Capitani della spiaggia

Quando eravamo in Angola, insieme ad Elisa avevamo preso l’abitudine di andare sulla spiaggia, alla fine della giornata e prima del tramonto, per raccogliere le conchiglie che la corrente dell’oceano Atlantico portava ogni giorno a riva.

Il lungo mare era vicino alla missione all’interno della quale vivevamo, anche se il percorso, ogni giorno, non era mai uguale a quello del giorno precedente. Teoricamente bastava attraversare la strada e poi proseguire dritto per un altro centinaio di metri: in realtà, in quel centinaio di metri, dovevamo attraversare una distesa di capanne di fortuna che, se si estendevano per un tratto brevissimo in profondità, essendo confinate fra la strada e il mare, collegavano, quasi senza soluzioni di continuità, Cacuaco, il villaggio dove vivevamo, con la capitale Luanda. Circa quindici chilometri di baracche, tende, capanne. Nella zona di fronte alla missione, poi, erano utilizzate come ‘abitazioni’ le salgas, dei cubi di cemento, ormai senza tetto, che i colonizzatori portoghesi avevano utilizzato, decenni prima, come posti per la conservazione del sale estratto dall’oceano.

Il tragitto per arrivare sulla spiaggia, quindi, era breve, ma sempre originale e nuovo, negli incontri, negli odori e nelle cose che vedevamo: persone intente a preparare il povero pasto della sera, contrattazioni animate in una sorta di mercato informale, bambini che giocavano con la ruota o con la palla. E proprio di bambini e con i bambini è il ricordo più bello di quella spiaggia.

Un giorno avevamo finito tardi la nostra attività e avevamo quasi pensato di non andare, ma poi decidemmo di non perdere il nostro appuntamento quotidiano e di fare una passeggiata veloce prima della cena. Era una giornata nuvolosa, uggiosa come le giornate con la nebbiolina fitta e costante sanno essere in qualsiasi parte del mondo.

Arrivati in riva al mare, trovammo subito alcune conchiglie. Erano grandi, con una forma a spirale. Qualcuna era un po’ rotta, ma altre erano perfettamente integre. Presi da questa attività proseguimmo verso nord sul bagnasciuga. Fu quando arrivammo vicino ad una costruzione diroccata che in qualche modo ci impediva il passaggio, a meno di non entrare in acqua o di risalire un po’ verso le baracche, che, voltandoci indietro, vedemmo sei o sette bambini che ci seguivano a distanza e che, sghignazzando, si erano messi a raccogliere alcune delle conchiglie che avevamo lasciato per strada. Probabilmente, abituati come erano a vederle tutti i giorni della loro vita, questa raccolta sarà sembrata loro l’attività più inutile possibile, ma vedendo il nostro impegno si erano dati da fare anche loro.

Ci fermammo e ci facemmo raggiungere. Ci dissero che vivevano nelle baracche che avevamo appena superato e che sapevano che noi eravamo ‘i bianchi’ ospiti della missione delle suore. Mentre parlavamo ci accompagnarono indietro nella nostra camminata. I giorni successivi continuammo ad andare sulla spiaggia e loro diventarono spesso i nostri compagni di camminata. Ben presto li definimmo i Capitani della spiaggia, prendendo spunto da un libro di Jorge Amado che entrambi avevamo amato moltissimo e che parla di ragazzi di strada: loro, a differenza, dei protagonisti del romanzo, avevano le loro famiglie, ma il loro procedere in piccoli gruppi, sempre più o meno gli stessi, ma ogni volta con qualcuno diverso, ci aveva fatto pensare ai protagonisti del libro.

Mi trovo oggi a riguardare quella immagine di tanti anni fa che mi riprende con due bambini: tanti anni, chili e capelli neri fa, ma mi sembra ancora di sentire lo sbattere delle onde sulla spiaggia, l’odore dei cibi cucinati sulle tre pietre e lo sghignazzare dei capitani che ci seguivano sul bagnasciuga.

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