Senza sosta

Le radici si intrecciano fra loro, e anche quando vengono per un periodo divise cercano il modo di riavvolgersi e di tornare insieme.

Omar era un ragazzo sudanese. Non molto alto, folti capelli ricci, quando andai a prenderlo nel luogo fissato con i bus che portavano in questo territorio lui e altri richiedenti asilo, aveva uno sguardo impaurito e disorientato.

Era notte, gli arrivi avvenivano tutti la notte affinchè la gente non vedesse lo spettacolo e venisse ulteriormente alimentatala rabbia contro i migranti. Faceva freddo, nonostante la primavera ormai inoltrata. Una fredda notte stellata.

Fatte le prime presentazioni, in quella lingua universale fatta di segni e di brevi ma sentiti contatti fisici, feci salire Omar e altri due suoi connazionali sulla mia auto e partimmo alla volta di Empoli.

I tre non parlavano una parola non solo di italiano, ma neanche di inglese. Erano stanchissimi e durante il viaggio non parlarono neanche fra loro. Soltanto con Omar, che sedeva accanto a me, ci scambiammo qualche sguardo e sorriso che provava, almeno da parte mia, ad essere rassicurante.

Arrivammo a quella che avrebbe dovuto essere la loro nuova casa che era quasi mattina. Entrai nella struttura, mostrai ai tre la loro camera e il bagno e li salutai, promettendo di continuare l’indomani il giro della struttura e soprattutto la presentazione degli altri ospiti.

Ma il giorno dopo, quando arrivai, loro non c’erano già più. Solo due ospiti più mattinieri li avevano visti andar via, con indosso solo le poche cose che avevano al loro arrivo. Dal kit che avevamo preparato per loro avevano preso solo due coperte e due asciugamani.

Dove dovevano andare così rapidamente da non potersi neanche concedere qualche ora di sonno dopo un viaggio pericoloso ed estenuante?

L’esperienza successiva mi ha insegnato che spesso chi scompare così rapidamente ha una destinazione già definita, anche se a lui completamente sconosciuta: il luogo dove vivono i fratelli o qualche altro elemento della famiglia ristretta. In Francia, in Germania, o in qualche Paese del nord dell’Europa. E per avere qualche possibilità di arrivarci è fondamentale far perdere le proprie tracce prima di essere identificati formalmente e di aver presentato la richiesta ufficiale di protezione internazionale.

Eccole le radici, che lavorano incessantemente per potersi riavvolgere fra di loro. Anche a costo di diventare invisibili, clandestini. E che portano dei giovani sudanesi a confondersi fra la gente in quello che per loro è sicuramente solo un puntino nel bel mezzo del pianeta.

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