Con il dito e con il cuore

Ora di pranzo, zona scolastica, qualche centinaio di ragazzi esce nello stesso momento e si riversa sul marciapiede, raggiungendo ognuno il proprio mezzo o il proprio accompagnatore. Esco dall’auto per farmi vedere meglio e più rapidamente dalle mie figlie e proprio in quel momento incrocio lo sguardo, e l’orecchio, con due ragazzine che parlano fitto e colgo una che dice all’altra: “Ha toccato il cielo con un dito.” Pur non sapendo, ovviamente, chi fosse la persona in quella situazione di felicità assoluta mi ha colpito e stupito l’utilizzo di una frase che ritenevo, chissà perché, ormai in disuso, almeno fra i giovanissimi.

Toccare il cielo, fin dai tempi antichi, significa uno stato di gioia così assoluta da sfiorare la beatitudine, il contatto addirittura con la divinità. Da qui, a quanto ne so, il riferimento al cielo, luogo per antonomasia di residenza degli dei. Raggiungerlo con il dito, poi, significa essere così vicini a quella beatitudine da poterla addirittura toccare. Che bellezza. Che bello che ci sia qualcuno che anche in un periodo nuovo e particolarmente complesso, come quello che stiamo vivendo, che riesce a vivere e a mostrare una felicità così totale. E che meraviglia che a provare questo sentimento, almeno per quello che ho potuto intuire dal tono della conversazione, sia un giovane, un adolescente, proprio oggi che i giovani sono sicuramente una delle fasce della popolazione più ferite e derubate da questo maledetto virus.

Tornato a casa abbiamo pranzato e subito dopo mi sono rimesso a lavoro. Ma quella frase, quel cielo toccato con un dito, ha continuato ad interrogarmi.

Cosa può portare un giovane ad una felicità così avvolgente? Sicuramente qualcosa che viene dal cuore, mi sono risposto. Ma non necessariamente qualcosa di sentimentale, che pure è sicuramente plausibile: dal cuore infatti che, oltre ai sentimenti, prendono il via le decisioni importanti, le azioni che contano e nascono i desideri più belli. Per raggiungere gli obiettivi più importanti, si sa, ci vuole forza, coraggio, determinazione. Ma bisogna soprattutto metterci il cuore.

E allora buon volo a questa fortunata (o fortunato, non so), con l’auspicio che la beatitudine del contatto con un ‘assoluto’ gli dia forza e coraggio anche per i giorni, che ci saranno, nei quali invece sarà ben piantata a terra. Saranno importanti, quei giorni, perché è solo da terra che si può prendere il volo.

Così come siamo

“Togli la maschera. La tua faccia è bellissima.”

GIALAL AL-DIN RUMI

Si mette la maschera quando è più facile andare dietro alla folla che farsi un’idea, anche quando non sappiamo dove sta andando la folla o, peggio, quando la direzione presa non ci piace per niente.

Quando l’omologazione è il tratto distintivo e differenziarsi porta con sè il rischio dell’esclusione. Perchè nel mondo omologato c’è posto per tutti quelli che la pensano come noi, o loro, ma è un luogo parecchio stretto per chi la penso come vuole.

Si mette la maschera quando non vogliamo farci riconoscere, quando il calore del gruppo, della massa, in qualche modo, scalda il gelo di sentirsi inadeguato.

Si riesce a toglierla, invece, la maschera, quando qualcuno ci rassicura sul fatto che la verità non è stata tutta già scritta e che anche la nostra opinione può servire a definirla ed affermarla.

Quando ci si accorge che quelli passati alla storia, più o meno con la ‘s’ maiuscola e più o meno universale, sono quelli che hanno saputo in qualche modo differenziarsi. Ma non con una differenza fine a se stessa, incapace di incidere ma con azioni concrete e finalizzate ad affermare un ideale o a raggiungere un obiettivo.

Si toglie la maschera, infine, quando si riesce ad intuire che il nostro volto e la nostra persona sono unici e irripetibili e che sta a noi dare una senso al nostro passaggio in questa parte di universo.

