Spazio di libertà

Lo spazio di libertà è nel bivio che ci insinua il dubbio,

è nella soluzione che non si fa trovare da sola.

Lo spazio di libertà è nella continua lotta senza vincitore

fra la razionalità, essenza dell’uomo, e l’affettività, suo compimento.

E’ nella soglia che divide le stanze della nostra vita,

ma che, dividendole, le tiene insieme e le mantiene in vita.

Addio Lugano Bella

Il libro, edito da Einaudi, arriva dopo Campo dei Fiori e Un Galileo a Milano ed è il terzo e ultimo scritto che l’autore, Massimo Bucciantini, ha dedicato a una battaglia per la libertà. Con questa opera Bucciantini è risultato fra i vincitori del premio letterario “Pozzale Luigi Russo”.

Si tratta di un saggio avente ad oggetto principale la vita di Pietro Gori e la storia del movimento anarchico in generale. Ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, nel descrivere la vita di Gori e il suo pellegrinare dalla Toscana a Milano e poi da Lugano all’America del Sud, per poi tornare in Toscana, all’Isola d’Elba, il libro tratteggia anche quel periodo storico e mette al centro, oltre alle vicende dell’anarchico pisano, anche le vite dei protagonisti della vita politica e sociale dell’epoca, come il presidente del consiglio Francesco Crispi o l’antropologo criminale Cesare Lombroso. I tre, seppur con ruoli diversi e per molti versi su fronti opposti, sono i protagonisti della battaglia che ha caratterizzato quel periodo storico: quella fra l’ordine costituito e l’avanzare del movimento anarchico, soprattutto nelle fasce più povere ed emerginate. In questo senso la figura di Gori appare in tutta la sua capacità attrattiva, con la grande arte oratoria, capace di coinvolgere e conquistare contadini e lavoratori. Francesco Crispi, sulla sponda opposta, viene tratteggiato come un politico di lungo corso, esperto e capace, ma determinato e inflessibile nell’escludere il movimento anarchico dal dibattito politico e nel perseguire i suoi esponenti più importanti, fra i quali appunto Gori, in virtù del loro essere, a suoi dire, ‘socialmente pericolosi’. Funzionale allo scopo di escludere gli anarchici dalle dinamiche politiche sono il lavoro e le opere di Cesare Lombroso, l’architetto di un sistema complessivo di controllo di ogni tipo di devianza, con una particolare attenzione a quella politica.

Caratterizzando questi personaggi l’autore mostra con chiarezza come il movimento anarchico sia stato perseguitato e colpito, denigrato e accusato di essere all’origine di qualsiasi violenza e sopraffazione. Una delle cose che mi ha più colpito, in questo senso, è stata come Bucciantini sia riuscito a mantenere la complessità di un saggio, e il relativo livello di approfondimento, mantenendo una modalità di scrittura coinvolgente e diretta, che, in alcuni passaggi, sia avvicina alla struttura del romanzo.

La lettura di questo libro è stata molto interessante perchè mi ha consentito di approfondire la conoscenza di un movimento che non conoscevo nei particolari e di alcuni protagonisti dell’epoca che invece, come nel caso di Lombroso, avevo conosciuto solo dai testi universitari.

Un libro da leggere, insomma, perchè, dalla sua lettura, si esce sicuramente cresciuti e più consapevoli.

Libertà…

Nel giorno in cui si celebra la Liberazione è importante riflettere sui valori che questa festa ci insegna e ci chiede di portare avanti.

La libertà, prima di tutto. Quella che i partigiani e le forze alleate consegnarono al nostro Paese dopo vent’anni di dittatura fascista, caratterizzata dalla violenza, dalle leggi razziali, dalle deportazioni e dalla folle entrata in guerra a fianco dei nazisti. Una libertà che non ha niente a che vedere con l’individualismo sfrenato e con l’egoismo ai quali molto spesso questo valore così importante viene impropriamente collegato. Tutt’altro. Una condizione raggiunta a costo di enormi sacrifici e di un impegno serrato e congiunto di tante persone diverse, accomunate da un obiettivo comune: la vittoria contro la dominazione fascista.

