Mancanza

“Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto nei sei pieno?

MARIO LUZI

I primi tempi del mio lavoro come operatore nei centri di accoglienza per migranti, mi meravigliavo, spesso anche con un certo fastidio, che le persone accolte si lamentassero in continuazione di non aver niente da fare, un lavoro, un’occupazione, ma che poi, nello stesso tempo, passassero buona parte del loro tempo sdraiati sul letto o a girellare nel piazzale antistante la struttura di accoglienza.

E’ stato solo con il passare dei mesi e con l’approfondimento della loro conoscenza che ho capito che la loro, prima ancora che di lavoro, di relazioni, di autonomia, era soprattutto una mancanza di senso, di un motivo reale per vivere quel determinato tempo in quel determinato luogo. Nessuno di loro aveva scelto di venire a vivere a Empoli, o nessuno dei loro compagni di camera, come prima non avevano scelto i propri compagni di viaggio. Il loro essere in quel luogo in quel momento era solo una lontana conseguenza della loro decisione iniziale di partire dal loro paese di nascita e soprattutto l’esito di una serie di casualità. Ecco quindi che l’obiettivo del nostro lavoro, una volta acquisita questa consapevolezza, diventava non tanto e non solo quello di aiutarli ad acquisire una formazione specifica, ad apprendere la lingua italiana ed eventualmente a trovare un lavoro, ma soprattutto scoprire e definire insieme il senso del loro essere qui.

Nel libro Memorie di una Geisha c’è una frase molto bella, della quale sono riuscito a comprendere bene il senso solo in questi mesi, che dice: “Al tempio c’è una poesia intitolata La Mancanza, incisa sulla pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate. Non si può leggere La Mancanza, soltanto avvertirla.”

In questo anno, ormai, di limitazione della libertà, di perdita di antiche abitudini radicate e di molte relazioni sociali, di distanziamento forzato, di tempo abbondante, ma spesso inutile, a disposizione ho capito finalmente il significato profondo di quella assenza di senso che avevo solo intravisto nei ragazzi con i quali avevo lavorato.

E’ una mancanza che fa perdere i punti di riferimento, che fa sperimentare un senso forte di inutilità e di precarietà, che fa capire quanto l’uomo sia definito come essere umano solo all’interno di una comunità che si riconosce e lo riconosce come tale.

Purtroppo ho abbondantemente superato la fase nella quale anche io ho pensato che da questa crisi saremmo potuti uscire migliori, perchè l’esperienza di questi mesi ha in non pochi casi dimostrato il contrario.

Sono però ancora dell’idea che possiamo in qualche modo utilizzare questo periodo per acquisire qualche anticorpo che ci consenta non solo di riempire questa insufficienza di senso, ma anche di saper vedere e riempire anche quella degli altri che ci vivono intorno, provando a testimoniare vicinanza e un po’ di calore.

E in questo senso mi colpiscono sempre molto le parole di Papa Francesco, così semplici da sembrare quasi banali ad una prima lettura, ma che poi diventano incredibilmente operative, non perdendo la loro semplicità, quando si provano a mettere in pratica. Nel messaggio pubblicato ieri per la 55° Giornata mondiale per le comunicazioni sociali, il papa ha sottolineato con forza l’importanza di andare a vedere con i propri occhi le varie situazioni che avvengono vicino o lontano da noi, per provare ad incidere personalmente nel loro cambiamento. Il messaggio è chiaramente rivolto principalmente ai giornalisti, ma è riferibile ad ognuno di noi: andare a vedere con i propri occhi richiede la fatica di mettersi in cammino e di non credere soltanto a quanto ci viene raccontato, di essere disponibile a modificare la propria idea iniziale, ma soprattutto di sentire la responsabilità, una volta vista la situazione, di testimoniarla agli altri e di assumere un impegno personale al suo cambiamento. Quante situazione di difficoltà, di disagio, economico, sociale, spirituale, morale ci sono vicino a noi? Ebbene, per riempire quella mancanza di senso, che ci fa sentire inutili e colmare quella degli altri, la strada è quella di non voltare la testa dall’altra parte, adesso anche con l’alibi della pandemia, ma di farsi carico, di incontrare quelle situazioni, di essere testimoni di prossimità e protagonisti di un cambiamento.

