I rumori della vita che riparte

Il camion per la raccolta del materiale ingombrante passa presto la mattina. L’obiettivo è giusto e reale, ridurre al massimo il disagio causato dalle operazioni di carico, non sempre velocissime. L’altra faccia della medaglia, però, è quella di un rumore forte e improvviso che squarcia il silenzio della notte che inizia a farsi giorno. Sì, perché alle 5 di mattina adesso è ancora notte, ma si iniziano a vedere le prima luci di un’alba che poi arriva rapidamente.

Il rumore del ferro vecchio che sbatte sul cassone del camion, stamattina, mi ha trovato già sveglio. Mi sono concentrato su quel fastidio come per attutirne l’impatto e per fare in modo che non svegliasse le bambine, che hanno la camera che dà proprio sulla strada: una strada generalmente silenziosa, ma non oggi.

Preoccupato per la lunghezza, almeno per le mie aspettative, delle operazioni di carico, sono andato a sbirciare dal vetro della finestra dello studio, senza aprirla, quasi per velocizzare e in qualche modo sostenere il lavoro di quei ragazzi in piedi chissà da quando. Guardandoli, non visto a mia volta, ho avvertito la difficoltà di tenere insieme rapidità e cura: sarebbe stato molto più semplice ‘volare’ tutte le cose sul cassone, ma il rumore si sarebbe trasformato in un boato che avrebbe svegliato tutto l’isolato.

Mentre caricavano gli ultimi pezzi, il mezzo fermo in mezzo di strada è stato superato da un ragazzo in bici. In quei pochi secondi ho notato che i tre, i due lavoratori e il passante, si sono salutati, non so se per cortesia o perché si conoscevano. Del ragazzo in bici mi hanno colpito subito due cose. La prima è che era avvolto in un giubbotto pesante e con un cappello di lana, forse un passamontagna, in testa, perchè la mattina fa ancora molto freddo. La seconda è che portava la mascherina anche per andare in bici, da solo, alla 5 di mattina. Probabilmente un segno evidente del timore che questo virus ha radicato dentro di noi, ma anche, credo, un gesto di responsabilità, di quella responsabilità che, insieme al timore, sta ormai ben inserita nelle nostre vite.

Accompagnando con lo sguardo il camion che finalmente si allontanava mi è venuto da pensare che la scena ascoltata con preoccupazione dal letto e osservata con curiosità dalla finestra rappresentasse bene il periodo che stiamo vivendo.

Il lavoro, prima di tutto. Un lavoro spesso precario e difficili, non di rado pericoloso, che richiede fatica, disponibilità e dedizione. Un lavoro sempre più precario, ma che proprio per questo va tenuto e mantenuto con le unghie e con i denti.

E poi il rumore, un rumore forte e improvviso come un boato, un fastidio che ha ‘violentato’ la nostra comodità, che ha cambiato le nostre abitudini e stravolto la nostra quotidianità.

Ma anche gli incontri, anche quelli casuali, che, nonostante tutto, continuano a dare un senso alle nostre esistenze e al nostro bisogno di socialità. Quel senso di comunità che davamo talmente per scontato fino ad un anno fa, tanto da averlo probabilmente anche messo da parte, e che adesso ci porta a sentirci vicini alla vita e alle storie di tre ragazzi intravisti per strada.

E infine la luce del giorno che, lenta, in alcuni momenti lentissima, ma inesorabile, alla fine tornerà. Anche stavolta.

Camminando

Ieri pomeriggio mi è capitato di fare una lunga camminata con un caro amico che non vedevo da tempo. Ci eravamo incrociati qualche giorno fa e ci eravamo promessi di vederci, per aggiornarci sulle nostre reciproche situazioni, lavorative e personali. E così ieri, invece di chiuderci in ufficio, abbiamo deciso di ‘fare il punto’ attraversando la città verso ovest.

E’ stato il momento giusto, dopo tanto, per parlare di progetti e di idee, personali e collettive; e questo è stato il primo grande regalo che questo amico mi ha fatto: in un periodo così difficile, parlare di un futuro possibile e vedere i primi frutti di un lavoro che si realizzerà nel tempo, oltre a dare speranza, trasmette la sensazione, quanto mai importante, che possiamo, anche oggi, non fermarci al quotidiano, ma sognare ciò che vorremmo avvenisse.