Fratellanza, concreta e urgente

Leggendo il giornale di oggi mi hanno colpito alcune notizie in particolare: la sofferenza dei migranti respinti nei Balcani, diventati ormai il nuovo muro d’Europa; il nuovo appello ad un equo accesso ai vaccini, affinchè vengano distribuiti anche nei Paesi poveri; gli 800 migranti intercettati nelle acque del Mediterraneo e riportati in Libia; il fatto che nel 2020, con le eccedenze di cibo, sono stati aiutati 1,7 milioni di persone.

Due notizie negative, un auspicio e una notizia fortemente positiva, anche se causata da uno dei grandi drammi del nostro tempo, la diseguaglianza. Ma ciò che ai miei occhi le ha messe insieme tutte e quattro, dandogli un senso, è stata la dichiarazione di Papa Francesco in occasione secondo anniversario del suo incontro, ad Abu Dhabi, con il Grande Imam di Al-Azhar. “O siamo fratelli o crolla tutto”, ha detto il Papa. E ancora: “o costruiamo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro.”

Queste e le altre parole di Francesco hanno dato senso ai fatti di cui dicevo perchè sono state la dimostrazione evidente di quanto il documento che suggellò quell’incontro non fu solo una semplice dichiarazione di intenti, simbolica e utopistica, per il futuro, ma l’indicazione della strada da seguire per il presente.

Sappiamo benissimo che la realtà delle migrazioni è estremamente complessa da affrontare, che non esistono soluzioni semplici e, in generale, chi dice di avere la soluzione in tasca mente. La soluzione è certamente complicata, ma diventa impossibile se non mettiamo dei punti fermi. Il primo: i migranti sono persone, sempre, e come tali vanno trattate: farli vivere in dei campi, senza servizi, sommersi dalla neve, privi di qualsiasi diritto o protezione, come sta succedendo adesso nei Balcani, è incivile e disumano. Secondo: l’Europa deve finalmente ricordarsi di essere un continente composto da Paesi civili e affrontare il problema collettivamente e non lasciandolo sulle spalle degli Stati di primo approdo. Terzo: se vogliamo limitare la realtà delle migrazioni dobbiamo affrontare il problema alla radice, e il problema è l’impoverimento di tanti Paesi e la diseguaglianza profonda a livello globale. Se non risolviamo quel problema, il controllo delle migrazioni potrà avvenire soltanto voltandosi dall’altra parte rispetto a quanto succede in altre parti del mondo, molto vicine a noi, ma abbastanza lontane dai nostri occhi. Quarto: rimandare indietro 800 persone in un Paese nel quale non sono tutelati neanche i diritti fondamentali è altrettanto indegno e incivile.

La diseguaglianza è alla base anche degli altri due temi, quello dell’equo accesso ai vaccini e delle persone sostenute grazie alle eccedenze alimentari. Se il mondo di cui parlano Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar fosse già quello reale, il problema della distribuzione dei vaccini semplicemente non esisterebbe, perchè fra fratelli non si pone il problema di chi prima degli altri debba accedere alle cure essenziali. In un mondo giusto, non perfetto, semplicemente giusto, le eccedenze alimentari, il cibo in più che alcune persone hanno a disposizione, tanto da buttarlo via, non sarebbero così tante da poter soccorrere quasi due milioni di persone: fra fratelli non esiste la situazione nella quale uno si sfonda di cibo e l’altro soffre la fame.

Eccola qua la concretezza del documento dei due grandi leader religiosi: non il mondo del Mulino Bianco e neanche il diario delle belle intenzioni, ma una road map da seguire quotidianamente, ben piantati nella storia e nel mondo, con l’obiettivo di renderlo un posto migliore in cui vivere.

Tentativo di governo

Per ‘governo di alto profilo‘ immagino che debba intendersi quello composto da personalità che sono fuori dalla mischia del dibattito partitico, ma che, per la loro statura istituzionale, abbiano la credibilità per poter portare un importante contributo di idee ed essere visti, dai partiti e dai cittadini, come rappresentativi del più ampio schieramento possibile. Persone, insomma, ‘universalmente’ ritenute capaci di ‘parlare’ a nome del Paese.

Vedremo quale sarà la squadra che Draghi riuscirà eventualmente a presentare. Certo che, con tutto il rispetto per lui e per il presidente Mattarella, mi pare assai arduo, in un Paese che riesce a dividersi anche sul riconoscimento della figura morale di Liliana Segre, individuare figure ‘condivise’ e sostenibili in maniera trasversale.