Prevenzione

Sapere.it

“Prevenire è meglio che curare.”

Poche volte come in questi mesi di pandemia ci siamo confrontati così continuamente con il significato più profondo della parola prevenzione. Perchè se è vero che evitare una malattia è sempre meglio che curarla, è ancora più evidente il fatto che prevenirla è l’unico modo per scampare da un male per il quale non esistono cure.

Letteralmente, ‘prevenzione’ significa il complesso di azioni volte a diminuire un rischio. ‘Complesso di azioni’: in fondo basta leggere la definizione del dizionario per capire che non è un’azione banale. In questo anno ormai, ci siamo resi conto di quanto limitare un rischio porta spesso con sè la conseguenza di aumentarne altri. L’isolamento è sicuramente la soluzioni migliore, soprattutto per le persone anziane, per evitare il contagio: ma l’isolamento prolungato per mesi porta alla solitudine, alla depressione, alla dispersione dei rapporti sociali. Non prolungare il lockdown e le chiusure indiscriminate ha consentito di non distruggere ulteriormente il nostro tessuto economico, ma dal momento della riapertura il numero dei malati è di nuovo aumentato. E di conseguenza quello dei morti. Il ricorso massiccio alla didattica a distanza è stato una scelta di responsabilità nei confronti dei giovani e soprattutto delle persone più fragili che vivono con loro, ma ha portato dei danni enormi, in termini di rallentamento dello svolgimento dei programmi scolastici, e di conseguenza di apprendimento da parte degli studenti, e soprattutto in termini di perdita di legami e di opportunità.

Bastano questi tre esempi per spiegare il senso della complessità delle azioni. Prevenire non comporta scelte nè uniche, nè semplici. Richiede l’individuazione di priorità e una coerenza e continuità delle azioni.

Speriamo almeno che il fatto di esserci dovuti confrontare con questa necessità in tempi drammatici ci aiuti a mantenerne e preservarne il valore anche in altri momenti.

Lungimiranza

“Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.”

JAMES FREEMAN CLARKE

Due giorni fa il governo guidato da Giuseppe Conte ha ottenuto una risicatissima maggioranza, che forse gli consentirà di andare avanti ancora qualche settimana o qualche mese, ma che molto probabilmente non gli consentirà di essere forte ed efficace, come invece sarebbe richiesto dall’Unione Europea, al fine di poter spendere attentamente l’enorme mole di risorse prevista per fronteggiare la crisi economica e sociale provocata dal Covid-19, e come soprattutto si aspetterebbero i cittadini italiani.

Non potrà farlo perché chi ha provocato questa crisi di governo non è riuscito neanche a fare quello che la frase di Clarke indica come abituale nei politici, cioè guardare alle prossime elezioni: se Matteo Renzi e Italia Viva, infatti, dovessero affrontare il giudizio degli elettori da qui a poche settimane è molto probabile che raggiungerebbero percentuali da prefisso telefonico, usando una simpatica affermazione che Renzi stesso, da segretario del Pd, amava utilizzare nei confronti dei partiti cosiddetti minori.

Se la situazione in Italia non va affatto bene, non si può dire, guardandosi attorno, che nel resto del mondo vada molto meglio, con la Germania alle prese con la complessa successione alla quasi ventennale leadership di Merkel e gli Stati Uniti, giusto per limitarci a due esempi, che stanno faticosamente superando la fase di passaggio fra i due presidenti. Una fase che nelle ultime settimane è sfociata in ribellioni e azioni violente anche nei luoghi istituzionali, che hanno davvero fatto temere il peggio.

