L’alibi della storia e la (cruda) realtà

Il presidente Biden, ieri, è intervenuto nuovamente sulla situazione in Afghanistan, sostenendo che la storia gli darà ragione.

Ho dei dubbi sul fatto che abbia ragione, mi sembra più evidente che si affidi ai giudizi della storia chi sa di avere la condanna del giudizio presente, della cronaca.

E la cronaca di oggi dice, lo affermano gli esperti delle Nazioni Unite, che l’Afghanistan sarà alla fame in poche settimane. Tutta colpa di Biden, allora? Assolutamente no, certo, ma ad essere onesti neanche tutta colpa dei talebani, che hanno fatto il loro tetro ritorno al potere pochi giorni fa. Le colpe maggiori, probabilmente, sono di coloro che non sono riusciti, o non hanno voluto, utilizzare questi vent’anni per stabilizzare il Paese e dargli delle chance di futuro e di libertà. Non solo dai talebani, ma anche dagli interessi occidentali.

Viviamo tempi difficili, nei quali avremmo bisogno di testimoni, più che di soloni.

Gino Strada un testimone lo era: attivo, coerente e lucido. E il fatto che nessuno dei Ministri in carica abbia voluto rendergli omaggio alla camera ardente allestita a Milano descrive meglio di mille parole i tempi sconnessi che stiamo vivendo: una scelta talmente inaccettabile da apparire quasi oscena.

In questo contesto appare difficile credere alle parole del presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, che ieri ha detto che, nonostante le inquietudini del tempo presente, un nuovo umanesimo è possibile. Non bisogna perdere la speranza, certo, ma mantenere un sano e doveroso realismo.

E a proposito di Speranza, ieri il Ministro della Salute ha detto che la pandemia deve servirci da lezione e che dobbiamo tornare ad investire sul servizio sanitario nazionale. Giusto! Ma, se non vogliamo che anche su questo il giudizio sia affidato alla storia, dobbiamo muoverci adesso, con dei fatti conseguenti alle parole spese.

Tre insegnamenti dalla situazione afgana

Dalle drammatiche vicende afgane mi sembra che emergano almeno tre insegnamenti importanti.

Il primo e forse il più evidente è che uno Stato non si crea con una guerra e con una successiva occupazione armata. Con una guerra, al massimo, si può sconfiggere un nemico. Quasi mai annientandolo, peraltro, come le vicende di questi giorni stanno dimostrando. Per la creazione di uno Stato libero, oltre alla sconfitta del tiranno, servono anche altri fattori, come la condivisione di valori comuni e il rispetto per le diversità che lo compongono.

Il percorso che porta a condividere valori e a rispettare le differenze, però, ed è il secondo insegnamento, è un percorso lungo, che non si abbrevia in alcun modo con il ricorso alle armi. A chi si opponeva all’intervento armato americano e poi della Nato in Afghanistan nel 2001, sostenendo che la democrazia non si esporta, e tanto meno con la forza, veniva spesso risposto che eravamo dei sognatori utopistici perché credevamo ancora nella forza e nella fatica del dialogo e della ribellione della maggioranza spesso silenziosa. Ci veniva detto anche che la costruzione di un’alternativa democratica dal basso avrebbe richiesto anni, mentre in quel momento era necessaria un’azione rapida e definitiva. Dopo vent’anni, ora che i talebani sono di nuovo al potere, è chiaro a tutti che quella risposta non è stata né rapida né definitiva, semplicemente perché la risposta a problemi complessi non prevede scorciatoie.

Il terzo insegnamento è che la libertà richiede libertà. Già nel 2006 le organizzazioni presenti in Afghanistan avevano condiviso un documento nel quale chiedevano di trasformare l’intervento occidentale, aumentando il ruolo delle organizzazioni che si occupano di sviluppo e di cooperazione e diminuendo quello dei militari. L’obiettivo di questa richiesta era proprio quello di favorire la crescita e lo sviluppo di una società civile autonoma, capace di porre fondamenta solide sulle quali costruire una società nuova e pacificata. Purtroppo quella richiesta non venne accolta e si preferì continuare a raccontare la retorica della libertà consegnata dagli eroi sui carri armati.

È evidente che questi tre mesi insegnamenti non siano ormai utilizzabili nel contesto afgano, ormai indirizzato verso un orizzonte del tutto nuovo e ancora non decifrabile. È altrettanto chiaro, però, che dovremmo fare tesoro di queste tre lezioni per evitare di trovarsi anche in futuro in un pasticcio inestricabile come quello che stiamo vivendo.

Bambini che ridono

Perché i bambini ridono tanto e spontaneamente? Perché non conoscono ancora i problemi della vita? Niente di più sbagliato. I problemi dei bambini sono proporzionati alla loro età, nel migliore dei casi, ma non per questo sono meno importanti di quelli degli adulti.

E allora, perche? I bambini ridono perché sono puri, perché hanno ancora dentro di loro un vago ricordo di Dio, perché sentono l’amore intorno a loro e di potersi fidare. Ecco perché forse dovremmo rivedere il nostro concetto di maturità, non come un percorso verso la seriosità, ma come un ritorno alla purezza del sorriso.

