Ambasciatore

Una sera, durante l’esperienza di volontariato in Angola, fummo invitati all’ambasciata italiana per un incontro con l’ambasciatore. Ho il ricordo di una persona più giovane di quanto mi sarei aspettato, molto loquace e alla mano. Mi sembra che si chiamasse Grandi. Parlò con la suora italiana che ci accompagnava, suor Agnese, e mostrò di conoscere molto bene l’attività della missione salesiana nella quale vivevamo.

Memore di questo episodio non sono rimasto particolarmente stupito nel leggere che l’ambasciatore Attanasio, il diplomatico ucciso ieri insieme al carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista Mustapha Milambo, fosse molto conosciuto e stimato, in alcuni casi considerato quasi di casa, da molti missionari presenti in Congo. Seguendo le informazioni sul tragico attentato, mi è capitato di vedere un’intervista che l’ambasciatore aveva rilasciato un paio di anni fa a Diego Bianchi di Propaganda Live, nella quale diceva che la presenza italiana in Congo era composta appena da 1200 persone. Di questo scambio mi ha colpito il fatto che, nel descrivere da chi fosse composto questo migliaio di persone, Attanasio parlasse, oltre che dei missionari, del personale delle ong e delle organizzazioni internazionali e degli imprenditori, anche di persone che erano arrivate in quel Paese “in cerca di un futuro migliore”. Non avevo mai pensato che l’emigrazione dall’Italia alla fine della seconda guerra mondiale avesse toccato anche uno dei Paesi dell’Africa più profonda.

Il Congo è un Paese potenzialmente ricchissimo, stracolmo di qualsiasi risorsa energetica e mineraria, con al suo interno la seconda foresta pluviale più grande al mondo. Eppure è uno degli Stati più poveri al mondo, martoriato da guerre infinite fra chi si contende il potere e le ricchezze. Anzi, spesso sono proprio i suoi tesori ad aver fatto del Congo un Paese perennemente in guerra: l’ultima, in ordine cronologico, quella per lo sfruttamento del coltan, il minerale essenziale per la componentistica dei cellulari e tablet di ultima generazione.

In questo contesto devastato e pericoloso Attanasio, insieme alla moglie, aveva affiancato all’attività di diplomatico l’impegno in organizzazioni umanitarie che avevano l’obiettivo di aiutare gli ultimi di una popolazione già estremamente povera: i ragazzi di strada, le donne sole vittime di violenza.

La sua barbara uccisione è stata l’occasione per accendere i riflettori, purtroppo per una vicenda drammatica, su un angolo di pianeta in genere perennemente ‘al buio’.

Sarebbe bello se per onorare la sua memoria il governo italiano, che Attanasio rappresentava in quel Paese, promuovesse progetti di sviluppo e di cooperazione in Congo. Da quello che si legge su di lui sui giornali di oggi, sarebbero state proprio queste iniziative a renderlo orgoglioso del proprio lavoro.

Parole da respingere, sempre

Le parole che il professor Gozzini ha rivolto a Giorgia Meloni sono completamente intollerabili e ingiustificabili: offensive, sessiste, del tutto scollegate da qualsiasi discorso di merito su questioni specifiche. E sono ancora più sbagliate perchè arrivano da una persona di cultura e da un professore universitario, che dovrebbe avere un’infinità di modi ed argomenti diversi per esprimere il proprio legittimo dissenso rispetto alle posizione di una leader politica.

Del resto la condanna praticamente unanime nei confronti delle affermazioni di Gozzini dimostrano più di mille parole quanto queste siano state sbagliate.

Adesso che tutto il mondo politico, e non solo, si è schierato dalla sua parte non resta che aspettare dall’onorevole Meloni le parole di solidarietà finora mai arrivate nei confronti delle donne esponenti politiche, prima di tutte l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che prima di lei sono state oggetto di attacchi sessisti e misogini. Sarebbe bello se, in seguito a questo episodio riprovevole, Meloni ammettesse anche di aver sbagliato, per esempio, a non sostenere, e anzi ad osteggiare, la Commissione contro l’odio e la discriminazione voluta e promossa da Liliana Segre.

