Dare senso al tempo

Mai come in questo periodo abbiamo del tempo a disposizione, ma, allo stesso modo, mai come oggi ci sembra di sprecare quello che abbiamo a disposizione. E questo succede, molto semplicemente, perchè il tempo non è solo lo scorrere inesorabile delle ore; quello che dà senso al nostro vivere è avere un motivo per alzare la testa, per superare il tempo presente e proiettarlo nel futuro. Avere un progetto, insomma.

Proprio vivendo questi giorni monotoni e talvolta vuoti riesco adesso un po’ a comprendere l’atteggiamento che ho visto spesso in alcuni dei ragazzi richiedenti asilo con i quali lavoro. Quante volte il loro ‘ciondolare’ fra le varie stanze della struttura, la loro apatia, la loro difficoltà ad essere assorbiti da qualcosa mi ha dato fastidio e mi ha fatto arrabbiare. Eppure sono passati da situazioni, storie incredibili, pensavo, perchè non si danno da fare per conquistarsi un futuro? Oggi capisco che, quando veniamo proiettati in un mondo così diverso da quello nel quale siamo abituati a vivere, non è facile orientarsi e rimettersi subito in cammino. ‘Imparate, studiate l’italiano!’, ho detto loro centinaia di volte. Certo, vero, è importantissimo, ma se è legato ad un obiettivo, ad un progetto. Ad un lavoro, in questo caso. Altrimenti perchè un giovane, spesso poco scolarizzato, dovrebbe buttarsi in un’avventura così difficile?

Potrebbe sembrare indulgenza nei loro confronti, classica di un buonista patentato, ma, se indulgenza si tratta, è solo nei miei confronti, impegnato a vivere questi giorni monotoni. In realtà è solo la consapevolezza che il tempo non è un valore in sè, ma lo è nella misura in cui riusciamo a trovare qualcosa per la quale valga la pena vivere bene l’oggi e preparare il domani.

La luce e la verità

Dei momenti più importanti della nostra vita, individuali e collettivi, ci ricordiamo tanti particolari, talvolta anche insignificanti. Io, per esempio, ricordo bene dove ero e cosa stavo facendo il giorno in cui crollarono le Torri Gemelle o, alcuni anni prima, il giorno dell’attentato in cui perse la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta; di quel giorno ricordo addirittura cosa stavo facendo quando iniziò l’edizione straordinaria del TG1. A livello individuale ricordo perfettamente dove ero e cosa stavo facendo pochi minuti prima della corsa in ospedale per la nascita delle mie figlie.

Andando a ritroso nel tempo, ricordo con precisione il giorno in cui suor Maria Grazia Caputo, la suora salesiana fondatrice dell ong Vides, con la quale ho fatto diverse esperienze di volontariato internazionale, venne a Empoli per incontrare i genitori dei giovani volontari che l’estate precedente erano partiti per diverse destinazioni, soprattutto in America Latina. Era il 1995, un giorno di autunno, e io non avevo nessuna intenzione di seguire le orme di mio fratello, tanto che, ad esplicita domanda di Maria Grazia, risposi che non volevo assolutamente fare un’esperienza analoga. Alla fine di esperienza analoghe ne ho fatte tante e il Vides e suor Maria Grazia hanno segnato la mia vita come niente e nessuno prima (e neanche dopo).

I momenti importanti, soprattutto quelli, belli, soprattutto quelli di incontro con Dio, perchè questo è stato questo incontro che ha cambiato il corso della mia vita, si ricordano perchè portano alla luce la bellezza della vita e dell’incontro. Portare alla luce. Cosa merita di essere portato alla luce? Sicuramente una cosa bella, che non vogliamo tenere nascosta e che, al contrario, vogliamo mostrare a tutti. Eppure ci sono delle cose che sentiamo bellissime, ma che facciamo fatica a mettere in evidenza. Quali sono queste cose e perchè ci costa tanto evidenziarle? Sono quelle cose che sono in contraddizione con il pensiero dominante e che per mostrarle agli altri dobbiamo mettere in discussione il sistema di valori e le convinzioni di chi ci sta intorno. Devo la mia crescita umana e spirituale alla mia esperienza con le ong, lavoro per una cooperativa sociale che, fra le altre cose, si occupa dell’assistenza ai migranti richiedenti asilo, servizio nel quale lavoro. Ong, cooperative sociali, migranti: esiste adesso in Italia, o per meglio dire esisteva prima dell’arrivo di questa pandemia, qualcosa di più malvisto, criticato e deriso delle ong, delle cooperative sociali e soprattutto dei migranti e di ciò che gira attorno all’accoglienza? Eppure io sono fiero del mio passato e sento di fare un lavoro che mi soddisfa e mi appaga come pochi altri sarebbero in grado di fare. Sono fiero e appagato ma fare luce su questi aspetti oggi è difficile e richiede la fatica di andare controcorrente.

