessimo un questionario fra i volontari di diverse associazioni, ci accorgeremmo di quanto frequentemente la spinta per mettersi al servizio degli altri, dei poveri, nasce da una situazione di confronto, o di scontro, con una difficoltà personale.

Ricordo le domeniche di settembre, quando ci trovavamo a Bologna con tutti i volontari che erano da poco rientrati dalle esperienze estive di volontariato in Asia, Africa o America: più e prima ancora delle parole che ci scambiavamo, ho ben impresse nella mente le sensazioni, i sentimenti che condividevamo in quei giorni. Sono sicuro che se qualcuno, casualmente, fosse entrato in quel teatro, quel giorno, avrebbe ‘respirato’ la sensazione che stesse succedendo qualcosa di grande. E in effetti era così: qualcosa di grande e irripetibile, ogni volta, nella sua semplicità. Ragazzi, giovani, che si ritrovavano per condividere e raccontarsi le proprie esperienze, quel mese o poco più che spesso avrebbe cambiato radicalmente il proprio modo di vivere e la propria vita.

Eppure non sempre quelle esperienze erano vista con positività, neanche all’interno del nostro ambito di vita. Non era sempre facile essere capiti. E chi non capiva, chi non si avvicinava abbastanza per capire, spesso reagiva con reazioni opposte, ma di uguale tenore. Da dentro la Chiesa, visto che il Vides ha una origine chiara e ben definita, c’era chi sosteneva che quelle esperienze avrebbero potuto benissimo essere svolte anche in ambienti laici: meno male, rispondevo io, segno che ‘il bene’ e la possibilità di farlo non è stato distribuito solo ad alcuni ma è raggiungibile da molti, volendolo. Dall’esterno, invece e paradossalmente, la critica era opposta: quella ad un’identità ritenuta troppo forte, che rischiava di escludere ‘chi non la pensa come voi’. Sarebbe bastata entrare un pochino più dentro per capire che era proprio quella identità, quella chiarezza sul ‘chi siamo’, ad attirare e coinvolgere persone provenienti da ambiti completamente diversi, ma aperte alla condivisione e allo scambio. E’ stato proprio grazie a questo ‘incontrarsi reciproco’ che ho imparato un concetto che poi mi ha sempre guidato negli anni: che l’identità non è uno scudo con il quale proteggersi e nascondersi dagli altri, ma è la conoscenza di sè che dà la forza di aprirsi agli altri senza paura di esserne travolti.

Se penso a quegli anni e quei momenti, con un po’ di nostalgia, certo, ma soprattutto con tanta gratitudine, mi viene in mente il profumo del pane appena sfornato. Un odore di cose semplici e genuine, ma che sono alla base della vita. Un profumo di vita.

Lo ‘schiaffo’ di Anagni

I carabinieri del Nucleo Anti Sofisticazioni (NAS), durante una perquisizione presso l’azienda Catalent di Anagni, hanno trovato ventinove milioni di dosi di vaccino Astra Zeneca, pronte per la distribuzione.

Dai primi accertamenti effettuati c’è il forte dubbio che quelle fiale fossero pronte per volare verso il Belgio o il Regno Unito, dove il processo di vaccinazione della popolazione procede a gonfie vele. Proprio dal Regno Unito, grazie al premier Boris Johnson, arriva la seconda notizia interessante della giornata di ieri, fortemente collegata alla prima. Intervenendo ad una iniziativa pubblica, il premier britannico, che è lo stesso che all’inizio della pandemia aveva evocato l’immunità di gregge come unica soluzione al dilagare del virus, salvo poi fare marcia indietro dopo essersi lui stesso ammalato gravemente, ha detto chiaramente che i successi del Regno Unito nella campagna vaccinale sono da attribuirsi, testuali parole, a “rapacità e capitalismo”.

Poco dopo, probabilmente rendendosi conto della gravità dell’affermazione, ha riconosciuto di aver sbagliato e ha chiesto di “cancellare questa frase dalla memoria collettiva“.

Ma, al di là del cinismo crudo e irricevibile della frase buttata lì, davvero quanto detto da Johnson è così sbagliato? Oppure la marcia indietro è dovuta al fatto che rappresenta una realtà che non si può e non si vuole rendere di pubblico dominio?

Rapacità, come dimostra la scoperta del Nas, non è in questo caso, secondo me, un sostantivo da mettere insieme all’altro, capitalismo, ma un aggettivo da unire al sostantivo. Capitalismo rapace, avrebbe dovuto dire il premier Johnson. Un capitalismo che non mette nessuna attenzione sulla giustizia, sulla equità e sul perseguimento della pace, ma che punta, proprio con rapacità e cinismo, ad accaparrarsi le risorse necessarie.

Lo stesso capitalismo rapace che vede nel commercio delle armi (è un’altra notizia di questi giorni il continuo proliferare di questo traffico) un’attività economica come le altre: e così, mentre da una parte vengono chieste sanzioni nei confronti dell’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen, dall’altra si continua a vendere le armi a questo Paese, ben consapevoli, immagino, che le stesse saranno utilizzate nella guerra che, a parole, si dice di voler fermare.

Da Anagni, dove si consumò il celebre ‘schiaffo‘ nei confronti di Papa Bonifacio VIII, arriva stavolta un duro, ennesimo e duplice colpo anche alla credibilità dell’Unione Europea. Il presunto traffico, se confermato, rischierebbe di mandare un messaggio devastante, relativo al fatto che chi esce dall’Unione Europea, così come ha fatto il Regno Unito, avrebbe più possibilità e più strumenti nella lotta al virus di chi resta dentro e rispetta alcune regole di collaborazione e di condivisione delle necessità e dei bisogni. Sicuramente, e questa è la cosa più grave, è chiaro il fatto che le istituzioni comunitarie, con il loro sistema infinito di regole e leggi, non sono state ancora in grado, nè più probabilmente lo hanno voluto, di creare un sistema di distribuzione tarato sulle reali necessità e ispirato ai minimi valori di equità, giustizia e cooperazione. Tanto che decine di milioni di dosi, in un momento nel quale dovrebbero tutte essere utilizzate nel modo migliore e nel tempo più breve possibile, sono quasi nascoste in un magazzino di uno dei Paesi fondatori.