Se la politica vive momenti così difficili, con una credibilità vicina allo zero in larghe fasce della popolazione, è sicuramente per le svariate situazioni di malcostume delle quali si sono resi protagonisti alcuni esponenti. Ma lo è ancora di più, io credo, per il fatto che la politica è stata spesso vissuta e interpretata esclusivamente come il governo del quotidiano, del contingente, complici anche una informazione in perenne diretta e la diffusione capillare dei social network. Ecco quindi che se l’orizzonte temporale con il quale si misura l’efficacia delle politiche si abbassa al livello di pochi minuti o poche ore, è piuttosto normale che lo sguardo del politico medio non sarà neanche rivolto alle prossime elezioni, ma appena al prossimo sondaggio.

Eppure, proprio in questa fase avremmo bisogno di statisti, che abbiano il coraggio di rivolgere lo sguardo ad un futuro che vada oltre alla quotidianità; ne avremmo bisogno proprio oggi, quando l’idea stessa di futuro ci appare così lontana da sembrare quasi irreale.

La lungimiranza è la capacità di capire lo sviluppo di una situazione e di prevederne le conseguenze, sfruttandole o prevenendole a seconda dei casi. E’ tutto il contrario, quindi, dell’improvvisazione e del piccolo cabotaggio. Anche per questo abbiamo alle spalle e purtroppo anche di fronte a noi tempi difficili: perchè persone lungimiranti, persone che immaginano un futuro e si impegnano per costruirlo, sembra proprio di non vederle all’orizzonte.

Sobrietà

Si usa dire che è ‘sobrio’ colui che non si ubriaca, perchè la sobrietà è la caratteristica, la dote, di colui che sa usare con moderazione le cose di cui dispone. Si potrebbero fare tanti esempi di come l’uso saggio dei beni facilita la loro condivisione: se vado ad una festa e non faccio per niente caso al numero delle persone e alla quantità di cibo, rischio di mangiare più del dovuto e di mettere in difficoltà il padrone di casa; al contrario se alla stessa festa mi servo con moderazione faccio in modo che il cibo sia a disposizione anche di chi eventualmente si presenterà con un po’ di ritardo. Lo stesso tipo di esempio lo si può fare di chi egemonizza una discussione non lasciando agli altri la possibilità di esprimere la propria opinione e di chi, viceversa, ascolta cosa hanno da dire gli altri ed esprime la propria idea con forza e determinazione ma senza imporla. Passando dal micro al macro, è facile fare l’esempio dell’uso, abuso e spreco di cibo, spesso importato, dei Paesi ricchi a fronte della scarsità endemica, purtroppo ancora attuale, di una bella fetta di mondo.

La sobrietà, quindi, è l’esatto contrario dell’individualismo e marcia invece a fianco della giustizia. Anzi, potremmo dire che la sobrietà riesce ad essere un valore riconosciuto solo quando l’individualismo spietato lascia la strada alla cura dell’altro, ad un’attenzione al prossimo, specialmente quando questo è scartato dalla società.

Se pensiamo alla politica di oggi, ma anche a una parte rilevante del giornalismo, per non parlare di ciò che spesso leggiamo sui social network, ci accorgiamo di quanto sarebbe necessaria la sobrietà nei giudizi, nelle affermazioni, nelle prese di posizione. In una società nella quale l’idea migliore non è quella meglio argomentata ma quella urlata più forte, chi prova a ragionare e a provare le proprie convinzioni rischia di passare per debole e antiquato.

Lo spettacolo che la politica nazionale sta dando in questi giorni sembra per l’ennesima volta dimostrare il contrario, ma sarebbe bello se il drammatico momento che stiamo vivendo portasse almeno in dote una rinnovata capacità di mantenere il controllo delle situazioni, eliminando il superfluo e andando il più possibile all’essenzialità delle cose.