Ecco, quindi, che a fianco della libertà, il secondo valore sul quale riflettere è quello dell’unità. Un valore e un obiettivo rappresentanti benissimo dal lavoro faticoso e intenso, complesso ma estremamente fertile che i membri dell’Assemblea Costituente portarono avanti alla fine della guerra per redigere la nostra Costituzione Repubblicana. Leggere il resoconto di quell’impegno ci dà il senso di quanto il percorso dell’unità sia difficile da portare avanti e richieda un grande sforzo di umiltà da parte di tutti, chiamati a cedere un pezzo di se stessi, dei propri ideali e delle proprie condizioni con l’obiettivo comune di ‘scrivere’, anche oggi, qualcosa che possa rappresentare tutti. Nel raggiungimento di questo proposito credo sia stato fondamentale per i Costituenti il ricordo di quanto avevano vissuto insieme pochi mesi prima: una lunga lotta fatta di sacrifici e paure.

Strettamente legato al concetto di unità è quello di solidarietà. Tutta la nostra Costituzione, nata da quello sforzo di unità, ruota attorno a questo ideale. Una solidarietà intesa come l’impegno a non lasciar indietro nessuno, a rimuovere tutti quegli ostacoli che in qualche modo impediscono ad ogni persona di realizzarsi appieno. Un lavoro quotidiano che la nostra legge fondamentale non demanda solo alle istituzioni politiche, ma che indica come strada da seguire a tutti i cittadini.

La festa del 25 aprile, inoltre, porta con sè il valore della responsabilità. Chi scelse la lotta partigiana per combattere la dittatura fascista non rimase sordo alla chiamata della libertà, non delegò ad altri la responsabilità di liberare il Paese. Ebbe il coraggio, ecco un altro valore, di lasciare le piccole e grandi comodità per costruire un futuro migliore, che superava la singola vita nel tempo e nello spazio.

Sono questi e tanti altri i valori che la Festa di Liberazione ci insegna e ci chiede di portare avanti, in un tempo difficile e complesso, seppur enormemente diverso rispetto a quello del 1945.

Anche oggi, però, come allora, la vera libertà non è la disponibilità di fare ciò che ci sembra meglio, dimenticandosi delle esigenze degli altri. Ora come allora la libertà ha un senso solo se collegata alla solidarietà e alla responsabilità, soprattutto nei confronti di chi è più fragile e in difficoltà. Com’è possibile, alla luce di questo, celebrare la festa della Liberazione e restare indifferenti nei confronti di 150 persone affogate nel mar Mediterraneo? Com’è possibile vivere questo giorno e sopportare quasi con fastidio la quotidiana conta dei morti di Covid che in qualche modo ci sembra che impediscano il nostro completo ritorno alla normalità e alla ‘libertà’?

Se non vogliamo che il festeggiamento di questo giorno passi come una retorica celebrazione del passato dobbiamo lavorare affinchè la Liberazione non sia un punto di arrivo da celebrare ‘stancamente’ un anno dopo l’altro, ma un impegno da rinnovare, attualizzare e concretizzare ogni giorno, nelle difficoltà e nelle lotte quotidiane.

Come ri-nascere?

Negli anni 2019 e 2020, in Toscana, il numero delle persone morte è stato il doppio di quello dei bambini nati: 91.812 contro 45.785. Il Covid, che sicuramente ha influito sul numero delle persone scomparse, ha comunque un impatto limitato su una tendenza che invece è in continuità con gli anni precedenti.

Ciò che colpisce di più è soprattutto il numero delle nascite: sono solo 6 ogni 1000 abitanti, contro le 6,8 del resto di Italia e soprattutto le 9,3 ogni mille dell’Unione Europea.

Le conseguenze della denatalità sono evidenti nella popolazione scolastica, se si pensa che questa rappresenta il 12,2% degli abitanti della Toscana, a fronte di un 13% a livello nazionale, del 15,1% a livello continentale e del 16,4% nella generalità dei Paesi economicamente più sviluppati. Tradotte in numeri assoluti, queste percentuali ci dicono che nella nostra Regione mancano 29mila studenti, se la proporzione fosse quella italiana, e ben 108mila se si prende in considerazione quella europea.