Il momento, in questo ha sicuramente ragione Mattarella, richiede responsabilità. Vedremo l’eventuale accordo sul programma e da chi verrà siglato, ma, se mi guardo indietro alla storia recente, in periodo come questi, di fronte alla richiesta di responsabilità istituzionale, c’è sempre stato chi questo impegno se lo è preso, non di rado pagandolo in termini elettorali e di consenso, e chi si è sfilato. Fra questi ultimi ci sono quelli che non hanno sottoscritto l’accordo perché hanno legittimamente valutato che la mediazione richiesta, rispetto alle loro idee, era decisamente troppo profonda, e chi invece lo ha fatto per mero calcolo politico, solo per lasciare ad altri il compito di guidare il Paese in tempi difficili e limitandosi al semplice e modesto passatempo di mettere in evidenza i limiti e gli errori, senza mai spendersi troppo nella ricerca delle soluzioni. E’ la politica, si dirà. In realtà la politica sarebbe ben altro, e di ben più alto profilo, questa sì, ma tant’è. Non essendoci soluzioni o strumenti di prevenzione a questo rischio, non resta che evidenziarlo, magari invitando chi questa responsabilità è pronto a prendersela a capire a quali condizioni avverrebbe questa assunzione e, se del caso, anche se e quanto ne valga la pena.

Il nascituro governo, si sente dire in queste ore, sarà un governo tecnico, in quanto composto, a partire dal Primo Ministro, da persone non parlamentari e non espressione diretta dei partiti. A me la definizione di governo tecnico fa davvero sorridere, per la sua ingenuità, o indignare, per la sua retorica ipocrita. Il governo, qualsiasi esso sia e da chiunque sia composto, perde la sua ipotetica tecnicità nel momento in cui riceve la fiducia dal parlamento: da quel momento sarà un governo delle cui ‘politiche’ saranno responsabili i partiti che lo sosterranno.

Una cosa invece, un governo così composto, dimostra ancora una volta, oltre all’irresponsabilità di chi ha provocato, voluto e cercato la crisi e tirato su una messa in scena tale da rendere impossibile il raggiungimento di qualsiasi accordo. E quello che dimostra è il livello estremamente mediocre della classe politica del nostro Paese. In altre nazioni, pensare alla Germania è fin troppo facile, la politica e i rappresentanti istituzionali, anche in questo caso al di là del merito delle scelte prese, si sono fatte carico della pesantezza del momento e hanno provato a guidarlo e orientarlo nella direzione che ritenevano opportuna. Ricevendo in cambio, peraltro, anche una conferma del consenso ricevuto precedentemente. In altri Paesi ancora, complice anche la situazione economica peggiore di quella tedesca, la guida politica ha subito maggiori fibrillazioni e instabilità. In ben pochi Paesi oltre al nostro, mi sembra, nel periodo decisivo della nostra storia recente, i partiti dimostrano un’incapacità così netta di trovare un accordo tale da costringere il presidente della Repubblica a rivolgersi ad una figura in qualche modo ‘terza’.

E’ a questo problema, soprattutto, che dovremmo mettere mano. E lo dovremmo fare indipendentemente dal fatto che un governa vedrà o meno la luce in tempi rapidi. Perché è un problema che parla al nostro presente e al nostro futuro.

Volontà

“Solo chi fortemente vuole identifica gli elementi necessari alla realizzazione della sua volontà.”

ANTONIO GRAMSCI

Quando abbiamo parlato di futuro abbiamo detto che questo esiste e si definisce nel momento in cui abbiamo dei progetti, degli obiettivi da realizzare. Sono infatti quei progetti ed obiettivi che collegano il nostro passato al futuro e che riescono a fare in modo che la nostra vita non sia limitata ad un eterno presente. In quella occasione abbiamo parlato anche della difficoltà oggi di collegare ciò che eravamo a ciò che vorremmo essere, a causa della cesura provocata dal virus. Il suo arrivo improvviso e dirompente, infatti, ha trasformato le nostre vite, facendoci vivere in un presente purtroppo condizionato quasi esclusivamente da questa emergenza sanitaria, che ci omologa e ci rende difficile dare una coerenza al percorso delle nostre vite, così diverse, quelle sì, le une dalle altre.