Leggerezza

“Prendete la vita con leggerezza, chè leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”

ITALO CALVINO – Lezioni americane

L’incertezza, il senso di precarietà e di impotenza. L’isolamento forzato, l’impossibilità di vedere parenti e amici con la libertà alla quale eravamo abituati. Giornali e tg che, per larga parte, ci parlano della drammaticità del momento elencando i numeri progressivi dei morti e dei posti occupati delle terapie intensive.

Non possiamo sicuramente dire che in questi mesi non abbiamo argomenti per avere quel macigno sul cuore di cui parla Italo Calvino. La spensieratezza è ormai per molti un ricordo quasi sbiadito, del quale riusciamo a provare soltanto una malinconica nostalgia.

Non è il momento della frivolezza, i problemi del presente e purtroppo anche quelli che si prospettano per il futuro sono tali che non avere pensieri sarebbe probabilmente sintomo di stupidità.

Eppure oggi più di sempre abbiamo bisogno di leggerezza, non, appunto, nel senso di superficialità, di un inutile isolamento dal mondo e dalle sue difficoltà, ma riuscire a ‘vedere le cose dall’alto’, riuscendo a non farsi schiacciare.

Già, ma come? Non ho ricette nè soluzioni, ma mi vengono in mente due attività che per me si stanno rivelando utili.

Abbiamo appena detto che le notizie che ci vengono date in questo periodo vertono solo su un unico argomento, non come se fosse il più importante, come effettivamente è, ma come se fosse l’unico di cui occuparsi. Bene, non è così. Certo, guardandoci attorno anche oltre l’argomento Covid, non è che ci siano decine di notizie di cui rallegrarsi. Ma personalmente ho notato non soltanto che se abbiamo voglia di cercare altro riusciamo ogni tanto a trovare qualche ‘buona notizia’, ma anche che soltanto leggendo e approfondendo altri argomenti, anche non necessariamente edulcorati, riusciamo a rimettere nella giusta dimensione, sicuramente importante, ma non esclusiva, il ‘tema centrale’ del momento.

La seconda attività che a me ‘fa bene’ è quella di continuare a fare le cose che mi piacciono e che si possono fare nonostante la limitatezza del periodo: leggere, per esempio, o scrivere. Ma anche tenere i contatti con gli amici, seppure certo con modalità diverse rispetto a prima. E’ vero, sono attività che facciamo ormai da un anno e che ormai spesso ci hanno stancato. Ma, almeno per me, mantenere il contatto con le cose che amo fare mi dà la dimensione di un tempo che va avanti, certamente in modo diverso rispetto a prima, ma con gli stessi punti di riferimento e passioni.

Io però sono fortunato: ho un lavoro che mi consente di mantenere alcune relazioni sociali, ho degli hobby che danno continuità alle mie passioni congiungendo in qualche modo ciò che ero con ciò che sono. Ci sono tante persone che questa fortuna non ce l’hanno, che non hanno modo di coltivare relazioni perchè per loro il distanziamento è un obbligo di sopravvivenza e hanno degli hobbies che non possono praticare. Ci sono situazioni, poi, nelle quali davvero il peso di questo momento, dal punto di vista delle sue conseguenze, sanitarie ed economiche, è davvero troppo grande per poter alzare lo sguardo verso qualsiasi diversivo. In questi casi, davvero, non esistono soluzioni preconfezionate. Sono le situazioni nelle quali non basta l’individuo, ma serve una comunità.

Forse sta proprio qui la leggerezza di cui parla Calvino. Una leggerezza che non è la stupidità di chi disconosce la gravità del periodo, ma di chi riesce a planare dall’alto sui problemi, restando sopra, affrontandoli senza farsi schiacciare. Riuscire a non farsi schiacciare dalla realtà, per capacità o per bravura, consente due azioni imprescindibili in questo momento: quella di riuscire ad immaginare e a intravedere un punto di approdo e a vedere le situazioni nelle quali il macigno è proprio peso e c’è bisogno di qualcuno che condivida lo sforzo. Planare dall’alto, in questo senso, significa non chiuderci in noi stessi, ma riuscire a guardarci attorno, come hanno indicato anche Papa Francesco e il presidente della Repubblica nei lori discorsi di fine ed inizio anno.