Mentre stavamo tornando nel luogo dove ci eravamo incontrati e dove io avevo lasciato l’auto, questa persona, che è decisamente più giovane di me, mi ha raccontato di aver appena acquistato una casa nella quale di qui a breve andrà a vivere con la sua compagna. “Vorremmo non perdere tempo e avere dei figli, – mi ha detto -fosse per me lo vorrei anche ora.” Ripenso stamattina, che è la festa del papà, a questa frase uscita di getto, che mi ha fatto sorridere ma che non mi ha stupito, conoscendo la sua spontaneità che non perde mai per strada sensibilità e profondità. Ci penso stamattina e mi dico che è proprio un pensiero bellissimo e coraggioso. Coraggioso perchè se già il pensiero di avere dei figli era già abbastanza controcorrente qualche anno fa, lo è ancora di più oggi, quando la pandemia ci ha bloccati in un distanziamento, non solo fisico, ma anche mentale nei confronti dei nostri sogni; quando l’incertezza è diventata una compagna di viaggio che non riusciamo a tenere lontano, quando il lavoro, se abbiamo la fortuna di averlo, dobbiamo tenerlo stretto consapevoli che la certezza del posto non fa ormai più parte del nostro orizzonte professionale.

Il suo pensiero, oltre che coraggioso, è bellissimo, perché i figli trasformano la vita, in dei momenti anche complicandola, ma rendendola sempre più piena, vera, condivisa. Sono quel progetto, o per meglio dire qual cantiere, che rimane sempre aperto, unico, non solo perchè non chiude mai, ma anche perchè il nostro lavoro, seppur importantissimo, non completa mai la sua realizzazione. E proprio in questo limite sta l’unicità del progetto di vita: il progetto è il nostro, ma quella vita no; dobbiamo accompagnarla e sostenerla, ma è altro da noi.

E allora il pensiero di oggi per la festa del papà, oltre che per il mio di padre, è per questo amico che ancora padre non è, ma che avrà un figlio fortunato, perchè già atteso e voluto.

Vaccini, chiarezza e rapidità

E’ chiaro a tutti coloro che hanno seguito, anche minimamente, la questione legata alla sospensione della somministrazione dei vaccini Astra Zeneca, che questa decisione ha assestato un colpo devastante alla credibilità della campagna in corso.

I numeri riportati parlano di poche decine di effetti collaterali gravi a fronte di oltre 7 milioni di vaccinazioni, tanto poche da far dubitare sulla possibile correlazione fra gli episodi e la possibile causa della puntura.

Non sono un medico e quindi non so valutare le correlazioni e le possibilità che ci sia davvero un rapporto di causa effetto.

Ciò che per me è evidente è che il rallentamento improvviso del percorso programmato stride fortemente con quanto aveva dichiarato, appena domenica sera, il nuovo commissario straordinario per l’emergenze Covid, Figliuolo, il quale, intervenendo alla trasmissione Che tempo che fa, aveva detto chiaramente che non possiamo correre il rischio di buttare via dosi già pronte e che, per evitare questo pericolo, dovremmo essere pronti e disponibili a vaccinare “chiunque passi” per strada.

Per arrivare all’obiettivo espresso dal generale, quindi, è necessario che questa situazione si sblocchi. E anche molto rapidamente.

Ma in questo caso e a questo punto, la rapidità da sola non basta. Serve, anche e forse di più, chiarezza.

Se prima eravamo stati abituati ad una presenza frequente, forse anche eccessiva, del Presidente del Consiglio in televisione ogni volta che riteneva necessario dover spiegare le decisioni prese, è francamente incredibile e anche poco giustificabile che ieri il presidente Draghi non abbia sentito il dovere di esporsi pubblicamente per spiegare e almeno tentare di tranquillizzare i cittadini.

Chiarezza vuol dire condividere i passaggi fatti, riportare i dati, i numeri e i chiarimenti che questa interruzione e i conseguenti approfondimenti avranno portato con sè.

Se il colpo di questa interruzione è già stato devastante per la credibilità del sistema, deve essere in ogni modo evitato che diventi mortale, scongiurando il retro pensiero o il dubbio che ci siano informazioni che non vengono condivise e rese pubbliche per chissà quale drammatico motivo.

