I rumori della vita che riparte

Il camion per la raccolta del materiale ingombrante passa presto la mattina. L’obiettivo è giusto e reale, ridurre al massimo il disagio causato dalle operazioni di carico, non sempre velocissime. L’altra faccia della medaglia, però, è quella di un rumore forte e improvviso che squarcia il silenzio della notte che inizia a farsi giorno. Sì, perché alle 5 di mattina adesso è ancora notte, ma si iniziano a vedere le prima luci di un’alba che poi arriva rapidamente.

Il rumore del ferro vecchio che sbatte sul cassone del camion, stamattina, mi ha trovato già sveglio. Mi sono concentrato su quel fastidio come per attutirne l’impatto e per fare in modo che non svegliasse le bambine, che hanno la camera che dà proprio sulla strada: una strada generalmente silenziosa, ma non oggi.

Preoccupato per la lunghezza, almeno per le mie aspettative, delle operazioni di carico, sono andato a sbirciare dal vetro della finestra dello studio, senza aprirla, quasi per velocizzare e in qualche modo sostenere il lavoro di quei ragazzi in piedi chissà da quando. Guardandoli, non visto a mia volta, ho avvertito la difficoltà di tenere insieme rapidità e cura: sarebbe stato molto più semplice ‘volare’ tutte le cose sul cassone, ma il rumore si sarebbe trasformato in un boato che avrebbe svegliato tutto l’isolato.

Mentre caricavano gli ultimi pezzi, il mezzo fermo in mezzo di strada è stato superato da un ragazzo in bici. In quei pochi secondi ho notato che i tre, i due lavoratori e il passante, si sono salutati, non so se per cortesia o perché si conoscevano. Del ragazzo in bici mi hanno colpito subito due cose. La prima è che era avvolto in un giubbotto pesante e con un cappello di lana, forse un passamontagna, in testa, perchè la mattina fa ancora molto freddo. La seconda è che portava la mascherina anche per andare in bici, da solo, alla 5 di mattina. Probabilmente un segno evidente del timore che questo virus ha radicato dentro di noi, ma anche, credo, un gesto di responsabilità, di quella responsabilità che, insieme al timore, sta ormai ben inserita nelle nostre vite.

Accompagnando con lo sguardo il camion che finalmente si allontanava mi è venuto da pensare che la scena ascoltata con preoccupazione dal letto e osservata con curiosità dalla finestra rappresentasse bene il periodo che stiamo vivendo.

Il lavoro, prima di tutto. Un lavoro spesso precario e difficili, non di rado pericoloso, che richiede fatica, disponibilità e dedizione. Un lavoro sempre più precario, ma che proprio per questo va tenuto e mantenuto con le unghie e con i denti.

E poi il rumore, un rumore forte e improvviso come un boato, un fastidio che ha ‘violentato’ la nostra comodità, che ha cambiato le nostre abitudini e stravolto la nostra quotidianità.

Ma anche gli incontri, anche quelli casuali, che, nonostante tutto, continuano a dare un senso alle nostre esistenze e al nostro bisogno di socialità. Quel senso di comunità che davamo talmente per scontato fino ad un anno fa, tanto da averlo probabilmente anche messo da parte, e che adesso ci porta a sentirci vicini alla vita e alle storie di tre ragazzi intravisti per strada.

E infine la luce del giorno che, lenta, in alcuni momenti lentissima, ma inesorabile, alla fine tornerà. Anche stavolta.

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