Oggi più di sempre, quindi, abbiamo compreso quanto avere uno scopo dà senso alla nostra esistenza. Ma, come ci insegna Gramsci, avere uno scopo, per quanto necessario, non basta: serve anche e soprattutto una ferrea volontà di raggiungere il nostro obiettivo. Solo in quel modo, argomenta l’uomo politico e filosofo sardo, si possono mettere in campo quei passi, quelle azioni necessarie per la sua realizzazione. Sì, delle azioni, perchè la volontà implica una determinazione fattiva, un movimento concreto e coerente: non basta una semplice aspirazione o una teorica manifestazione di intenti. Serve mettersi in movimento.

La volontà, così declinata, è essenziale anche e soprattutto in un momento complesso come quello che stiamo vivendo. Prendo ancora indegnamente in prestito le parole di Gramsci, il quale, in una sua celebre argomentazione parlava di “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà.” “Penso, in ogni circostanza, – scriveva – alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere l’ostacolo. Non mi sono fatto mai illusioni e non ho avuto mai delusioni. Mi sono specialmente sempre armato di una pazienza illimitata, non passiva, inerte, ma animata di perseveranza.”

Pensare all’ipotesi peggiore non è il segno di un pessimismo senza speranza, ma dell’accortezza necessaria e indispensabile per non farsi trovare impreparati di fronte ad una difficoltà inaspettata. Allo stesso la pazienza operosa, non quella di chi si siede aspettando la fine delle intemperie, ma quella di chi lavora fiducioso nell’importanza del proprio agire e nella propria perseveranza, è determinante per non vivere di illusioni, che molto spesso si trasformano in delusioni, e per farsi guidare da una speranza possibile.

Volontà, pazienza, perseveranza. Non sono anche oggi le qualità da inseguire e da far proprie?

Rinnovamento

Proprio un anno fa, il 30 gennaio 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò quella provocata dal Covid-19 un’emergenza globale: non era più, quindi, un problema che riguardava solo la Cina, ma il mondo intero. Da lì a qualche settimana, l’11 marzo, la stessa Oms la definì una pandemia.

Non è necessario spiegare quanto questo anno abbia cambiato le nostre abitudini e le nostre vite: che la diffusione del Covid sia stata, e che purtroppo sia ancora, un’emergenza ‘globale’ è dimostrato dal fatto che non esiste Paese al mondo, e probabilmente ben poche persone, che non abbia rimodulato il proprio stile di vita per renderlo funzionale alla sua progressiva sconfitta.

Siamo arrivati ad un punto di questa traversata tale che, almeno io, più ancora della fatica dei mesi trascorsi fra precarietà, distanziamento e paura, sento il peso dell’incertezza e dell’imperscrutabilità di quelli che abbiamo davanti. Questo peso è sicuramente dovuto alla situazione in sè, alla perdita delle nostre abitudini, alla conta dei morti, ai timori legati ad una ripresa economica che, più che incerta, appare impossibile. Ma ancora di più questo peso, è dovuto alla consapevolezza di non avere gli strumenti, le chiavi giuste, per poterlo sostenere.

Un anno fa stavamo faticosamente e lentamente uscendo da una crisi economica che si protraeva da circa dieci anni: la più importante, dicevano i commentatori e gli analisti, dai tempi della Grande Depressione. Eppure, nonostante questo, l’impatto generale di questa enorme difficoltà non era stato così profondo come quella che stiamo vivendo. Sicuramente uno dei motivi è legato al fatto che i morti legati a quella crisi, che pure ci sono stati, non sono stati forse così tanti e sicuramente così evidenti come quelli provocati dalla situazione attuale. Ma uno dei motivi, io credo, è legato al fatto che quella situazione non aveva messo in discussione i fondamentali del nostro vivere quotidiano. Certo, ci sono state anche in quel caso decine e decine di migliaia di persone che hanno perso il loro lavoro, con conseguenze facilmente e terribilmente immaginabili. Ma la vita quotidiana in generale, quella della popolazione presa tutta intera, senza concentrarsi sui casi singoli, è andata avanti più o meno allo stesso modo.