La fiducia nella scienza è una cosa seria e merita di essere protetta con serietà, sincerità e fermezza.

Se non ora, quando?

Al summit dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si è svolto mercoledì scorso a Ginevra, si è riproposto, e purtroppo con gli stessi esiti, lo scontro sulla possibilità di sospendere i brevetti su cure e vaccini legati al Covid-19.

Anzi, per essere più precisi, lo scontro non c’è proprio stato, visto che, nonostante che sia espressamente prevista la possibilità di derogare al cosiddetto accordo Trips sulla proprietà intellettuale, i Paesi ricchi, sede delle più importanti aziende farmaceutiche del mondo, hanno alzato l’ennesimo muro a loro difesa, interrompendo sul nascere qualsiasi confronto in merito.

La concentrazione della produzione in mano a poche aziende, che hanno concluso accordi estremamente vantaggiosi sulla immediata distribuzione nei Paesi più ricchi e quindi maggiormente in grado di pagare ‘tanto e subito’, è una delle cause della situazione di vera e propria apertheid vaccinale, per la quale il 76% delle dosi è distribuita all’interno di questi Stati e soprattutto per la quale decine di Paesi devono ancora ricevere la prima dose di vaccino: su 192 Paesi colpiti dal virus erano 130 ad inizio febbraio e poco meno di cento qualche giorno fa.

Il tema della equa distribuzione dei vaccini e della possibilità di produrne in quantità sufficiente a provvedere all’intera popolazione mondiale, che emerge oggi in tutta la sua gravità, era stato visto con grande anticipo da Papa Francesco, che già diversi mesi fa aveva alzato la voce, una voce purtroppo restata isolata, nel chiedere che questo strumento indispensabile non fosse l’ennesima arma funzionale ad un ulteriore aumento delle diseguaglianze, ma, al contrario, potesse costituire il sigillo di un’alleanza per la ripresa mondiale. Il suo appello, come molti altri in questi anni di pontificato, è stato apprezzato, forse un po’ ipocritamente, nelle parole, ma è rimasto sostanzialmente inascoltato nei fatti, a causa soprattutto di una incapacità delle istituzioni continentali e mondiali di far fronte agli appetiti di Big Pharma. Eppure le istituzioni politiche, se volessero, sarebbero ben nelle condizioni di pretendere qualcosa dalle grandi aziende farmaceutiche, visti i 93 miliardi di fondi pubblici versati nelle loro casse nella spasmodica ricerca di una uscita da questo incubo planetario. Resta quindi il dubbio che il problema non stia tanto nell’incapacità o nella debolezza, ma nella non volontà e nella miopia di un governo mondiale che non riesce a capire il messaggio del Papa quando ci ricorda che da questa pandemia o ne usciamo tutti insieme o non ne usciamo affatto: lasciare centinaia di milioni di persone senza vaccino non è infatti solo un vergognoso atto di egoismo, ma rappresenta anche la drammatica certezza che non riusciremo a raggiungere quell’immunità di popolazione globale che rimane l’unica certificazione possibile della sconfitta del virus.

In una lettera al quotidiano The Guardian prima dell’inizio del summit, il segretario dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sostenendo la necessità della sospensione dei brevetti, aveva utilizzato le celebri parole “se non ora, quando?“. La risposta, ahimè, è arrivata ancora una volta forte e chiara: non ora e chissà se e quando.

Anche per questo parteciperò alla maratona di sottoscrizioni, prevista per il prossimo 7 aprile, giornata mondiale della salute, per fare in modo che dalla società civile prenda forza quella campagna di consapevolezza e di pressione fondamentale affinché i grandi (volutamente minuscolo) della Terra si decidano a fare dei vaccini uno strumento di comunione e non di divisione.

Felicità

Ne avevo sentito parlare molte volte ma solo negli ultimi giorni mi è capitato per la prima volta di leggere per intero il bellissimo inizio della Dichiarazione americana del 1776 che, unica fra tutte le Costituzioni del mondo, parla esplicitamente di un diritto alla felicità. Recita: “Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità.”