Eppure la Toscana è una Regione nella quale ancora gli indicatori economici e di qualità della vita sono ancora superiori a quelli medi nazionali. Perchè, quindi, la situazione a livello demografico è così deficitaria?

Non ho le competenze per poter fare un’analisi approfondita, ma credo che questo argomento meriti una riflessione da parte di chi quelle competenze le ha e soprattutto è nelle condizioni di manovrare alcuni strumenti in grado di invertire la rotta e di convogliare su questo obiettivo risorse economiche e passioni civili.

Pur non essendo in grado di cogliere i motivi profondi delle differenze a livello nazionale e continentale, in generale credo che il tema della natalità sia strettamente legato alla capacità di immaginarsi un futuro e di scommettere con fiducia in un miglioramento delle condizioni economiche e sociali. In questo senso bene la novità dell’assegno unico,  seppur in attesa dei decreti attuativi per poter definire meglio la portata dell’intervento. Ma credo che a questo novità, che incide positivamente sulla condizione economica delle famiglie,  debbano aggiungersi anche azioni volte ad incidere sulla percezione di sicurezza sociale, perchè in questi anni abbiamo visto bene, anche in altri settori, come la percezione di una situazione sia in grado di modificare le convinzioni delle persone anche di più rispetto ai dati reali. In questo senso credo che sia fondamentale un investimento a tutti i livelli su interventi e servizi di prossimità, quelli in grado di produrre una vicinanza reale e di aiuto concreto nelle situazioni di criticità e di ridefinire il senso di una comunità che si riconosce, non tanto dall’essere composta solo da persone autoctone che condividono la stessa storia, ma da tutte quelle che sono nelle condizioni e vogliono immaginare insieme il proprio futuro.

Naufragati nell’indifferenza

Altri 130 morti nel Mediterraneo, a largo della Libia. Lasciati morire nell’indifferenza delle autorità libiche e italiane, che per un giorno intero si sono rimpallate le responsabilità su chi dovesse intervenire, come se la questione non riguardasse il salvataggio di vite innocenti, ma lo svolgimento di una inutile pratica amministrativa.

Non sto qui a riportare gli orari dell’intera giornata, le continue richieste di aiuto cadute nel nulla; da questo punto di vista è formativo (e sconvolgente) leggere la cronaca come sempre lucida e coraggiosa di Nello Scavo su Avvenire.

Volevo provare a concentrarmi sulla paura. Sulla paura che quelle 130 persone, immagino prevalentemente molto giovani, probabilmente alcune donne con dei bambini, possono aver provato via via che il giorno passava e la speranza lasciava il passo allo sconforto. La preoccupazione e la paura che diventavano terrore mentre il giorno finiva, il buio avanzava e lo sbattere delle onde su quelle navi malandate provocava un rumore sempre più nefasto. Sì, deve essere sconvolgente rendersi conto di stare per morire, sentire il panico che sale nei compagni di viaggio e vedersi confinati nello spazio angusto di una nave alla deriva. Chissà cosa è successo alla fine, al buio. Se qualcuno si è buttato in acqua sperando in un improbabile salvataggio, o se la maggior parte si è arresa facendosi sbattere dalle acque per interminabili minuti, fino ad andare sotto. Per sempre.

E poi penso alle parole del presidente del consiglio Draghi che al primo viaggio istituzionale in Libia si è premurato di ringraziare le autorità di quel Paese per i salvataggi in mare. Penso alla scarcerazione di Bija, la persona riconosciuta da tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui come il diabolico trafficante di uomini. Probabilmente troppo potente e conoscitore di troppi segreti per stare chiuso in una cella. Non credo che sia un caso che proprio dal giorno della sua scarcerazione, come scrive puntualmente Scavo, i viaggi della speranza, della morte, hanno subito una rapida impennata.