Adesso no. Adesso siamo davanti ad un cambiamento forzato che, se non vogliamo soccombere oltre che dal punto di vista sanitario anche da quello sociale, esige un rinnovamento.

Rinnovamento è una parola diversa da cambiamento, perchè contiene anche una valutazione qualitativa che l’altra parola, invece, da sola, non ha. Rinnovare vuol dire rendere nuovo, migliorare. Sì, migliorare, perchè rinnovare non vuol dire dare un’imbiancatina ad un edificio vecchio, ma renderlo nuovo dalle fondamenta.

Abbiamo davanti l’esempio, desolante, che la nostra classe politica ci sta dando sulla nuova, ennesima, crisi di governo: piccoli calcoli di bottega, decisioni prese sulla convenienza del momento, persone che pur di restare attaccati alla poltrona farebbero e direbbero il contrario preciso di quanto avevano sostenuto fino a qualche giorno fa.

‘Di cosa ti meravigli?’, mi potrebbe essere chiesto, ‘è sempre andata così.’

No. Non è sempre andata così. Perchè rarissime volte il Paese si è trovato in una situazione del genere. In negativo, certamente, con una situazione tremenda come l’abbiamo descritta. Ma anche come opportunità, vista la quantità enorme che l’Unione Europea ha messo a disposizione dell’Italia: una quantità così ingente non si vedeva dai tempi del piano Marshall.

Ho già detto altre volte che questo momento non è paragonabile a quello della seconda guerra mondiale: per contesto, situazione globale, caratteristiche. Ma se vogliamo proprio farlo, quel paragone, ci accorgiamo rapidamente come la classe politica, uscita dalla guerra e da vent’anni di dittatura, seppe mettere da parte divisione ed interessi di parte, creare quel miracolo civile che è la nostra Costituzione e collaborare alla gestione delle risorse del piano Marshall. Seppero, insomma, rinnovarsi.

Ecco, in questo senso vorrei vedere una similitudine con quell’altro momento drammatico della nostra storia. Nella capacità di rendersi nuovi, di lasciare i vecchi difetti, di smentire gli stereotipi sugli italiani che anche stavolta stiamo incredibilmente confermando.

Un rinnovamento vero forse non sarebbe in grado di farci superare la pandemia con un salto, ma ci darebbe la forza e la convinzione di poterlo fare. Lentamente, forse, ma di sicuro con parecchia fiducia in più.

Coscienza civica

Solo ora, ormai a fine giornata, riesco a dare una lettura un po’ più approfondita al giornale di oggi. Mi colpiscono in particolare tre argomenti: ovviamente le notizie sulla crisi di governo, l’appello, giunto da più parti, di destinare parte dei vaccini contro il Covid-19 ai Paesi poveri e il pronto cambiamento di posizione del neo presidente Usa Biden sul clima rispetto al suo predecessore. Cosa hanno in comune queste tre notizie in sè così diverse? Mi hanno colpito proprio perché hanno in comune la sottolineatura dell’importanza di una coscienza civica.

Essere nel bel mezzo di una crisi di governo, oggi, in un periodo di piena pandemia richiede ai leader politici non solo un supplemento di responsabilità e di rapidità nell’individuazione della soluzione, ammesso che ci sia, ma anche la disponibilità a mettere da parte la propria gratificazione personale di una vittoria su tutti i fronti per ricercare una soluzione dignitosa per tutto il Paese e non per una parte sola.

L’appello di destinare una parte dei vaccini anche alle persone che vivono nei Paesi poveri ha il senso di non far trionfare, anche in questa crisi mondiale, chi ha una maggiore disponibilità economica, ma di tenere conto, per quanto possibile, delle necessità e dei bisogni di tutta l’umanità e di garantire, almeno per una volta, l’uguaglianza di tutti gli uomini.

La posizione del presidente Biden sul clima, infine, risveglia finalmente nel Paese più potente del mondo la consapevolezza che le sue scelte determinano non solo il proprio futuro ma anche quello di buona parte del pianeta.