Se questa solidarietà e questa retromarcia arrivassero sarebbe davvero il segno che finalmente anche in questo Paese ci può essere una volontà congiunta da parte di tutte le forze politiche a non inquinare il dibattito politico con affermazioni cariche di violenza.

Se questo ravvedimento non ci fosse la condanna espressa in questi giorni rimarrebbe completamente intatta in forza e convinzione, pur nella consapevolezza che, per qualcuno, la condanna è sentita solo in certi casi.

Aspettiamo dunque fiduciosi, ma attenti.

Generazione ‘?’

Durante il discorso di insediamento del suo Governo, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha fatto più volte riferimento ai giovani e ad un futuro da costruire e da rendere migliore di questo disastrato presente.

Un riferimento sicuramente importante, ma che rischia di diventare scontato, se non addirittura retorico, se non verrà subito seguito da azioni concrete.

Pensando ai giovani, a quelli che conosco, che seguo e ho seguito negli anni, mi vengono in mente due concetti in particolare, che li caratterizzano in maniera piuttosto generale: ascolto, nel senso del bisogno di essere ascoltati, e libertà. Due concetti solo apparentemente in conflitto fra loro, ma oggi profondamente messi in discussione, non solo dal contingente della fase storica che stiamo affrontando.

I giovani, per loro stessa natura, non solo hanno bisogno di essere ascoltati, per essere accompagnati nelle scelte e sostenuti nella crescita, ma spesso, e grazie al cielo, pretendono di esserlo. Ed è proprio questa pretesa che spesso li salva e salva gli stessi adulti da una vita concentrata solo su se stessi, in un presente monotono e ordinario. Il bisogno di essere ascoltati è senz’altro visibile nei contesti sociali in cui vivono, la famiglia, la scuola, lo sport e gli altri luoghi di aggregazione, ma lo è anche a livello generale, nei luoghi nei quali si disegnano le politiche e le scelte che in qualche modo determineranno il loro futuro. E’ qui che nasce la prima responsabilità della quale il presidente Draghi, se vuole essere coerente con quanto detto nel suo discorso, deve farsi carico: se si vogliono mettere in campo politiche che riguardano i ragazzi e le ragazze e non tanto e non solo il loro futuro, quanto la reale possibilità di immaginarlo e costruirlo, non lo si può fare senza un loro reale coinvolgimento, senza un ascolto dei loro bisogni e delle loro aspirazioni.

Un ascolto che non sarà facile da organizzare e preparare perché il divario tecnologico è anche e soprattutto intergenerazionale, perché i luoghi e le modalità di aggregazione sono cambiati nel tempo e ancora di più nel corso di questa crisi sanitaria e anche perché una delle necessità dei prossimi mesi e anni, quando questa emergenza sarà finalmente alle spalle, sarà anche quella di rieducarci ad un contatto fisico, ad incrociare gli sguardi, a parlare guardandoci di nuovo finalmente in faccia. L’esperienza della Didattica a distanza, sperimentata proprio da tanti studenti insieme ai loro insegnanti, ha dimostrato che le innovazioni tecnologiche hanno reso possibile ovviare a tanti inconvenienti e hanno reso possibili tante nuove attività, ma niente riesce a sostituire la bellezza di un incontro. Anche sui banchi di scuola.

La grande difficoltà di questo momento di ascolto, se un giorno verrà realizzato, srarà anche nel fatto che dovrà essere organizzato in modo tale che possa tenere insieme la concretezza delle decisioni da prendere con il rispetto della libertà.

