Profumo di pane e di vita

Gli anni di volontariato con il Vides, e successivamente anche quelli nella mia città, mi hanno insegnato che per donarsi agli altri, per avere occhi attenti e braccia pronte, non è indispensabile essere forti e indistruttibili. Anzi, spesso è proprio quando ci accorgiamo delle nostre fragilità che ci mettiamo all’opera: se facessimo un questionario fra i volontari di diverse associazioni, ci accorgeremmo di quanto frequentemente la spinta per mettersi al servizio degli altri, dei poveri, nasce da una situazione di confronto, o di scontro, con una difficoltà personale.

Ricordo le domeniche di settembre, quando ci trovavamo a Bologna con tutti i volontari che erano da poco rientrati dalle esperienze estive di volontariato in Asia, Africa o America: più e prima ancora delle parole che ci scambiavamo, ho ben impresse nella mente le sensazioni, i sentimenti che condividevamo in quei giorni. Sono sicuro che se qualcuno, casualmente, fosse entrato in quel teatro, quel giorno, avrebbe ‘respirato’ la sensazione che stesse succedendo qualcosa di grande. E in effetti era così: qualcosa di grande e irripetibile, ogni volta, nella sua semplicità. Ragazzi, giovani, che si ritrovavano per condividere e raccontarsi le proprie esperienze, quel mese o poco più che spesso avrebbe cambiato radicalmente il proprio modo di vivere e la propria vita.

Eppure non sempre quelle esperienze erano vista con positività, neanche all’interno del nostro ambito di vita. Non era sempre facile essere capiti. E chi non capiva, chi non si avvicinava abbastanza per capire, spesso reagiva con reazioni opposte, ma di uguale tenore. Da dentro la Chiesa, visto che il Vides ha una origine chiara e ben definita, c’era chi sosteneva che quelle esperienze avrebbero potuto benissimo essere svolte anche in ambienti laici: meno male, rispondevo io, segno che ‘il bene’ e la possibilità di farlo non è stato distribuito solo ad alcuni ma è raggiungibile da molti, volendolo. Dall’esterno, invece e paradossalmente, la critica era opposta: quella ad un’identità ritenuta troppo forte, che rischiava di escludere ‘chi non la pensa come voi’. Sarebbe bastata entrare un pochino più dentro per capire che era proprio quella identità, quella chiarezza sul ‘chi siamo’, ad attirare e coinvolgere persone provenienti da ambiti completamente diversi, ma aperte alla condivisione e allo scambio. E’ stato proprio grazie a questo ‘incontrarsi reciproco’ che ho imparato un concetto che poi mi ha sempre guidato negli anni: che l’identità non è uno scudo con il quale proteggersi e nascondersi dagli altri, ma è la conoscenza di sè che dà la forza di aprirsi agli altri senza paura di esserne travolti.

Se penso a quegli anni e quei momenti, con un po’ di nostalgia, certo, ma soprattutto con tanta gratitudine, mi viene in mente il profumo del pane appena sfornato. Un odore di cose semplici e genuine, ma che sono alla base della vita. Un profumo di vita.

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