Avere una coscienza civica, quindi, significa essere in grado di fare una valutazione morale del nostro agire, ma rapportato non solo al nostro ordine personale, ma a quello della comunità nella quale ci troviamo a vivere.

E’ evidente che molti di noi non possono essere protagonisti diretti della soluzione dlla crisi di governo, nè possono direttamente agire per una equa distribuzione dei vaccini o, meno che mai, per influire sulle decisioni di politica ambientale del presidente americano. Su questi temi possiamo solo seguire, informarsi e sperare. Ognuno di noi però può avere una coscienza civica all’interno della comunità in cui vive e può quindi fare una valutazione morale del proprio agire, rapportandolo al benessere della propria comunità. Questa coscienza può esplicitarsi in diversi ambiti: da quello ambientale, per esempio nell’impegno ad un corretto smaltimento dei rifiuti, a quello sanitario, oggi particolarmente importante nell’osservanza delle disposizione di sicurezza per la prevenzione del Covid, da quello economico a quello della solidarietà sociale.

Avere una coscienza civica, infine, significa sentire addosso la responsabilità di non essere un’isola sganciata dal resto del mondo, ma parte di un’umanità che dovrebbe riuscire a riconoscersi.

Futuro

“Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”

MURIEL BARBERY

Photo by Markus Spiske on Pexels.com

Prendendo in prestito le parole ironiche e crude, ma estremamente attuali, del filosofo e scrittore francese Paul Valery, possiamo dire che “il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.”

Il futuro, essendo strettamente legato allo scorrere del tempo, non esiste come concetto statico, ma è collegato al presente che, a sua volta, dovrebbe avere una forte connessione con il passato. Il problema grande di questi tempi è quello che il presente è fortemente, se non completamente, scollegato dal passato, a causa di una cesura improvvisa e radicale che ha fatto crollare buona parte dei ponti di collegamento. Il presente che stiamo vivendo, pur essendo ancora la conseguenza di scelte fatte precedentemente, è da molti punti di vista condizionato e ipotecato dal fatto storico ‘unico’ della pandemia.

Ecco, quindi, che il futuro, davvero, non è più quello di una volta. E neanche la nostra vita, di conseguenza, perchè questa ha un senso, in buona misura, nel momento in cui siamo capaci di costruirla, non fermandosi al momento attuale; un passo alla volta, certo, ma almeno immaginandosi dei traguardi e delle tappe intermedie. Il futuro di una volta è quello in cui tanti, soprattutto i giovani, speravano in un miglioramento della propria condizione, qualunque essa fosse; quello di oggi è quello nascosto dalla nebbia di un presente precario.

Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire, dalla nebbia. La nebbia confonde i contorni e nasconde l’orizzonte, fa sembrare tutto indefinito e uguale. Per riprendere a camminare dobbiamo in qualche modo far diradare la nebbia.

Sì, ma come? Ri-cominciando a fare progetti. Nel mio lavoro i progetti sono la base dalla quale parte tutto il resto. Ma perchè sono così importanti, oggi? Perchè i progetti non sono un tuffo carpiato nella piscina vuota di un futuro invisibile, ma costituiscono le fondamenta sulle quali ricostruire i ponti di collegamento che sono andati distrutti: analisi dei bisogni, obiettivi concreti e misurabili, risorse chiare e definite.

E’ solo facendo progetti che possiamo riprenderci la vita con una serenità figlia, non di una sciocca inconsapevolezza, ma di una speranza incerta ma credibile. Di una speranza con la ‘s’ maiuscola, come dicevamo ieri. E’ faticoso e complesso vincere la nebbia, ma quando si dirada, come per miracolo, ricompare il futuro.

Speranza

“Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza.”

SENECA

Una cara amica, ieri, mi ha insegnato che esistono due tipi di speranza, quella con la ‘s’ minuscola e quella con la maiuscola.

Quella con la minuscola è legata a situazioni che hanno buone possibilità di realizzarsi in relazione al fatto che io compia determinati comportamenti. Per esempio, se domani ho una importante riunione di lavoro, il mio auspicio che questa vada bene ha buone possibilità di essere esaudito se oggi impiego una buona parte della mia giornata a prepararmi sugli argomenti dell’incontro. E’ con la ‘s’ minuscola, mi ha spiegato, perchè la mia attesa che avvenga qualcosa di bello è fortemente condizionata dalle mie possibili azioni.