L’uguaglianza, la difesa della vita, la libertà e, appunto il perseguimento della felicità. Certo, potremmo benissimo fare degli esempi di quanto quei diritti siano stati violati, in America e fuori, per responsabilità più o meno dirette dello stesso governo degli Stati Uniti. Ma non è questo il punto, almeno per me, in questo momento. Al netto di tutte le incoerenze è bellissimo il fatto che la Legge fondamentale di uno Stato elenchi il diritto alla felicità fra le ‘premesse’ di tutta la regolamentazione successiva.

La felicità è, nella sostanza, lo stato di soddisfazione di chi ritiene realizzati i propri desideri. Se ciascuno di noi prova a riportare alla propria vita quotidiana di questo anno questa definizione astratta, sarà difficile che non avverta un senso di frustrazione, più o meno netto. Distanziamenti, consapevolezza del pericolo, precarietà sociale ed economica, solitudine: sono molte delle condizioni che hanno accompagnato questo periodo e che hanno senz’altro reso complesso il raggiungimento dei nostri obiettivi.

Eppure qualcuno che ce l’ha fatta lo stesso c’è. E’ notizia di ieri che il presidente della Repubblica ha premiato con il titolo di Alfieri della Repubblica 28 giovani che nel corso del lockdown si sono adoperati per il benessere collettivo e in particolare per il sostegno alle persone in condizione di maggiore fragilità. C’è chi ha aiutato i propri compagni nello svolgimento della Didattica a distanza, chi ha dato sostegno agli anziani soli, chi si è speso a tutela dell’ambiente e chi ha operato come volontaria della Croce Rossa. E’ bello che il presidente della Repubblica abbia voluto, con questo riconoscimento, far vedere quante possibilità di fare il bene e di costruire relazioni ci possono essere anche in questa condizione così difficile. E dà davvero speranza il fatto che sia mostrato e reso pubblico dal Capo dello Stato l’impegno dei giovani, una delle fasce della popolazione maggiormente colpite e segnate da questo anno.

Dando una scorsa ai ragazzi premiati, fra l’altro, mi è venuto facile notare che molte delle attività e delle azioni da loro realizzate si sono svolte anche a Empoli, nella mia città: segno che la grande eccezionalità del bene nasce proprio nella semplicità. Il bene non richiede supereroi: l’amore, in fondo, come canta Tiziano Ferro ‘è una cosa semplice’. E proprio perchè semplice e non ha niente a che fare con superman, il bene, per essere davvero tale, deve essere condiviso.

Tutto bello allora? No, assolutamente. Le difficoltà , i problemi, la precarietà restano tutte nella loro complessità. Ma c’è da essere riconoscenti a questi giovani e a tutti quelli che, in questi mesi, hanno donato un po’ del loro tempo così complicato e innaturale agli altri, perchè hanno dimostrato che è possibile non chiudersi in se stessi e che, alla fine, la felicità sta certamente nel realizzare i propri desideri, ma anche nel dare il proprio contributo a rendere migliore il posto nel quale ci troviamo a vivere. Sarebbe bello, da questo punto di vista, intervistare ognuno dei 28 giovani Alfieri della Repubblica, prendendoli ancora ad esempio ‘statistico’: sono certo che, nonostante che abbiano sicuramente provato le restrizioni e le difficoltà di tutti noi, abbiano anche sperimentato la soddisfazione di alcuni dei propri desideri più profondi. E almeno loro abbiano in qualche modo vissuto e condiviso il loro diritto alla felicità.

Il rogo dei perdenti

foto http://www.ansa.it

Il mio primo ricordo di Corleone è legato al secondo viaggio in Sicilia, alla fine dell’estate del 2015. A differenza del primo, quando avevamo fatto il viaggio in camper attraversando l’Italia centrale e meridionale, in questa occasione, visto che il motivo della visita era la partecipazione ad un matrimonio, avevamo deciso di andare in aereo. Arrivati quindi all’aeroporto di Palermo alla fine del pomeriggio, noleggiammo un’auto per raggiungere il paese dove nei giorni successivi si sarebbe svolta la cerimonia. Già appena atterrati le nostre figlie avevano iniziato a lamentarsi per la fame. Partiti quindi per questa appendice di viaggio verso l’interno dell’isola, insieme a mia moglie decidemmo di iniziare subito a guardarci intorno per trovare un posto nel quale mangiare. Giunti per l’appunto nella zona di Corleone la situazione in auto iniziava a farsi difficilmente sostenibile e, quando vedemmo un ristorante all’entrata del paese, con le saracinesche mezze abbassate ma con ancora le luci accese all’interno, decidemmo di fermarci e di chiedere se fosse possibile avere un minimo di ristoro. La signora del locale rialzò subito la saracinesca e ci preparò con cura un bel piatto di pastasciutta per ciascuno. Nessuna malcelata sopportazione, ma, al contrario un’accoglienza calda e festosa.