Il tempo della semina

Quando ieri ho scritto il post concentrandomi sulla parola ‘unione’, non era ancora andata in onda l’intervista che Papa Francesco ha concesso al vaticanista del TG5 Fabio Marchese Ragona.

Ascoltandola stamattina, però, ho ritrovato, ovviamente espressi in maniera molto più chiara ed efficace di quanto avessi fatto io, alcuni dei concetti che avevo provato a sviluppare.

Ognuno di noi ha il diritto di avere il proprio punto di vista sulle varie situazioni, ha detto il Papa, e questi possono essere anche diametralmente opposti, fa parte della natura umana, ma oggi è il momento di ‘giocare’, di lavorare per l’unità. Oggi, in sostanza, non possiamo permetterci divisioni.

Bello, ma come si fa a riconoscere chi lavora per l’unità e chi per la divisione? In alcuni casi probabilmente è semplice, in altri decisamente più complesso. Ascoltando le sue parole, io credo che Francesco abbia fornito un indizio per scoprire sia gli uni che gli altri: ha invitato infatti a non anteporre il proprio interesse personale a quello collettivo e incitato ad utilizzare la parola ‘Noi‘ piuttosto che ‘Io’. Chi non è capace di dire ‘Noi’, ha detto rafforzando il concetto, non è all’altezza della situazione.

Se, come sempre, tutta la sua intervista mi è sembrata estremamente efficace e carica di valori, uno dei punti più alti è stato sicuramente quando, chiudendo questo argomento fondamentale, quello dell’unità, il Papa ha argomentato che “oggi è il momento della semina“, non della raccolta. E’ stata un’immagine veramente significativa, perché la semina richiede la scelta del tempo giusto, ma richiede anche pazienza e fiducia nel futuro. Chi semina sa che non tutto è nelle sue mani, può arrivare una gelata fuori stagione e rovinare il raccolto, ci possono esserci piogge eccessive oppure non esserci del tutto, ma colui che semina scommette comunque nel domani, fiducioso nel fatto che arriverà il momento della raccolta.

Riportando questo messaggio ai politici, ma anche ad ognuno di noi, il significato è chiaro: questo è il momento di essere uniti, chi pensa di speculare adesso sull’incertezza di molti è completamente fuori strada. Solo in questo modo possiamo avere la speranza che arrivi il tempo in cui potremo raccogliere ciò che oggi abbiamo seminato.

Unione

“L’unione fa la forza.”

Proverbio

http://www.youtube.com

Molti dei fatti di questi giorni, dalla crisi post elettorale negli USA alla paventata e probabile crisi di governo in Italia, indicano con chiarezza quanto la divisione, l’accentuazione delle differenze portata alle estreme conseguenze, produce spesso soltanto ulteriore caos e quasi mai un effettivo miglioramento delle condizioni di partenza.

Certo, al giorno d’oggi, con il prevalere e talvolta il dilagare degli individualismi personali e nazionali, parlare di ‘unione‘ può apparire una cosa da deboli, da persone senza spina dorsale. Ma io credo invece che sia l’unica strada per rimetterci in carreggiata e riprendere il cammino. Unione come capacità di mettere insieme, di valorizzare i punti comuni più che ciò che divide, il dialogo più dello scontro, il confronto, anche animato, più dell’autocelebrazione.

