Chiedimi se sono felice

La seconda ondata di questa maledetta epidemia sta colpendo duramente la zona in cui vivo, che invece era stata praticamente scansata la prima volta, fra aprile e  maggio. Con il numero dei contagiati, dei ricoverati e anche dei morti è aumentata, di conseguenza, anche la preoccupazione e l’angoscia. In questo tempo sospeso e incerto il timore della morte e della malattia è davvero il denominatore comune per molti di noi.

Questa situazione nuova, che per la prima volta mi costringe a pensare concretamente alla malattia e alla fine dell’esistenza, è però anche l’occasione per provare a cercare il senso vero della vita, per evitare che, per timore di morire, alla fine ci dimentichiamo di vivere.

Anche in questo senso Papa Francesco ci viene incontro. Durante l’iniziativa in corso proprio in questi giorni ad Assisi e denominata Economy oh Francesco, infatti, è stata messa al centro la necessità di modificare la nozione di sviluppo, incentrandola non più tanto e solo sulla misurazione del benessere economico, quanto con la ben più importante misurazione della realizzazione individuale e collettiva. Certo, per essere e sentirsi realizzati, la condizione economica non è ininfluente, ed è anche giusto che sia così. Ma l’aspetto rivoluzionario di questo nuovo strumento di misurazione, è che quello economico non è l’unico criterio utilizzato. Si è realizzati quando abbiamo dato un senso al nostro vivere e quando abbiamo aperto il nostro vivere agli altri. Se si passa dall’ottica del prendere e del pretendere a quella dell’accettare e del dare, riusciamo più facilmente a concentrarci sul prossimo e i nostri fratelli che solo su noi stessi. E in questo modo a cambiare i nostri ‘parametri vitali’.

Sarebbe bello, per esempio, se in questo Natale, invece di chiederci cosa possiamo ricevere, provassimo a chiederci cosa possiamo dare a coloro che sono più provati, non solo da questa malattia, ma anche dalle conseguenti, economiche, piscologiche e sociali che questa porta con sé.

Si dice spesso che i soldi non fanno la felicità, ma aiutano a raggiungerla. Io non so se sia vero che aiutano, ma mi sembra chiaro che al centro degli obiettivi di qualsiasi persona non ci sono tanto i soldi, quanto la felicità. E la felicità non è quasi mai una sensazione individuale ma, quasi sempre, presuppone una relazione.

In fondo, cosa si intende per ‘sentirsi vivi’ e per esserlo realmente, se non avere una relazione diretta con chi sta intorno a noi? E’ solo ‘insieme’ agli altri che il nostro passaggio su questa terra assume un significato oggettivo e supera la semplice esistenza in vita.

Sintetizzando: per sapere se e quanto sto bene, non chiedermi quanti soldi ho, ma chiedimi se sono felice.

Una vita piena e degna di essere vissuta non toglie il peso del dolore e della morte ma dà un senso vero al vivere e, di conseguenza, contestualizza e mette in un contesto reale e sostenibile la possibilità di vivere anche situazioni di dolore e di morte.

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