Fra diplomazia e inadeguatezza

L’atteggiamento provocatorio e volgare del presidente turco Erdogan, che ieri ha lasciato letteralmente in piedi la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha suscitato ovvie e giuste proteste e una marea di reazioni indignate. Ed altrettante critiche ha raccolto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, che si è accomodato al suo posto senza apparentemente fare una piega di fronte allo sgarbo di Erdogan.

Proprio nella diversità di reazioni fra Von der Leyen, stizzita ma composta, e Michel, disaccorta e quasi indifferente, sta la differenza fra diplomazia e inadeguatezza.

Si definisce, infatti, ‘diplomazia‘ “il complesso dei procedimenti attraverso i quali uno stato mantiene le proprie relazioni internazionali”. Il significato di questa parola, quindi, non ha niente a che fare con lo stare inermi di fronte alla provocazioni, ma riguarda eventualmente, appunto, la valutazione della complessità del mantenimento di alcune relazioni internazionali e la conseguente necessità di evitare comportamenti e reazioni istintive, che non solo possono peggiorare i rapporti che si vorrebbe tutelare, ma addirittura ‘fare il gioco’ della controparte, che potrebbe avere tutto il vantaggio ad avvelenare le relazioni stesse.

Se avesse potuto seguire soltanto l’istinto, probabilmente, la presidente della Commissione Europea avrebbe volentieri voltato le spalle al suo interlocutore e abbandonato la sala. L’aver preferito ‘dare priorità alla sostanza‘, come ha detto nel comunicato ufficiale nel quale ha commentato l’accaduto, è stata la dimostrazione della consapevolezza della complessità dei procedimenti in atto e della necessità di far fronte anche ad imprevisti di questo tipo.

Tutto bene, quindi? Io credo di no, perchè il rischio grosso che viene corso in situazioni come queste è che la saggezza della reazione immediata possa lasciare il posto alla passività anche dei giorni e dei mesi successivi, facendoci passare, quindi, dalla diplomazia alla inaedguatezza. Il gesto di Erdogan non sarebbe stato meno grave se fosse stato isolato, ma ha l’aggravante di inserirsi all’interno di una strategia di allontanamento e di divergenze rispetto ai valori che guidano le democrazie occidentali. Il recente ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul (guarda caso) sui diritti delle donne era solo l’ultima, fino a ieri, di una serie di piccole e grandi provocazioni e minacce, come quella di aprire le sue frontiere verso l’Europa a milioni di profughi siriani ospitati nel suo Paese. Provocazioni e minacce, alla fine, utili solo a rendere più profondo il fossato che divide la Turchia dal Vecchio Continente.

E’ di fronte a quel gesto e del suo inserimento all’interno di un disegno più ampio che la reazione dell’Unione Europea può prendere due strade: o quella del mantenimento delle relazioni diplomatiche, consapevoli della complessità ma anche con la schiena dritta di chi non accetta soprusi, o quella dell’inefficacia e dell’inadeguatezza, della mancanza di reazioni che ci condannerebbe alla sottomissione e alla fine anche al ridicolo nei confronti di Erdogan e del resto del mondo.

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