Vite intrecciate

Ieri pomeriggio ho partecipato, purtroppo a distanza, come impongono le regole di questo periodo complicato, ad un incontro del Consiglio Comunale delle ragazze e dei ragazzi di Castelfiorentino: un appuntamento annuale fisso ormai, e per me molto piacevole, in occasione dell’avvio del progetto sulla promozione della legalità, promosso dall’associazione Cetra.

Insieme a questi giovani studenti abbiamo ricordato la recente giornata in memoria delle vittime innocenti di mafia, celebrata proprio il 21 marzo, quando in alcune città d’Italia sono stati letti i 1031 nomi delle persone uccise dalla criminalità organizzata. Abbiamo condiviso soprattutto il fatto che legalità significa rispetto delle leggi, certamente, ma vuol dire anche e soprattutto promozione e condivisione di una cultura della giustizia e della solidarietà.

Oggi, 24 marzo, è la giornata in ricordo dei missionari martiri, giorno di preghiera e di digiuno, per i credenti, fissato nell’anniversario della morte di monsignor Oscar Arnulfo Romero, ucciso a San Salvador proprio il 24 marzo del 1980 mentre celebrava la Messa. Quando ho letto che lo slogan scelto per la giornata di quest’anno è “vite intrecciate“, mi è venuto spontaneo pensare all’incontro di ieri con i ragazzi e le ragazze del Ccr.

Mi è venuto naturale fare un collegamento perchè, in fondo, promuovere la legalità è proprio questo, è intrecciare la propria vita con quelle degli altri, è sorreggersi l’un l’altro, è non lasciare solo chi è in prima fila, in balia di chi vuole abbatterlo.

Giovanni Falcone, qualche settimana prima di morire, rilasciò un’intervista nella quale disse esplicitamente e con estrema consapevolezza che “si muore quando si è lasciati soli”: sicuramente si sentiva lasciato solo dallo Stato, che avrebbe dovuto sostenerlo e proteggerlo; probabilmente, in quel momento, anche i normali cittadini, la società civile, si direbbe adesso, non avevano piena consapevolezza dell’importanza della battaglia che Falcone, insieme ad altri, stava portando avanti. Fu solo dopo la sua morte e quella di Borsellino, dopo gli attentati di Firenze, Roma e Milano che sia avviò una presa di coscienza collettiva e nazionale sull’importanza della lotta alla mafia. Fu solo dopo quei fatti drammatici che in qualche modo riuscimmo ad intrecciare le nostre vite con quelle di chi, la potenza e la violenza mafiose, le viveva da sempre sulle proprie spalle.

Vite intrecciate, allora, sono quelle di coloro che promuovo i valori della pace e della giustizia, non in modo teorico e solo annunciato, ma pratico e concreto. Sono quelle dei tessitori di fraternità, non solo nei grandi gesti che cambiano il corso della storia, ma anche e soprattutto in quelli piccoli che segnano la quotidianità di ciascuno di noi: è possibile essere tessitori di fraternità condividendo un pasto caldo con chi ne ha bisogno, cercando di superare le difficoltà di una famiglia nell’accesso alla didattica a distanza, aiutando una persona straniera nell’accesso ai servizi del territorio. Non a ciascuno di noi è richiesto di diventare un eroe, ma ognuno di noi può fare qualcosa per legare la propria esistenza a quella degli altri.

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