E’ proprio in questi momenti di combattimento fra ciò che sarebbe giusto fare e ciò che riesco che mi interrogo su cosa mi impedisce di ‘fare verità’. Soffro della mia incapacità di essere coerente fra ciò che vivo e quello che professo. Ma in realtà credo di soffrire soprattutto per la mia ambizione frustrata di essere onnipotente e di avere una spiegazione plausibile per tutto ciò che mi gira intorno. Spiegazione che talvolta non c’è o che, io credo profondamente, è inserita all’interno di un disegno, di un progetto, più grande di me e della mia capacità di comprenderlo. La serenità alla fine, almeno per me, sta nel comprendere che all’interno di quel progetto e di quel disegno ci sto anche io, che devo compiere fino in fondo il mio dovere, di pedina, certo, ma di pedina unica e irripetibile. Ma che devo anche accettare che la pedina non è la scacchiera ma è ‘solo’ una parte fondamentale di essa.

Fra il dire e il fare

Ho sempre cercato di vedere e di vivere la mia fede in Dio come un dono e non come un elemento di superiorità nei confronti degli altri e soprattutto i chi non crede. Un dono, non un merito.

Nonostante o forse proprio per questo, avverto forte il fatto che il mio credere non si possa limitare ad un’affermazione, ma che si debba concretizzare in delle scelte, in delle azioni concrete di amore verso il prossimo. Sono consapevole di non riuscirci, della mia limitatezza, ma ho chiaro quello che vorrei essere, come persona e come persona che crede. In questo senso le esperienze di volontariato, le scelte di attenzione nei confronti del prossimo sono state un tentativo, talvolta maldestro, di rispondere a questa chiamata in causa da parte di Dio.

Facile da dire così, manca solo di cercare lo spazio libero nel quale attaccare la medaglietta. Ma in realtà non è mica tutto così scorrevole. Sono state tante le volte nelle quali avrei potuto dare, ma ho preferito stare fermo, esserci, ma ho preferito i miei comodi. Bando all’eroismo retorico:sono tante le situazioni nelle quali non riusciamo a concretizzare le scelte conseguenti alla fede che affermiamo. Ma forse, voglio pensare, anche i momenti nei quali prendiamo consapevolezza di aver voltato lo sguardo da un’altra parte sono piccole tappe di una crescita, umana e spirituale.

Talvolta, però, succede anche di vivere quella coerenza. Oggi succede in particolare quando riusciamo ad uscire dalla preoccupazione individuale, che ci fa chiudere dentro il nostro io disinteressandoci degli altri, e allarghiamo la nostra preoccupazione, ma anche e soprattutto la nostra azioni a chi sta intorno a noi, soprattutto alle persone più fragili. E’in quei momenti che anche la nostra fede assume un senso compiuto, non è solo un vuoto proclama, ma qualcosa di vivo che cambia la nostra vita e quella degli altri.

In tutto il mondo

Ho avuto la fortuna di ‘vivere’ all’interno di un ONG che ha fatto proprio il brano del Vangelo che dice “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”. Lo ha fatto con coerenza e rispetto, in punta dei piedi ma senza tentennamenti. Lo ha fatto tramite le suore salesiane e tramite tanti giovani, i quali, questi ultimi, sono spesso andati ‘in terra di missione’ alla ricerca di un’esperienza forte e sono tornati avendo (ri)scoperto se stessi, le loro capacità e ricchezze.

Le esperienze con il VIDES mi hanno confermato che il mondo intero non si gira da soli, ma con il contributo di tutti, ci vuole un po’ di coraggio e talvolta anche un po’ di sana incoscienza, ma che alla fine si viene ripagati con qualcosa di ben più grande di quello che abbiamo dato. E che si torna a casa con la consapevolezza di essere stati piccolissimi, ma utili, collaboratori di Dio.

La forza di ricostruire

Quando rimetteremo la testa fuori da casa dovremo cominciare una faticosa opera di ricostruzione, che richiederà molta attenzione perché avremo, economicamente ma non solo, poco spazio per le cose superflue e dovremo darci delle priorità su cosa e come ricostruire.