Viviamo in un continente che, con tutti i difetti visibili e al netto anche di quelli più nascosti, ha fatto, nel tentativo di unire, lo sforzo culturale, economico e politico più importante degli ultimi trent’anni. Chi ha voluto e contribuito a crere l’Unione Europea lo ha fatto consapevole della distruzione provocata dalle due guerre mondiali, con i loro bombardamenti, le lacerazioni, le centinaia di migliaia di morti, le deportazioni; lo ha fatto quindi nella forte convinzione che quei fatti non dovessero ripetersi, che l’Europa dovesse essere teatro di pace e di libertà e non di guerre e dittature.

Io non sono d’accordo con chi descrive l’epoca attuale paragonandola a quella di metà degli anni ’40 del secolo scorso: basta vedere le immagini o leggere qualche testimonianza di quel periodo per capire che la nostra situazione attuale, per quanto sicuramente precaria e drammatica, non è paragonabile al disastro di quei giorni. Eppure, pur con differenze notevoli, oggi come allora è necessario ritrovare le forze e le motivazioni per una ripartenza, per una rinascita.

Basta fare riferimento alla saggezza popolare per riconoscere che ‘l’unione fa la forza’, che quando siamo fragili e smarriti è solo insieme ad altri che troviamo le energie per sentirci più forti.

Chi ha ancora qualche dubbio provi a dare un’occhiata al video qua sopra e si chieda in quale personaggio si riconosce di più: nel militare che dorme, nel motociclista spazientito o nella coppia che litiga, in chi si protegge dalla pioggia o in chi cerca una strada alternativa? Oppure nel bambino che, all’inizio sfiorando il ridicolo, si mette a spingere l’albero stimolando la partecipazione di tutti e rendendone possibile lo spostamento? Qualunque sia il personaggio preferito sono evidenti due cose: che è sempre necessario qualcuno che prende l’iniziativa e che smuove gli altri dall’inerzia e che, soprattutto, per portare a termine l’impresa c’è bisogno dell’aiuto di tutti.

Responsabilità

“La responsabilità è ciò che attende fuori dell’Eden della creatività.”

NADINE GORDIMER

Scrittrice, premio Nobel per la Letteratura 1991

La ‘responsabilità’, nel suo significato letterale, è la possibilità o la capacità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento. Guardando indietro all’anno appena trascorso e provando a fare una facile previsione sul periodo che abbiamo davanti, possiamo dire che, seppur avessimo conosciuto questa parola e in buona parte fossimo stati già abituati a viverne il significato profondo, forse per la prima volta da decenni siamo stati costretti a dargli un significato univoco e collettivo: questa volta davvero il mio comportamento può avere conseguenze dirette sulla vita degli altri e il loro sulla mia.

Non è stato facile capire e far capire l’importanza delle protezioni individuali, sopportare i periodi di chiusura, sopravvivere ai colori dell’emergenza che stanno regolando la nostra possibilità di uscire e di avere una vita ‘sociale’ fuori dalla mura domestiche. Ci sentiamo fragili, impotenti, costretti ed impediti.

Eppure, dopo ormai dieci mesi nei quali abbiamo visto la parola responsabilità come il contrario di ‘libertà‘, forse oggi ci rendiamo conto che la prima è il miglior alleato della seconda, è l’unica strada per tornare ad essere realmente liberi.

La consapevolezza che il mio comportamento può avere un’influenza decisiva sulla vita degli altri ci ha fatto anche scoprire interconnessi, proprio nel periodo di più grande distanza fisica. Questa situazione è stata ben sintetizzata da Papa Francesco, quando ha detto che dalla pandemia e le sue conseguenze possiamo uscire soltanto insieme e non da soli.

Adesso a tutte le responsabilità dei mesi scorsi se n’è aggiunta un’altra, ugualmente importante: quella di vaccinarsi, quando sarà possibile, per proteggere noi e gli altri. Anche in questo caso il nostro comportamento avrà un impatto non solo sulle nostre singole esistenze, ma anche su quelle degli altri.