I bambini, quando arrivano, portano gioia per lo stesso motivo per il quale ridono: perché portano un alito di Dio sulla terra, perché sono una promessa di futuro e una traccia di immortalità.

Alla fine l’immortalità, forse, è proprio questa: la continuità dell’umanità nello sguardo innocente di un bambino.

Mani

Quattro mani a proteggere una vita che nasce. Non si vedono i volti, perchè in fondo quelle mani sono quelle di tutti coloro che aspettano con amore una nuova nascita.

Certo la loro posizione, che ricorda la forma del cuore è un po’ sdolcinata, forse eccessiva. Fa pensare in qualche modo a quell’abitudine un po’ costruita dei giocatori di calcio, che spesso disegnano con le dita quella stessa immagine dedicando il gol alla persona amata probabilmente seduta in tribuna.

Ma anche se un po’ eccessiva quella posizione, quel cuore disegnato, è comunque un immagine di quell’amore immenso, fino a quel punto mai neanche immaginato, che lega ai figli prima ancora della loro nascita.

E’ un’attesa, ma nello stesso tempo anche l’inizio di una scoperta, di un imparare ad accudire la vita, che non finirà con la nascita, ma che in qualche modo ha in quel momento il suo compimento più grande.

Le mani sono una sopra all’altra, accoppiate, quasi come una promessa di eternità. Ed in fondo è proprio così, perché al di là di cosa destinerà loro la vita, quando due persone hanno un figlio in comune, la loro vita sarà comunque sempre connessa e almeno quel legame sarà inscindibile per sempre.

Eternità

L’eternità non ci appartiene, ma ne facciamo parte,

nell’infinita continuità delle generazioni:

il senso dell’essere parte di un tutto.

L’egoista finisce con se stesso la sua vita solitaria,

chi ama, invece, dona quel pezzo di sé

che continua a vivere negli altri.

Valori

L’amicizia è un valore, perché rende migliore ogni essere umano.

L’amore, perché lo completa.

La stima di chi ci vuole bene, perché ci fa guardare allo specchio con occhi più clementi.

Il rispetto, perché ci fa dialogare fra ‘diversi’.

Il tempo, perché non torna indietro e va goduto e vissuto per quello che ci è dato.

Dar valore ai valori, è questa la vera ricchezza.

La bellezza di ciò che siamo

La bellezza di ciò che siamo,

oltre il giudizio della gente

e la difficoltà di accettarci,

di amare anche i nostri difetti.

Siamo meglio di come ci vediamo,

la perfezione non esiste,

esiste la nostra realtà,

unica e irripetibile.

Accettarci come siamo,

è quella la nostra perfezione

e l’inizio della strada per migliorarci ancora,

lungo le strade della vita.

Come salvarsi?

“Nessuno si salva da solo,

o ci salviamo in comunità o non ci salviamo.”

PAPA FRANCESCO

Una comunità è un insieme di persone unite fra loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni.

Per far parte di una comunità, quindi, non è sufficiente viverci dentro, ma è fondamentale riconoscersi in essa, sentirsene parte. Se questo non succede, le persone pur essendo fisicamente all’interno di un gruppo, agiscono individualmente, entrano in competizione e vivono la situazione per la quale il proprio successo dipende in parte o del tutto dalla sconfitta degli altri.

Le parole di Papa Francesco, ad una prima lettura, sembrano quelle di un nonno che si rivolge ai nipoti dandogli dei consigli morali su come vivere la propria vita. Se si analizzano più in profondità, però, oltre agli stimoli individuali che restano tali in tutta la loro importanza, questi pensieri assumono la statura e l’importanza delle convinzioni espresse da una persona che, al di là del credo religioso di ognuno, resta una delle più importanti e influenti del mondo.

Vediamo ogni giorno come la comunità globale è sempre meno una comunità così come l’abbiamo definita, ma un insieme di Paesi che si scontrano e competono fra loro più o meno sotto traccia. Lo vediamo nella sostanziale inutilità pratica di organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, nate proprio per accompagnare la nascita e il rafforzamento di una comunità internazionale, la fatica di altre, come l’Unione Europea, a porsi come soggetto riconosciuto anche in contesti internazionali più ridotti. Lo vediamo, come nella cronaca di questi giorni, nelle operazioni di spionaggio messe in atto dai servizi segreti di alcuni Paesi nei confronti di alcuni leader mondiali per determinare il loro successo a danno di altri o la loro caduta. Nelle guerre che, nell’interesse di pochi e nell’indifferenza di molti, provocano sofferenze enormi a centinaia di migliaia di persone. Nella ricerca spasmodica di vaccini, condotta nell’indifferenza più cinica nei confronti di intere popolazioni che ancora non ne hanno avuto accesso se non a pochissime e insufficienti dosi.

Come uscire da questa condizione? Le parole di Papa Francesco indicano una strada: nessuno può uscirne da solo, l’individualismo porterà soltanto al passaggio da un’emergenza a un’altra, da una competizione all’altra. Solo definendo finalmente i rapporti sociali e i valori che devono tenere insieme la comunità umana possiamo giungere ad una salvezza collettiva, scongiurando l’esito finale di una lotta di tutti contro tutti che potrà essere soltanto quello di una sconfitta globale.