Mi piace molto, in questo senso, citare una frase che dice “Non si chiude un abisso con l’aria”. La delusione di questo momento nei confronti di Dio, che ha permesso questo, o del caso, che ci ha così duramente voltato le spalle, dovrà lasciare il posto all’operosità e alla passione nei confronti dell’uomo, del prossimo.

Nel giro di morte provocato da questo virus non ci sono stranieri e autoctoni, ricchi o poveri, privilegiati o vittime; ben pochi sono i Paesi che non hanno dovuto averci a che fare. Questo fatto è in sé, nello stesso tempo, una grande occasione e un grande rischio: l’occasione di lavorare veramente e finalmente insieme per il bene comune, il rischio di intraprendere una inutile e definitiva guerra fra poveri.

Siamo di fronte ad un bivio. (Anche) a noi la scelta.

Senza sosta

Le radici si intrecciano fra loro, e anche quando vengono per un periodo divise cercano il modo di riavvolgersi e di tornare insieme.

Omar era un ragazzo sudanese. Non molto alto, folti capelli ricci, quando andai a prenderlo nel luogo fissato con i bus che portavano in questo territorio lui e altri richiedenti asilo, aveva uno sguardo impaurito e disorientato.

Era notte, gli arrivi avvenivano tutti la notte affinchè la gente non vedesse lo spettacolo e venisse ulteriormente alimentatala rabbia contro i migranti. Faceva freddo, nonostante la primavera ormai inoltrata. Una fredda notte stellata.

Fatte le prime presentazioni, in quella lingua universale fatta di segni e di brevi ma sentiti contatti fisici, feci salire Omar e altri due suoi connazionali sulla mia auto e partimmo alla volta di Empoli.

I tre non parlavano una parola non solo di italiano, ma neanche di inglese. Erano stanchissimi e durante il viaggio non parlarono neanche fra loro. Soltanto con Omar, che sedeva accanto a me, ci scambiammo qualche sguardo e sorriso che provava, almeno da parte mia, ad essere rassicurante.

Arrivammo a quella che avrebbe dovuto essere la loro nuova casa che era quasi mattina. Entrai nella struttura, mostrai ai tre la loro camera e il bagno e li salutai, promettendo di continuare l’indomani il giro della struttura e soprattutto la presentazione degli altri ospiti.

Ma il giorno dopo, quando arrivai, loro non c’erano già più. Solo due ospiti più mattinieri li avevano visti andar via, con indosso solo le poche cose che avevano al loro arrivo. Dal kit che avevamo preparato per loro avevano preso solo due coperte e due asciugamani.

Dove dovevano andare così rapidamente da non potersi neanche concedere qualche ora di sonno dopo un viaggio pericoloso ed estenuante?

L’esperienza successiva mi ha insegnato che spesso chi scompare così rapidamente ha una destinazione già definita, anche se a lui completamente sconosciuta: il luogo dove vivono i fratelli o qualche altro elemento della famiglia ristretta. In Francia, in Germania, o in qualche Paese del nord dell’Europa. E per avere qualche possibilità di arrivarci è fondamentale far perdere le proprie tracce prima di essere identificati formalmente e di aver presentato la richiesta ufficiale di protezione internazionale.

Eccole le radici, che lavorano incessantemente per potersi riavvolgere fra di loro. Anche a costo di diventare invisibili, clandestini. E che portano dei giovani sudanesi a confondersi fra la gente in quello che per loro è sicuramente solo un puntino nel bel mezzo del pianeta.

Stare nella gioia

La gioia è un sentimento forte, di completa e totale soddisfazione. E’ qualcosa che non si conclude in un attimo. Com’è possibile oggi, quindi, stare nella gioia e restare in essa? E’ una cosa da sognatore dissociato dalla realtà? Sento le mie bambine che giocano con Nicholas nella stanza accanto e, anche se so benissimo che fra poco inizieranno a litigare, l’incantesimo si spezzerà e dovrò smettere di scrivere, è proprio il loro giocare a spiegarmi cosa voglia dire stare nella gioia e quali sono le condizioni per restarci.

La prima condizione è avere qualcuno con cui stare. Lo sentiamo con forza in questi giorni, fra le cose che ci mancano di più la prima è sicuramente lo stare con gli altri. Perché è vero che qualche volta abbiamo bisogno dei nostri spazi, è una sensazione che provo spesso nella mia famiglia numerosa e allargata, ma i nostri spazi esistono, e ne sentiamo il bisogno, proprio perché esistono gli altri, altrimenti perderebbero il senso del loro esistere. Spesso quando siamo soli passiamo piacevoli momenti di relax, ma è solo insieme agli altri che completiamo noi stessi.