Tutto questo è profondamente assurdo, cinico e ingiusto. E’ incredibile quanto la nostra società abbia perso la capacità di provare com-passione per le persone che muoiono, innocenti. Vale per l’indifferenza che molti provano per i migranti morti in mare e per il fastidio, lo definirei, con il quale oggi tanti, in molti casi gli stessi, ascoltano e reagiscono di fronte alle centinaia di morti che ogni giorno ancora si contano per il Covid. Se il livello di una civiltà si misura anche dal rispetto che porta per coloro che muoiono, ecco, la nostra, oggi, è ad un livello molto basso.

Non è nostra, è in prestito

Non è un caso che quando ci troviamo a vedere un paesaggio o uno scorcio nel quale la natura regna incontrastata utilizziamo la parola ‘incontaminata‘. Inconsciamente sappiamo e lo esprimiamo, anche se in modo inconsapevole, che ciò che contamina, che sporca e in qualche modo avvelena è la mano dell’uomo. Dai tempi di Adamo ed Eva e del paradiso terrestre è sempre andata così. La perfezione della natura, della quale la terra fa parte, è l’immagine più evidente della mano di Dio. E’ per questo che quando proviamo ad esprimere la bellezza e la meraviglia non sappiamo fare altro che ispirarci a lei. Eppure non abbiamo ancora capito che lei basta a sè stessa, l’uomo no. Che non è nostra, semplicemente, ma siamo noi ad essere suoi, anche se da secoli ambiamo, senza successo, a trovare un pianeta alternativo in cui vivere.

E’ forse un caso che l’uomo è l’unico essere vivente che si autodefinisce intelligente, ma è anche l’unico che si dà da fare, e con ottimi risultati, per distruggere la sua casa comune? Delle due l’una: o questa autodefinizione è completamente sbagliata, oppure è semplicemente la dimostrazione lampante che l’intelligenza, da sola, è sostanzialmente inutile. Per dare un senso all’intelligenza servono l’uso responsabile della libertà, la capacità di condividere e una buona dose di umiltà.

Fino ad oggi l’uomo ha interpretato la propria libertà nei confronti della terra e della natura, sostanzialmente dovuta alla sua supremazia fisica e tecnologica, come un lasciapassare pressochè illimitato ad accaparrarsi tutte le risorse che il nostro pianeta mette a disposizione, senza interrogarsi e neanche interessarsi della capacità e dei tempi della terra per produrne di nuovi. Se lo sguardo sul mondo è quello del barbaro predatore è chiaro che la guerra non è solo nei confronti degli altri essere viventi, ma anche fra gli uomini stessi: per questo, potremmo dire da sempre, molte delle guerre combattute sono state dichiarate per conquistare posti e Paesi più ricchi dal punto di vista naturale. In questo scempio infinito raramente l’uomo si è reso un minimo consapevole del fatto che la distruzione della terra equivale anche all’estinzione della specie umana.

Oggi, nel mondo globalizzato nel quale viviamo non abbiamo più scuse: soltanto chi è in malafede può non credere al fatto che le nostre sorti sono collegate e che la bellezza infinita della natura si regge su un equilibrio precario, di cui tutti noi, in quota parte, siamo responsabili.

C’è un proverbio navajo che dice che “non abbiamo ricevuto la terra in eredità dai nostri genitori, ma in prestito dai nostri figli”: è dalla consapevolezza di questo prestito che dipende il futuro del mondo e di noi che lo abitiamo.

Il respiro della giustizia

Tutto era iniziato con un ginocchio piantato sul collo e con una frase sputata fuori con fatica: I can’t breathe. Non riesco a respirare, diceva George Floyd. Ma il poliziotto aveva continuato a tenere il ginocchio ben fermo fino a quando, ad un certo punto, Floyd era morto. Semplicemente. Floyd era un afroamericano e questo fatto drammatico e criminale forse non sarebbe emerso nella sua gravità se una ragazza di 17 anni, Darnella Frazier, anche lei nera, non avesse ripreso la scena con il suo cellulare e non avesse diffuso le immagini. Da quel giorno, disse, aveva passato tante notti senza dormire, perchè non si perdonava il fatto di non essere riuscita a fare qualcosa in più per salvare quell’uomo.