E’ soprattutto legato a questo gradevole episodio il fatto che io abbia un bel ricordo positivo di Corleone e della sua gente. Al ritorno verso Palermo, alla fine di quei pochi giorni di permanenza, passammo di nuovo dal centro del paese e vedemmo, fra le altre cose, la vecchia casa di Totò Riina, che era stata trasformata nella caserma della Guardia di Finanza.

Nonostante che non abbia ricordi della chiesa di Sant’Agostino, mi ha colpito vederla in questi giorni devastata e profanata dal rogo doloso del quale è stata oggetto nei giorni scorsi. Ma se l’immagine dell’attentato mi ha colpito negativamente, mi hanno molto sollevato e dato speranza le parole del parroco, don Luca Leone. Nel commentare questo fatto ancora senza responsabili, ma che di sicuro si è esplicitato con una modalità mafiosa, il sacerdote ha ricordato che Corleone ha certamente dato i natali ad alcuni dei mafiosi più spietati, come Salvatore Riina o Leoluca Bagarella, ma anche a santi, come San Leoluca, il patrono, e testimoni di giustizia e legalità, come il sindacalista Placido Rizzotto, che hanno pagato con la vita il loro impegno e la loro coerenza. Riferendosi alle sue prese di posizione contro la mafia don Luca si è detto consapevole che con le sue parole può aver dato fastidio, ma ha anche raccontato dei 700 messaggi di solidarietà ricevuti, segno, ha concluso, che “non è che Corleone stia cambiando, è già cambiata.”

Anche in questo è la speranza e il coraggio della testimonianza il vero antidoto alla paura e alla sopraffazione. Anche oggi, come nel caso di ieri, la forza dell’impegno nonviolento rende ridicola la prova di forza e di intimidazione.

La forza della nonviolenza

foto tg24.sky.it

Sta facendo il giro del mondo, in queste ore, questa immagine di una suora in ginocchio e con le mani alzate davanti all’esercito birmano in tenuta antisommossa.

La foto è stata scattata durante una delle manifestazioni che si stanno svolgendo in tutto il Myanmar per protestare contro il golpe militare che ha portato al disconoscimento del risultato delle prime elezioni libere dopo decenni, che avevano visto il successo del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, e all’arresto della stessa leader birmana.

Guardando per la prima volta questa immagine mi ha colpito, certamente il coraggio, ma soprattutto la fragilità di questa persona disarmata di fronte ai militari armati di tutto punto. L’immagine della donna solo ed indifesa di fronte al potere è stata però rapidamente sostituita da quella della forza e l’intelligenza della nonviolenza rispetto alla debolezza e la stupidità della forza bruta. Di più: la protesta pacifica e disarmata è riuscita ancora una volta, così come in tante altre occasioni nel corso della storia non solo a sconfiggere, ma a rendere priva di senso la prova di forza che il potere non democratico mette in campo. La disparità di forze in campo mette addirittura in ridicolo un’esibizione di forza inutile quanto eccessiva.

Non so se questa immagine sarà fra qualche anno la foto simbolo di una pace finalmente raggiunta o quella nostalgica di una speranza tradita, ma la storia recente di Myanmar dimostra che i, seppur pochi, risultati raggiunti nella lunga marcia verso una pacificazione concreta, sono stati ottenuti grazie all’impegno di donne e uomini, dei quali San Suu Kyi è stata la rappresentante e la portavoce, che pacificamente, ma con forza e determinazione, hanno chiesto e preteso l’allargamento e l’estensione dei loro diritti e delle loro libertà.

Speriamo che quello in corso in questi giorni sia un nuovo e spedito passo fatto in quella direzione.

Accusati di umanità

Andrea Franchi e Lorena Fornasir sono due anziani coniugi triestini (lei 68 anni, lui 84) che alcuni anni fa hanno fondato l’associazione “Linea d’ombra” che ha l’obiettivo di aiutare, sostenere e alleviare le sofferenze dei migranti della rotta balcanica.

