La luce e la verità

Dei momenti più importanti della nostra vita, individuali e collettivi, ci ricordiamo tanti particolari, talvolta anche insignificanti. Io, per esempio, ricordo bene dove ero e cosa stavo facendo il giorno in cui crollarono le Torri Gemelle o, alcuni anni prima, il giorno dell’attentato in cui perse la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta; di quel giorno ricordo addirittura cosa stavo facendo quando iniziò l’edizione straordinaria del TG1. A livello individuale ricordo perfettamente dove ero e cosa stavo facendo pochi minuti prima della corsa in ospedale per la nascita delle mie figlie.

Andando a ritroso nel tempo, ricordo con precisione il giorno in cui suor Maria Grazia Caputo, la suora salesiana fondatrice dell ong Vides, con la quale ho fatto diverse esperienze di volontariato internazionale, venne a Empoli per incontrare i genitori dei giovani volontari che l’estate precedente erano partiti per diverse destinazioni, soprattutto in America Latina. Era il 1995, un giorno di autunno, e io non avevo nessuna intenzione di seguire le orme di mio fratello, tanto che, ad esplicita domanda di Maria Grazia, risposi che non volevo assolutamente fare un’esperienza analoga. Alla fine di esperienza analoghe ne ho fatte tante e il Vides e suor Maria Grazia hanno segnato la mia vita come niente e nessuno prima (e neanche dopo).

I momenti importanti, soprattutto quelli, belli, soprattutto quelli di incontro con Dio, perchè questo è stato questo incontro che ha cambiato il corso della mia vita, si ricordano perchè portano alla luce la bellezza della vita e dell’incontro. Portare alla luce. Cosa merita di essere portato alla luce? Sicuramente una cosa bella, che non vogliamo tenere nascosta e che, al contrario, vogliamo mostrare a tutti. Eppure ci sono delle cose che sentiamo bellissime, ma che facciamo fatica a mettere in evidenza. Quali sono queste cose e perchè ci costa tanto evidenziarle? Sono quelle cose che sono in contraddizione con il pensiero dominante e che per mostrarle agli altri dobbiamo mettere in discussione il sistema di valori e le convinzioni di chi ci sta intorno. Devo la mia crescita umana e spirituale alla mia esperienza con le ong, lavoro per una cooperativa sociale che, fra le altre cose, si occupa dell’assistenza ai migranti richiedenti asilo, servizio nel quale lavoro. Ong, cooperative sociali, migranti: esiste adesso in Italia, o per meglio dire esisteva prima dell’arrivo di questa pandemia, qualcosa di più malvisto, criticato e deriso delle ong, delle cooperative sociali e soprattutto dei migranti e di ciò che gira attorno all’accoglienza? Eppure io sono fiero del mio passato e sento di fare un lavoro che mi soddisfa e mi appaga come pochi altri sarebbero in grado di fare. Sono fiero e appagato ma fare luce su questi aspetti oggi è difficile e richiede la fatica di andare controcorrente.

E’ proprio in questi momenti di combattimento fra ciò che sarebbe giusto fare e ciò che riesco che mi interrogo su cosa mi impedisce di ‘fare verità’. Soffro della mia incapacità di essere coerente fra ciò che vivo e quello che professo. Ma in realtà credo di soffrire soprattutto per la mia ambizione frustrata di essere onnipotente e di avere una spiegazione plausibile per tutto ciò che mi gira intorno. Spiegazione che talvolta non c’è o che, io credo profondamente, è inserita all’interno di un disegno, di un progetto, più grande di me e della mia capacità di comprenderlo. La serenità alla fine, almeno per me, sta nel comprendere che all’interno di quel progetto e di quel disegno ci sto anche io, che devo compiere fino in fondo il mio dovere, di pedina, certo, ma di pedina unica e irripetibile. Ma che devo anche accettare che la pedina non è la scacchiera ma è ‘solo’ una parte fondamentale di essa.

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