Quell’omicidio provocò forti e lunghe proteste in tutti gli Stati Uniti e segnò la nascita del movimento Black Lives Matter (letteralmente ‘le vite dei neri contano’) che si è rapidamente diffuso in tutto il mondo e che ha visto l’adesione anche di tanti personaggi famosi, come LeBron James e altre stelle della NBA.

Ieri Derek Chauvin, il poliziotto che tenne il ginocchio sul collo di Floyd fino a provocarne la morte, è stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo e preterintenzionale.

Non sono mai stato un sostenitore dell’occhio per occhio, dente per dente. E neanche fra quelli che dicono ‘chiudeteli in carcere e buttate via la chiave’. Non lo diventerò certo adesso. Spero anche per Chauvin che il carcere possa essere un luogo di detenzione e non di vendetta e che possa continuare a godere dei suoi diritti di essere umano.

Ma penso che questo fatto rappresenti un momento importante, sia per la vicenda in sè, sia come messaggio di giustizia e di uguaglianza per tutti i cittadini americani e in particolar modo per le tante minoranze che vivono negli Stati Uniti. Una tappa importante, non il traguardo finale, perchè sono tante ancora le prevaricazioni e le violenze nei confronti dei neri che non vengono neanche perseguite, figuriamoci condannate. Ma almeno per oggi tanti potenziali ‘Floyd’ riescono finalmente a respirare e Darnella Frazier, forse, a dormire serena.

Elogio del silenzio

Se si vuole avere uno sguardo completo sul decadimento della politica, dell’etica pubblica e del rispetto nei confronti del lettore, ascoltatore ed elettore, non basta vedere il video di ieri di Beppe Grillo in difesa di suo figlio, accusato di stupro insieme a degli amici nei confronti di una ragazza, bisogna anche avere la pazienza di leggere le prese di posizione successive dei massimi rappresentanti del Movimento di cui è a capo.

Partendo dal video, il comico prestato alla politica prende le difese di suo figlio, cosa di per sè anche umanamente comprensibile, dicendo, chiaramente in maniera consapevole, cose completamente false o spudoratamente vergognose. In primo luogo che, se fosse evidente la colpevolezza di suo figlio e dei suoi amici, questi stessi dovrebbero essere stati arrestati, come se non esistessero dei requisiti oggettivi per poter procedere all’arresto nella fase delle indagini, che evidentemente sono stati ritenuti inesistenti in questo caso. Nel video Grillo lascia addirittura intendere che la ragazza che avrebbe subito la violenza avrebbe aspettato troppo a presentare denuncia: otto giorni, contro i sei mesi previsti dalla legge. Da ultimo, per rafforzare la sensazione di chi ascolta di essere di fronte ad un delirio, dice addirittura che i quattro ragazzi coinvolti sono soltanto dei ‘coglioni’, facendo passare un’accusa di stupro, ovviamente da provare, e a questo servirà il processo, come una bravata di quattro ragazzi un po’ viziati e abituati ad avere tutto dalla vita.

Se il video non fosse stato sufficiente a spingere in basso il suo autore, a completare l’opera ci hanno pensato le dichiarazioni dei suoi fedelissimi in Parlamento e nel Movimento. A cominciare da Di Battista, che si è affrettato ad affermare di capire la reazione di un papà, per continuare con Paola Taverna, la quale, stavolta da mamma, si è detta vicina a Beppe Grillo e per finire con Vito Crimi il quale ha sottolineato come Grillo sia in questo momento “un uomo, un padre, che sta vivendo un dramma.”

Ora, al netto del fatto che è sicuramente vero il fatto che Grillo, da padre, starà vivendo un dramma e che è più che comprensibile che persone a lui legate gli esprimano umana solidarietà, alcune considerazioni sono doverose.

Innanzitutto il fatto, sottolineato da molti, che reagire a questa sofferenza utilizzando la sua posizione di opinion leader per far passare messaggi consapevolmente fuorvianti e alcuni addirittura offensivi è eticamente vergognoso.

In secondo luogo il fatto che la solidarietà di cui si parlava, nei suoi confronti, viene manifestata dalle stesse persone che, in casi diversi, ma comunque con presunti reati commessi da familiari di esponenti politici, nei quali gli stessi non entravano assolutamente niente, avevano aggredito i malcapitati attaccandoli come degli squali, favorendo e assecondando false e strumentali sovrapposizioni fra le vicende processuali dei parenti e quelle politiche degli stessi.