Nel corso della settimana appena conclusa la loro casa è stata perquisita dalle forze dell’ordine, la mattina all’alba, alla ricerca di prove che potessero sostenere l’accusa nei loro confronti di ‘favoreggiamento dell’immigrazione clandestina’. Non so come finirà questa indagine, se, come già successo in altre occasioni simili, alla fine l’accusa decadrà in fase di indagine o se alla fine si arriverà al processo o addirittura ad una condanna. Mi basta pensare all’assurdità dell’accusa nei confronti di due persone che hanno la sola colpa di aver fatto della loro casa, visto che proprio lì ha sede l’associazione, un luogo di cura e di protezione. Fa male pensare che questo Paese può essere diventato un luogo nel quale si può essere accusati di esseri stati umani, di aver adempiuto ad una delle opere di misericordia.

Questa vicenda, però, e forse è questo a scandalizzare ulteriormente, non è il frutto della mania di protagonismo di un magistrato di provincia, ma è la conseguenza di una norma, entrata in vigore nel 2009 e che nessuno negli undici anni successivi è riuscito o ha voluto cancellare, che ha introdotto, appunto, il reato di immigrazione clandestina e di conseguenza quello di favoreggiamento.

Chi in questi anni si è battuto per la cancellazione di questa norma illogica e disumana ha ben presente che uno Stato ha il diritto (e anche il dovere) di sapere chi vive sul suo territorio. Se ha portato avanti questa battaglia lo ha fatto, da una parte, con la convinzione, via via confermata nel tempo, che questo tipo di normativa non riesce neanche a raggiungere gli obiettivi per i quali era stata pensata (la protezione e il controllo delle frontiere) e dall’altra, soprattutto, nella consapevolezza che questo eventuale risultato non lo si può ottenere nè colpevolizzando chi mette a rischio la propria vita per sfuggire a povertà e violenze e neanche accusando persone che hanno la sola colpa di aiutare il prossimo.

Un solo risultato questa norma ha raggiunto davvero, in questo sostenuta da altre leggi o prese di posizione simili per retaggio culturale e obiettivo di fondo: quello di sdoganare i peggiori istinti e di dare loro una patente di legittimità. Aver trasformato le vittime di violenza e i poveri in colpevoli, aver fatto diventare l’essere buoni un’offesa (il ‘buonismo’), aver trasmesso il messaggio che i trafficanti di esseri umani e chi operava per il loro salvataggio fossero due facce della stessa medaglia: sono queste le colpe di questo periodo, delle quali la storia in qualche modo ci renderà conto, e che sono senz’altro figlie, legittime o meno, di una normativa che ha identificato lo straniero (quello povero, ovviamente) con un criminale.

Dittature ‘vicine’

E così fu il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ad autorizzare, per non dire ordinare, l’uccisione del giornalista Khashoggi, entrato all’interno del consolato dell’Arabia Saudita ad Instanbul nel primo pomeriggio del 2 ottobre 2018 e mai più uscito vivo da quell’edificio.

In realtà quello che è emerso dalla desecretazione del rapporto dell’intelligence Usa non è niente di nuovo rispetto a quanto già si sapeva: era subito apparso quanto meno improbabile che un giornalista dissidente fosse stato ucciso all’interno di un luogo di rappresentanza del Paese arabo senza che i suoi governanti fossero stati informati e avessero dato il loro consenso. La grossa e fondamentale novità è che adesso, in qualche modo, ci sono delle prove ufficiali di quella che poteva essere solo una supposizione, per quanto fondata. Prove che mancano, invece, in altre situazioni simili per modalità di svolgimento, non ultima quella relativa a Giulio Regeni e che vedrebbe il coinvolgimento di importanti autorità egiziane.

Alla luce degli sviluppi appena riportati, emerge in tutta la sua gravità la partecipazione di Matteo Renzi, qualche settimana fa, ad una conferenza proprio con il principe saudita Bin Salman, durante la quale aveva addirittura candidato quel Paese ad essere la ‘culla di un nuovo Rinascimento’. E ancora più doverose sono oggi le richieste che da più parti arrivano all’ex premier affinchè chiarisca i suoi rapporti con quel regime.