Applicare il concetto di libertà da parte degli adulti nei confronti dei giovani rischia d’essere estremamente complicato, perchè, da una parte, può tramutarsi in una dannosa indifferenza (“ti do talmente tanta libertà, che io nel frattempo faccio altro e ti perdo di vista”), che non ha niente a che fare con il concetto di partenza, dall’altra perché può essere concessa con una serie tale di limitazioni da essere tale solo sulla carta (“sei libero, ma ricordati di….”). E’ in particolare quest’ultimo rischio che io vedo estremamente concreto nell’organizzazione di un momento di ascolto ‘istituzionalizzato’: mettere una serie infinita di paletti (di accesso, di elaborazione delle risposte, di temi da affrontare ecc…) da risultare comunque impositivo.

La libertà dei giovani, io credo, deve essere praticata mettendo insieme fiducia e cura.

La fiducia, in questo senso, è il perfetto contrario sia dell’indifferenza sia della propensione a mettere una serie di binari sui quali ‘concedere’ una parziale libertà: lo è perchè presuppone una conoscenza profonda e una valorizzazione delle capacità dell’altro. E perchè ha come conseguenza la cura: dare fiducia non implica eclissarsi dalla vita dell’altro, ma accompagnarlo e sostenerlo, anche con sincerità e schiettezza, nel suo percorso di persona libera e autonoma.

Fare politiche per i giovani significa, quindi, essere disponibili ad una nuova alfabetizzazione, quanto meno nella raccolta dei bisogni e della elaborazione delle soluzioni.

I ragazzi e le ragazze, quasi per antonomasia, sono quelli che danno forma e sostanza al futuro, perchè hanno un orizzonte temporale per costruirlo e perchè sanno vedere in forma dinamica il presente. Compito della politica, in un momento di presente fermo e ‘limitato’ e di futuro avvolto da una nebbia profonda che spesso rischia di togliere i punti di riferimento, è quello di essere credibile ed efficace nel presentarsi come lo strumento attraverso il quale i giovani possano costruirsi un domani.

Fuori pista

Nella serata di ieri il governo ha deciso di chiudere le piste da sci, ritenendo che il rischio di contagio, nel caso in cui tante persone si fossero concentrate in queste località, fosse troppo alto e costituisse un pericolo troppo grande nella situazione estremamente delicata che stiamo vivendo.

La decisione, come era facilmente prevedibile, ha suscitato numerose e forti polemiche. Per prime quelle, comprensibili e in gran parte giustificate, dei gestori degli impianti e di tutti quelli che vivono grazie all’afflusso di turisti nelle località sciistiche. Le loro lamentele si sono concentrate soprattutto sul fatto che la decisione sia stata presa in netto ritardo e quando erano già stati venduti migliaia di skipass. Il governo, in questo caso giustamente, si è difeso chiarendo che non era possibile, da parte sua, comunicare prima questa decisione, visto che è in carica da poco più di quarantott’ore. Anche in questo caso viene da chiedersi se i geni che hanno cercato e provocato la crisi fossero consapevoli che poi si sarebbero inevitabilmente create lentezze burocratiche e vuoti, se non di potere, almeno di capacità di decisione.

Se le critiche degli addetti ai lavori, dicevamo, sono più che comprensibili, decisamente fuori pista è la polemica del neo ministro leghista Garavaglia, che non ha perso tempo per gridare “è colpa del governo”. Qualcuno lo informi che di quel Governo colpevole fa parte anche lui.

Siccome i populisti di ogni Paese denunciano i problemi, ma non trovano le soluzioni, sull’argomento si è buttata a capo fitto, andando anche lei fuori del tracciato, Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia è uscita oggi con una frase ad effetto, ma dal significato oscuro, ricordando che “la montagna merita rispetto.” Immagino che si riferisse a chi dalla montagna ricava il necessario per vivere. Che sicuramente merita rispetto, così come lo meritano i commercianti, i lavoratori del mondo dello spettacolo e tutti quelli, e sono centinaia di migliaia, milioni, che sono stati messi in ginocchio da questa infinita crisi economica. Il problema è in cosa dovrebbe tradursi il rispetto che queste persone innegabilmente meritano.