Conclusione. In dei momenti, anche per le persone importanti e conosciute, sarebbe importante che il dolore e la sofferenza restassero sentimenti personali da vivere privatamente. E che il fan club, almeno in questo periodo, si limitasse all’ambito politico. Il silenzio, in dei momenti, è il miglior alleato.

Salvini-Open Arms, tre considerazioni

E così il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Palermo ha deciso il rinvio a giudizio di Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona e omissione di atti di ufficio per la vicenda “Open arms”. Era l’agosto del 2019 quando l’allora ministro dell’Interno rifiutò per giorni l’attracco della nave della ong spagnola che aveva tratto in salvo 147 migranti nelle acque del Mediterraneo.

Non sarebbe neanche il caso di ribadire, talmente è chiaro, che anche per Salvini vale la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio e che a decidere sulla sua innocenza o colpevolezza penserà il giudice che sarà chiamato a valutare.

Nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso, però, anche in questo caso, alcune considerazioni possono essere fatte, indipendentemente da quello che sarà l’esito. A me ne vengono in mente principalmente tre.

La prima. Non è vero, come sostiene il leader della Lega che questo processo sarebbe la resa della politica nei confronti della magistratura. Questo processo, invece, è la dimostrazione che anche chi è chiamato ad esercitare, transitoriamente, funzioni di governo è tenuto a rispettare la legge. Chi governa non è al di sopra di ogni cosa, di ogni vincolo e dovere. La nostra Costituzione prevede già una tutela all’indipendenza della politica e alla separazione delle funzioni, ed è quella dell’autorizzazione a procedere, che le Camere possono accogliere o negare. Si può essere d’accordo o meno con questa previsione costituzionale, ma è un dato che è stata scritta proprio per evitare i rischi di cui parla Salvini senza motivo.

La seconda. La difesa della patria, alla quale l’ex ministro si appella per giustificare le sue azioni di allora, non si esercita impedendo a dei poveracci di scendere da una nave all’interno della quale sono costretti da giorni, ma, eventualmente e per esempio, impedendo alle spie di vari Paesi di andare a spasso per il nostro territorio raccogliendo qua e là documenti segreti.

La terza considerazione è statistica. Dal 2017 a oggi, da quando cioè il predecessore di Salvini, Marco Minniti, ha cominciato la folle battaglia contro le ong della quale il leghista ha volentieri raccolto il testimone, sono state avviate 16 indagini contro le Organizzazioni non governative. Nessuna di queste, al momento, è arrivata a processo e molte di queste sono state smontate già nelle indagini preliminari. Segno che al momento non si sa se ci sia qualcuno che ha violato la legge compiendo reati molto gravi, ma si sa benissimo chi non li ha compiuti, nonostante il clima di discredito costruito ad arte.

Salvini ha commentato il rinvio a giudizio dicendo che andrà a processo “a testa alta e anche a nome vostro”. Non so a chi si riferisse con quel ‘vostro’. Nel caso si fosse rivolto agli italiani, essendo fra quelli, vorrei dirgli che sull’andarci a testa alta è un fatto suo, ma che di sicuro non ci va a nome mio. Il giudice valuterà gli aspetti legali, io il mio giudizio, politico, etico e umano sulle sue posizioni e azioni l’ho già dato da tempo.

Anticorpi

E’ notizia di questi giorni che la Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze sta portando avanti un’indagine relativa ad un presunto traffico di rifiuti provenienti dalla zona del cuoio e di smaltimento illecito degli stessi: a quanto risulta dalle indagini portate avanti fino a questo momento, una parte dei rifiuti provenienti dagli scarti di produzione di alcune concerie della zona del cuoio sarebbero state sotterrate sotto l’asfalto della nuova strada statale 429.