Viceversa, la speranza con la ‘s’ maiuscola è quella che quasi prescinde dalla mie azioni e che davvero mi mette in una situazione di attesa, un’attesa non sempre e non troppo desiderata.

Quante volte in questi mesi la quotidiana conta dei morti, il timore del possibile contagio, la preoccupazione per le conseguenze economiche di questa situazione ci hanno impedito di immaginarci un futuro. Non è stato e non è facile, inutile nascondersi, ma, come in tutte le cose della vita, c’è almeno un risvolto positivo: abbiamo finalmente dovuto, ‘collettivamente’, fare esperienza della nostra impotenza, debolezza, fragilità. E forse, lo spero, sarà proprio da questa consapevolezza che troveremo una nuova energia.

Il fondatore della comunità di Sant’Egidio ed ex ministro, Andrea Riccardi, ha scritto che “la speranza profonda viene dalla convinzione che la famiglia degli uomini e dei popoli non è stata abbandonata da un amore più grande.” E’ la visione di un credente, certamente, che ha la ‘speranza certa’ del fatto che le nostre tribolazioni e barcollamenti sono seguite da vicino e accompagnate da Qualcuno che non ci lascia da soli. A me questa frase piace, oltre che per il riferimento a Dio, anche per il fatto che declina questo concetto in una chiave universale: non parla della speranza mia e di tre o quattro miei amici, ma di quella dell’umanità, passata, presente e futura.

Attenzione, però, quella con la ‘s’ maiuscola ci mette davanti alla nostra impotenza, ma non giustifica la nostra eventuale inoperosità. Non essere, da soli, il rimedio ad un problema, non vuol dire che non possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo alla sua soluzione. Non stando sotto l’albero ad aspettare che arrivi dall’alto, ma mettendoci in cammino insieme a quelli che sono sulla nostra strada.

Giudizio

Ho da sempre la grande fortuna di lavorare, fare volontariato o più semplicemente avere a che fare con i giovani. Conosco bene quindi la loro capacità di essere spiazzanti, e talvolta anche sprezzanti, nei giudizi. Definitivi, molte volte. Incontrandoli spesso, però, resto preoccupato dalle difficoltà che incontrano ad ‘avere giudizio’: non un giudizio inteso come sinonimo di responsabilità di immaginare gli effetti delle loro azioni e quindi di prendere le decisione adeguata, ma preso nel suo significato letterale, e quindi più profondo, di capacità individuale di valutare o definire.

E’ molto difficile, in questo periodo di bombardamento di migliaia informazioni, ma quasi sempre dello stesso tipo, avere una capacità individuale, non omologata, non diversa per punto preso, ma eventualmente diversa perché ragionata. Perché individuale, che nasce dall’individuo. E quando si riesce ad averla è ancora più difficile condividerla, diffonderla, difenderla. Anche i ragazzi e le ragazze più intelligenti e reattivi, ormai, dicono chiaramente che esporsi e differenziarsi è sempre più difficile.

Nel momento in cui tutto è omologato e non ci si fa più a ‘smarcarsi’, la conseguenza è che anche “valutare“, dare valore, e “definire“, descrivere con parole precise, diventa estremamente complicato.

Tutto da buttare in un’unica risposta, anch’essa omologata e che vale per tutti? Assolutamente no. Parlando con i giovani, ne ho trovati anche tanti che sanno dare valore ai propri valori, senza aspettare l’autorizzazione degli altri, e che li sanno raccontare, definire, con chiarezza e precisione.

Nonostante questo, però, io credo che siamo di fronte ad un grande bisogno di autonomia e di libertà. Una sfida educativa, direi, nel senso della necessità profonda di ‘tirare fuori’ dai giovani le loro ricchezze e le loro individualità. I loro talenti. Una sfida che nasce dall’ascolto, prima ancora che dall’insegnamento, dalla fiducia nei loro confronti e non nella ricerca di un inutile proselitismo.

Il nostro Paese, così come quasi tutti quelli del Vecchio continente, sta invecchiando ogni giorno di più. Un motivo in più per non potersi proprio permettere pochi giovani fatti con lo stampino.