Ambasciatore

Una sera, durante l’esperienza di volontariato in Angola, fummo invitati all’ambasciata italiana per un incontro con l’ambasciatore. Ho il ricordo di una persona più giovane di quanto mi sarei aspettato, molto loquace e alla mano. Mi sembra che si chiamasse Grandi. Parlò con la suora italiana che ci accompagnava, suor Agnese, e mostrò di conoscere molto bene l’attività della missione salesiana nella quale vivevamo.

Memore di questo episodio non sono rimasto particolarmente stupito nel leggere che l’ambasciatore Attanasio, il diplomatico ucciso ieri insieme al carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista Mustapha Milambo, fosse molto conosciuto e stimato, in alcuni casi considerato quasi di casa, da molti missionari presenti in Congo. Seguendo le informazioni sul tragico attentato, mi è capitato di vedere un’intervista che l’ambasciatore aveva rilasciato un paio di anni fa a Diego Bianchi di Propaganda Live, nella quale diceva che la presenza italiana in Congo era composta appena da 1200 persone. Di questo scambio mi ha colpito il fatto che, nel descrivere da chi fosse composto questo migliaio di persone, Attanasio parlasse, oltre che dei missionari, del personale delle ong e delle organizzazioni internazionali e degli imprenditori, anche di persone che erano arrivate in quel Paese “in cerca di un futuro migliore”. Non avevo mai pensato che l’emigrazione dall’Italia alla fine della seconda guerra mondiale avesse toccato anche uno dei Paesi dell’Africa più profonda.

Il Congo è un Paese potenzialmente ricchissimo, stracolmo di qualsiasi risorsa energetica e mineraria, con al suo interno la seconda foresta pluviale più grande al mondo. Eppure è uno degli Stati più poveri al mondo, martoriato da guerre infinite fra chi si contende il potere e le ricchezze. Anzi, spesso sono proprio i suoi tesori ad aver fatto del Congo un Paese perennemente in guerra: l’ultima, in ordine cronologico, quella per lo sfruttamento del coltan, il minerale essenziale per la componentistica dei cellulari e tablet di ultima generazione.

In questo contesto devastato e pericoloso Attanasio, insieme alla moglie, aveva affiancato all’attività di diplomatico l’impegno in organizzazioni umanitarie che avevano l’obiettivo di aiutare gli ultimi di una popolazione già estremamente povera: i ragazzi di strada, le donne sole vittime di violenza.

La sua barbara uccisione è stata l’occasione per accendere i riflettori, purtroppo per una vicenda drammatica, su un angolo di pianeta in genere perennemente ‘al buio’.

Sarebbe bello se per onorare la sua memoria il governo italiano, che Attanasio rappresentava in quel Paese, promuovesse progetti di sviluppo e di cooperazione in Congo. Da quello che si legge su di lui sui giornali di oggi, sarebbero state proprio queste iniziative a renderlo orgoglioso del proprio lavoro.

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