Quando ho letto quest’ultima notizia, subito mi è venuto da pensare a Ilaria Alpi, la giornalista italiana uccisa in Somalia il 20 marzo 1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin. Mi è venuto da pensarci perchè, dalle informazioni raccolte dai giornalisti, colleghi e amici che in questi anni non si sono abbandonati al silenzio su questi due omicidi, da queste informazioni, dicevo, sembra probabile che la sua condanna a morte sia stata decisa dopo il ritrovamento da parte loro di prove e documenti che testimoniavano come sotto una strada costruita grazie ai finanziamenti della cooperazione italiana fossero state occultate tonnellate di rifiuti tossici provenienti dall’Italia.

Questa coincidenza non è stato l’unico motivo per il quale questa notizia mi ha sconvolto. Che la criminalità organizzata, le mafie, abbia messo nel mirino la nostra Regione non lo scopriamo certo oggi: chi studia il fenomeno mafioso e l’allungarsi dei suoi tentacoli su tutto il territorio nazionale, in primis Libera e la Fondazione Caponnetto, già da anni aveva espresso la propria preoccupazione. Sapevamo, quindi, che il pericolo era alle porte. Ma un conto è saperlo in teoria, un altro è sospettare di averlo già in casa, nel nostro territorio, nel mio territorio, in posti che sentiamo nostri e che pensiamo di presidiare. Con fatti reali, immagini e documenti, per quanto da provare.

Saranno le indagini a chiarire responsabilità e a decidere eventuali condanne. Chi, come me, non scopre oggi il garantismo e non lo applica a seconda di chi sono gli accusati sa benissimo che ogni persona è innocente fino alla definizione del processo e che questo caso non fa eccezione.

Nell’attesa, però, che la giustizia faccia il suo corso alcune considerazioni possono essere già fatte. La prima è che, se è vero com’è vero che la mafia non è più, ammesso che lo sia mai stato, un fenomeno confinato a Regioni lontane fisicamente da noi, anche il nostro modo di essere contro la mafia deve cambiare. Certo, è stato ed è bello fare le iniziative per ricordare i morti di mafia, scrivere e ripetere che ‘la mafia è una montagna di merda’. Ma un conto è dirlo da Peppino Impastato e pagarne le conseguenze, un altro è scriverlo su Facebook e fare il conto dei ‘like’. L’antimafia ‘facile’, quella degli slogan e delle iniziative pubbliche, è utile per dimostrare coesione sociale. Ed è importante, ma non è sufficiente. Ora è il momento di rafforzare gli anticorpi e di prendere decisioni forti, di investire sull’etica pubblica, come moralità e trasparenza delle istituzioni, e di non abdicare al ruolo della politica, che non può essere spettatrice intimidita, quando non collusa, di affari privati, ma garante della promozione del bene pubblico.

Ecco, in questi giorni, una cosa mi è mancata particolarmente: la voce della politica. E’ probabile che questo ciclone l’abbia colta di sorpresa e che si sia data il tempo di reagire in maniera adeguata e razionale. Ma il silenzio non può durare a lungo, perchè altrimenti farebbe più confusione di mille parole.

Mi piacerebbe se il primo passo verso una reazione, di fronte a questo avanzamento del potere criminale nel nostro territorio, fosse una iniziativa pubblica, nelle modalità e con gli strumenti che il periodo ci mette a disposizione. Non per difendere qualcuno e men che mai per condannarlo prima che a condannarlo o ad assolverlo ci pensi la giustizia, ma per provare a condividere un pensiero, un’analisi e delle soluzioni. Come siamo arrivati a questo? Abbiamo fatto degli errori? Aver tolto il finanziamento pubblico dei partiti può aver facilitato l’instaurarsi di questi rapporti ‘a rischio’? Il fatto che in alcuni ambiti, quello ambientale è uno di questi, ma non è il solo, il controllore sia nominato da colui che deve essere controllato, ha creato i presupposti affinchè le verifiche non ci siano o siano troppo blande? Io non sono un esperto, a questa iniziativa (eventuale) andrei per ascoltare e non per dare suggerimenti o per imporre una linea. Ma andrei per capire e per recuperare fiducia. Perchè la fiducia, senza comprensione, può facilmente trasformarsi in stoltezza. E non crea nessun anticorpo.