Io non so se il governo precedente e questo che è appena arrivato potessero fare di più e di meglio. Sugli argomenti che conosco di più credo di sì, che lo potessero fare. E fra l’altro, aggiungo, non avevo particolare simpatia per il governo precedente e nessuna per quello attuale. Ma credo anche che questo periodo storico non ha eguali nella storia recente del nostro Paese e del mondo intero. E che, se provo a guardarmi intorno, vedo che tutti gli altri Paesi europei sono più o meno nelle stesse condizioni nostre, dal punto di vista della chiusura delle attività economiche e di rigidità delle restrizioni. Mi viene da pensare, di conseguenza, che, se tutta Europa è più o meno costantemente chiusa, il problema è ben più grosso e generale, purtroppo, di quello legato all’apertura degli impianti sciistici.

Mal comune mezzo gaudio, insomma? No, qui il gaudio non esiste. Ma, se provassimo a guardare le cose con maggiore obiettività, ci sarebbe almeno la possibilità di discuterne senza discorsi inutili per partito preso.

Tecnici, politici e populisti

E così succede che, al primo giorno del governo tecnico-politico, quello dei migliori e di alto profilo, un tecnico indichi la strada da seguire e il politico salga in cattedra per esprimere dissenso, con arroganza e superbia.

Walter Ricciardi è il consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, professore universitario, consulente della Commissione Europea in materia di salute e membro del consiglio d’amministrazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un tecnico di alto profilo, insomma, si direbbe nel gergo che va di moda in queste settimane. Di altissimo profilo, direi.

Intervenendo oggi sulle colonne del quotidiano Avvenire, Ricciardi chiede che venga imposto un nuovo lockdown, per un periodo limitato, per provare, insieme all’azione dei vaccini, a sconfiggere definitivamente il virus. Propone questa soluzione perchè, sostiene, la strategia della convivenza con il virus si è rivelata fallimentare. La strategia di eliminazione del Covid, secondo Ricciardi, è vincente rispetto a quella della convivenza perchè: salva vite, evita decorsi clinici più prolungati, è più equa, fa bene all’economia (addirittura), è fattibile, si può fare sempre, facilita la mobilità internazionale, è sinergica con le vaccinazioni, è motivante, sostenibile e compatibile con le mutazioni del virus.

Io non so se la posizione di Ricciardi sia opinabile o meno, ma sono certo che una eventuale critica dovrebbe arrivare da uno scienziato dello stesso livello. E invece la critica più pesante alla sua presa di posizione è arrivata da Matteo Salvini, che naturalmente non è un tecnico, ma un politico (sul profilo meglio non esprimersi, in questa sede).

Salvini entra nel merito della questione, approfondendo l’argomento come suo solito e dicendo nella sostanza due cose: che Ricciardi è un uccello del malaugurio che terrorizza la popolazione e che prima di parlare avrebbe dovuto confrontarsi con il presidente Draghi.

Sulla prima critica verrebbe da sorvolare, ma, visto che Salvini non è il mio vicino di casa o uno incrociato in edicola, ma un politico che ‘fa opinione’, conviene riflettere sul fatto che a terrorizzare gli italiani sono molto più probabilmente i quasi 94.000 morti dall’inizio della pandemia, che gli allarmi (giustificati, fra l’altro) del consulente del governo. Le parole di Ricciardi, al massimo, possono essere l’ennesimo bagno di realismo di cui non sentivamo proprio il bisogno, ma di questo credo sia consapevole anche lo stesso professore.

Ma l’incredulità diventa indignazione quando il leader leghista dice che il consulente avrebbe dovuto confrontarsi con il Presidente del Consiglio prima di parlare. Quindi, in un governo tecnico politico, il tecnico prima di parlare dovrebbe parlare prima con il politico? Per fare cosa? Per chiedere l’autorizzazione? Oppure Draghi, anche da presidente del consiglio, è ancora un tecnico e allora il confronto doveva avvenire fra tecnici? E quindi, fra tecnici, quale avrebbe dovuto essere il tecnico più tecnico?