Sarebbe bello, e siamo ancora in tempo per riuscirci, se questo tempo così difficile e carico di inquietudine ci lasciasse la capacità di farci carico gli uni degli altri, in particolaredei più fragili, di coloro che hanno bisogno di aiuto.

Sarebbe bello se il ritorno alla libertà, che tutti auspichiamo e che sicuramente prima o poi arriverà, non fosse solo il ‘bomba libera tutti’ per una, seppur salutare, ubriacatura di spensieratezza, ma portasse con sè la consapevolezza ormai acquisita che la responsabilità è una dei cardini della convivenza civile e il fulcro dello sviluppo etico e morale di una comunità.

Il potere di un abbraccio

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Un abbraccio vuol dire “tu non sei una minaccia. Non ho paura di starti così vicino. Posso rilassarmi, sentirmi a casa. Sono protetto, e qualcuno mi comprende”. La tradizione dice che quando abbracciamo qualcuno in modo sincero, guadagniamo un giorno di vita.

Paulo Coelho – Aleph

Dando una lettura veloce agli ultimi messaggi ricevuti sul telefono ho verificato quanto, ad occhio e croce, più della metà finiscano con un gesto di affetto descritto a parole e, fra questi, “un abbraccio” sia senz’altro il più gettonato. Il primo pensiero che mi è venuto leggendoli è che le parole, specialmente quelle scritte, sono le ultime ad abbandonare le vecchie abitudini: se ci viene imposto, riusciamo in qualche modo a cambiare i nostri comportamenti, ma quelli a cui siamo più legati e che ci danno piacere, restano nei nostri pensieri, li continuiamo ad associare a qualcosa di bello e ad utilizzarli nelle nostre espressioni.

E’ quasi un anno, ormai, che non ci abbracciamo. Non lo facciamo assolutamente più fuori di casa, con gli amici e con i parenti ‘non congiunti’. Ma riusciamo spesso a farlo solo superando qualche disagio e preoccupazione anche dentro le mura domestiche. All’inizio di questa pandemia ci siamo detti, probabilmente più per autoconvinzione che credendoci realmente, che il distanziamento che ci veniva imposto era soltanto fisico, che non avrebbe influito più di tanto sul modo di approcciarsi fra di noi, sulle nostre relazioni. Il tempo invece ci ha ben presto dimostrato che il distanziamento, lo dice la parola stessa, crea distanza e la alimenta. L’uomo, anche se talvolta tendiamo a dimenticarcene, non è una macchina, che è programmata per abituarsi ad alcuni cambiamenti e che, soprattutto, non prova emozioni. Un anno di distanza forzata e di contatti ‘filtrati’ hanno provocato un cambiamento profondo nei nostri comportamenti e nella nostra psiche e spesso hanno portato tante persone ad isolarsi e ad accentuare alcune difficoltà di relazione.

Per chi come me è una persona ‘fisica’, che tende a dimostrare materialmente e con il contatto diretto i propri sentimenti, questo periodo è stato una vera tortura; ma del resto, ormai, anche coloro che generalmente ‘mantenevano le distanze’ ammettono sconsolati che il contatto fisico non è più così superfluo. Manca. Manca tremendamente, perché l’abbraccio è l’espressione più universale, generalizzata e autentica di affetto, di amore. E un sentimento senza espressione, inutile negarcelo, perde un bel pezzo della propria spontaneità.

La pandemia ci ha portati a sentirci dentro ad una perenne minaccia, impauriti, fragili, tanto che a molti questi mesi ‘fra parentesi’ sono sembrati addirittura non vissuti.

E’ per questi motivi che spero che uno dei regali più belli del nuovo anno sarà quello di tornare ad abbracciarci, ad aprirci agli altri sentendoci protetti e accolti. E’ solo così che potremo riprendere effettivamente a vivere e forse, piano piano, anche a recuperare un po’ del tempo perso.

Perchè in fondo è proprio vero che “nell’abbraccio – ciò che è stato spigolo, linea interrotta, groviglio – diventa di nuovo, come per miracolo, cerchio perfetto.”