Grave quindi il comportamento di Renzi, ma faremmo un errore se pensassimo che il problema fosse solo legato alla sua figura. Perchè la storia dimostra, dalla ‘nascita’ di Bin Laden ai giorni nostri, che l’Arabia Saudita è sempre stata al centro degli interessi e degli interventi di buona parte dei Paesi occidentali. Il problema vero, infatti, è che per motivi sia di equilibri geopolitici in territori storicamente instabili, come il Medio Oriente o l’Iran, che di accaparramento delle risorse, l’occidente non riesce a fare a meno di stringere rapporti con Paesi, Arabia Saudita e Egitto fra i primi, che non solo non hanno mai brillato a livello di salvaguardia dei diritti umani, ma che sono stati, e in alcuni casi lo sono anche oggi, causa di alcune fra le guerre più inutili e devastanti per la popolazione civile.

Facile, insomma, seppur doveroso giudicare questi regimi e i loro comportamenti. Ma sarebbe giusto, e anche più completo, se, da cittadini, esprimessimo un giudizio severo verso i nostri governanti, che quei regimi sostengono e foraggiano, troppo spesso chiudendo uno o tutti e due gli occhi sulle loro violazioni dei più basilari diritti umani. Se quel giudizio severo fosse condiviso da un numero sempre più grande di persone, sarebbe più difficile per chi ci governa far finta di niente.

Ambasciatore

Una sera, durante l’esperienza di volontariato in Angola, fummo invitati all’ambasciata italiana per un incontro con l’ambasciatore. Ho il ricordo di una persona più giovane di quanto mi sarei aspettato, molto loquace e alla mano. Mi sembra che si chiamasse Grandi. Parlò con la suora italiana che ci accompagnava, suor Agnese, e mostrò di conoscere molto bene l’attività della missione salesiana nella quale vivevamo.

Memore di questo episodio non sono rimasto particolarmente stupito nel leggere che l’ambasciatore Attanasio, il diplomatico ucciso ieri insieme al carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista Mustapha Milambo, fosse molto conosciuto e stimato, in alcuni casi considerato quasi di casa, da molti missionari presenti in Congo. Seguendo le informazioni sul tragico attentato, mi è capitato di vedere un’intervista che l’ambasciatore aveva rilasciato un paio di anni fa a Diego Bianchi di Propaganda Live, nella quale diceva che la presenza italiana in Congo era composta appena da 1200 persone. Di questo scambio mi ha colpito il fatto che, nel descrivere da chi fosse composto questo migliaio di persone, Attanasio parlasse, oltre che dei missionari, del personale delle ong e delle organizzazioni internazionali e degli imprenditori, anche di persone che erano arrivate in quel Paese “in cerca di un futuro migliore”. Non avevo mai pensato che l’emigrazione dall’Italia alla fine della seconda guerra mondiale avesse toccato anche uno dei Paesi dell’Africa più profonda.

Il Congo è un Paese potenzialmente ricchissimo, stracolmo di qualsiasi risorsa energetica e mineraria, con al suo interno la seconda foresta pluviale più grande al mondo. Eppure è uno degli Stati più poveri al mondo, martoriato da guerre infinite fra chi si contende il potere e le ricchezze. Anzi, spesso sono proprio i suoi tesori ad aver fatto del Congo un Paese perennemente in guerra: l’ultima, in ordine cronologico, quella per lo sfruttamento del coltan, il minerale essenziale per la componentistica dei cellulari e tablet di ultima generazione.

In questo contesto devastato e pericoloso Attanasio, insieme alla moglie, aveva affiancato all’attività di diplomatico l’impegno in organizzazioni umanitarie che avevano l’obiettivo di aiutare gli ultimi di una popolazione già estremamente povera: i ragazzi di strada, le donne sole vittime di violenza.

La sua barbara uccisione è stata l’occasione per accendere i riflettori, purtroppo per una vicenda drammatica, su un angolo di pianeta in genere perennemente ‘al buio’.

Sarebbe bello se per onorare la sua memoria il governo italiano, che Attanasio rappresentava in quel Paese, promuovesse progetti di sviluppo e di cooperazione in Congo. Da quello che si legge su di lui sui giornali di oggi, sarebbero state proprio queste iniziative a renderlo orgoglioso del proprio lavoro.