La seconda condizione per stare nella gioia è sentirci protetti, sapere che ogni giorno della nostra vita, in qualsiasi momento, c’è qualcuno che ci ‘guarda’ e ci porta con sé, non per controllarci ma per seguire e accompagnare il nostro percorso. Succede con i figli, ci succede da figli, ma ci succede anche con le persone che amiamo.

In attesa di una rinascita

Questo tempo ci lascia impotenti perché non possiamo fare quanto vorremmo per modificare la situazione: non possiamo tornare indietro alle nostre sicurezze di prima, sono passate poche settimane e sembra passato un secolo. Del resto anche andare avanti ci fa paura, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro e in questo momento le premesse non ci sembrano così entusiasmanti.

In questi giorni di fine Quaresima mi viene da pensare che anche Gesù è stato tradito da un bacio. Anche in questo particolare sento una vicinanza con i nostri giorni nei quali anche i gesti di affetto ai quali sono più legato, gli abbracci, i baci possono rivelarsi tragici tranelli, per noi e per gli altri.

Eppure anche oggi il Sabato Santo, che ogni anno è un giorno stra-ordinario, di impotenza e di sospensione, di un Dio che muore e ci lascia attoniti e in attesa, anche oggi, dicevo, il Sabato Santo indica una direzione e dà speranza. Perché dopo la morte, l’impotenza e la sospensione è arrivata la Risurrezione, la rinascita.

Non torneremo indietro, niente sarà più come prima, ci ripetiamo un po’ disorientati; ma ripartiremo. Ripartiremo, anzi, a patto di non tornare indietro, di scoprire e tenere stretto anche quello che di buono questa esperienza drammatica ci sta lasciando.

Il peso dell’amore

M. è esuberante, canta, balla e salta, ha una voce potente e forte. M. non ama stare da sola, ama il contatto fisico, l’abbraccio stretto, essere ‘al centro’ della vita di tutta la famiglia. Quando è in casa la sua presenza si nota, è forte; quando tutti siamo costretti in casa 24 ore al giorno la sua presenza è dirompente. In questi giorni di confinamento forzato dentro casa, con la necessità di trovare degli spazi per lavorare, la convivenza con lei è difficile, perché la sua esigenza di considerazione stride con la situazione contingente. E’ proprio in questi momenti che si sente il peso dell’amore. Pesantezza come difficoltà di viverlo, in dei momenti. Ma anche nel senso positivo del termine. L’amore per i figli è un amore pesante, enorme. Che niente e nessuno può essere capace di smuovere e modificare.  

Partendo da questo minimo esempio di pesantezza dell’amore possiamo lontanamente immaginare il peso dell’amore di Gesù nei nostri confronti, un amore così grande da arrivare fino al dono della vita il venerdì santo. E’ questa pesantezza che ci racconta il Vangelo di oggi. La consapevolezza di andare incontro alla derisione, alla condanna, agli schiaffi e gli sputi e poi alla morte. La consapevolezza, ma anche la perseveranza.  Sarebbe bello riuscire a sentire il carico di sofferenza e di inquietudine che Gesù ha provato quando si è preso carico della sofferenza di tutti, per amore dell’uomo. Possiamo assaggiarne una minima parte quando ognuno di noi si trova a vivere uno dei piccoli inconvenienti del nostro amore limitato.

Fare Pasqua

“Farò la Pasqua da te con i miei discepoli”, fa dire Gesù “ad un tale” nel Vangelo.

Quel tale, oggi, sono io, siamo noi. Oggi Gesù viene a dirmi che farà la Pasqua con me nonostante le limitazioni di questo periodo; e che la farà insieme ai suoi discepoli, all’intero popolo di Dio. E me lo dice soprattutto in questi giorni nei quali è così difficile sentirsi in comunione con Dio e i fratelli, nei quali ci sentiamo persi.

Quando mi rendo conto che mi sono perso o che sto per farlo, tendo a muovermi in maniera vorticosa e irrazionale, come un pesce fuor d’acqua, fino a quando, ma purtroppo non sempre succede, non mi rendo conto che per ritrovare la strada non è sempre conveniente continuare a camminare; qualche volta è più conveniente fermarsi e tirare fuori la Bussola.

La leggenda racconta che la bussola sia stata inventata da tale Flavio Gioia. Ecco, vorrei che fosse questo il nostro nome in questi giorni. Gioia. La gioia di aver trovato una Bussola in grado di guidarci in questi giorni difficili.