Nuovi cittadini

Preso da un momento di sentimentalismo, probabilmente scaturito da questo periodo festivo, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, ieri ha postato le immagini dei nuovi nati nelle province della sua Regione dando loro un cordiale benvenuto. Finalmente un bel messaggio da parte del governatore, dopo le incredibili gaffe delle scorse settimane, come quella sugli anziani ‘non indispensabili’, riferita ai tanti over 70 morti a causa del covid-19.

Un benvenuto ai nuovi ‘arrivati’, che però non è passato inosservato al capogruppo della Lega in consiglio regionale, il quale ha prontamente ribadito che “non si può definire nè ligure nè italiano chi nasce sul territorio regionale o nazionale da genitori stranieri.” Una frase che ha suscitato polemiche ma che purtroppo rappresenta la realtà dei fatti, oggi, nel nostro Paese.

Nonostante l’impegno di tante persone, movimenti, associazioni, si pensi per esempio alla campagna “L’Italia sono anch’io”, i nostri parlamentari non sono mai riusciti a trovare i numeri sufficienti, all’interno dell’assemblea legislativa, per approvare un cambiamento normativo che garantisse la cittadinanza ai bambini nati da genitori stranieri residenti in Italia da un determinato periodo di tempo.

Ad oggi, quindi, il consigliere regionale Stefano Mai, questo il nome del capogruppo della Lega nell’assemblea ligure, ha tristemente ragione. C’è da augurarsi, ma mi permetto di avere qualche dubbio a riguardo, che la polemica che la sua affermazione ha provocato riesca a riportare al centro del dibattito politico un tema così importante.

Personalmente continuo a pensare che il riconoscimento della cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri che risiedono da tempo nel nostro Paese rappresenti un passo fondamentale per la crescita serena di questi bambini in condizioni di uguaglianza rispetto ai loro coetanei. Tale riconoscimento, fra l’altro, costituirebbe anche l’antidoto migliore per contrastare pericolose derive razziste e quella sensazione di frustrazione e di isolamento che può portare alcuni giovani, una volta cresciuti, a sentirsi esclusi da qualsiasi percorso di inclusione e a coltivare, nelle peggiori situazioni, un sentimento di rabbia e di rancore nei confronti di una società che, ai loro occhi, li ha messi ai margini.

Al capogruppo Mai, che parla della necessità di “difendere le nostre tradizioni e la nostra identità“, vorrei chiedere a quali si riferisce, visto che io, per esempio, italiano per tutto l’albero genealogico, mi sento parecchio lontano dalle tradizioni e dall’identità del leghista medio.

Ammesso che non si riferisca alle varie ampolle contenenti l’acqua del Po di lontana leghista memoria, che ormai, fortunatamente, incontrano le simpatie di qualche buontempone, vorrei tranquillizzare Mai dicendogli che l’identità di un popolo si misura spesso con la sua capacità di confrontarla con quella degli altri e che, restando all’argomento, sarà molto più semplice mostrare le nostre tradizioni e la nostra identità ad un bambino facendolo sentire parte di una comunità che tenendolo forzatamente e inspiegabilmente fuori da questa.

Quello della cittadinanza è un tema troppo importante e complesso per banalizzarlo con slogan, frasi fatte e tutto il resto dell’armamentario populista. La cittadinanza si concretizza con il pieno riconoscimento dei diritti civili e politici: credo sia giunto il momento, e a dire la verità penso che sia giunto da tempo, per fare finalmente un dibattito libero e aperto su quali siano i requisiti che una persona deve osservare per poterne godere. Sarebbe forse l’occasione nella quale politici come il capogruppo Mai ci potrebbero spiegare come mai un bambino nato in Italia e che qui crescerà, studierà e affronterà la propria vita non può ambire al pieno riconoscimento dei propri diritti.