Al di là dell’ironia, il punto vero, come avevamo detto anche qualche giorno fa, è che quando qualsiasi governo prende una decisione, quella decisione diventa di per se stessa politica. Compito dei politici, quindi, sarebbe quello di ascoltare gli esperti e poi prendersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Ma oggi, purtroppo, per arrivare a questo punto, dovremmo superare due problemi non da poco: il primo è che alcuni politici sono di basso, basso livello e proprio non riescono a parlare lo stesso linguaggio di tecnici e consulenti, il secondo, ben più importante e decisivo, è che la tecnica può confrontarsi con la politica, ma mai con il populismo e la demagogia.

Ricciardi, dunque, continuerà a portare i propri dati, al Ministero e ai cittadini. Dalla posizione del governo cominceremo a capire, non tanto se e quanto sarà politico, ma finalmente il suo reale profilo.

Basso profilo

Sarebbe dovuto essere un governo “tecnico e di alto profilo“, qualcuno nei primi giorni delle consultazioni aveva parlato addirittura di “governo dei migliori”. E’ andata a finire che, invece di un governo tecnico, ci siamo trovati Giorgetti allo Sviluppo Economico, Franceschini alla Cultura e Orlando al ministero del Lavoro. Per il resto giudicate voi se un governo con Di Maio, Brunetta e Gelmini può essere definito “di alto profilo”.

Alla fine in questo si è concretizzato il ‘capolavoro’ di Renzi: un misero giochino di palazzo, utile a far uscire di scena Conte, per il quale peraltro non nutrivo particolare ammirazione, e per far rientrare al governo Forza Italia e la Lega, spostando a destra il baricentro dell’esecutivo. Per non parlare della pantomima disgustosa della ministra Bonetti, mitizzata per le ‘coraggiose’ dimissioni e poi prontamente ripagata con un nuovo incarico.

Certo, è incoraggiante la conferma del ministro Speranza e qualche inserimento, quello almeno sì, tecnico. Poco, decisamente troppo poco, se paragonati ai quindici giorni di sospensione dell’azione di governo, in un periodo così delicato, solo per le manie di protagonismo di un ex leader politico, che ha perso la dimensione di sè e un minimo di attaccamento alle sorti del Paese.

Ora non resta che aspettare e vedere all’opera il nuovo esecutivo, con la consapevolezza che non potrà che aumentare la mia considerazione, perché un governo peggiore di questo, in partenza, era proprio difficile da immaginare.

Con il dito e con il cuore

Ora di pranzo, zona scolastica, qualche centinaio di ragazzi esce nello stesso momento e si riversa sul marciapiede, raggiungendo ognuno il proprio mezzo o il proprio accompagnatore. Esco dall’auto per farmi vedere meglio e più rapidamente dalle mie figlie e proprio in quel momento incrocio lo sguardo, e l’orecchio, con due ragazzine che parlano fitto e colgo una che dice all’altra: “Ha toccato il cielo con un dito.” Pur non sapendo, ovviamente, chi fosse la persona in quella situazione di felicità assoluta mi ha colpito e stupito l’utilizzo di una frase che ritenevo, chissà perché, ormai in disuso, almeno fra i giovanissimi.

Toccare il cielo, fin dai tempi antichi, significa uno stato di gioia così assoluta da sfiorare la beatitudine, il contatto addirittura con la divinità. Da qui, a quanto ne so, il riferimento al cielo, luogo per antonomasia di residenza degli dei. Raggiungerlo con il dito, poi, significa essere così vicini a quella beatitudine da poterla addirittura toccare. Che bellezza. Che bello che ci sia qualcuno che anche in un periodo nuovo e particolarmente complesso, come quello che stiamo vivendo, che riesce a vivere e a mostrare una felicità così totale. E che meraviglia che a provare questo sentimento, almeno per quello che ho potuto intuire dal tono della conversazione, sia un giovane, un adolescente, proprio oggi che i giovani sono sicuramente una delle fasce della popolazione più ferite e derubate da questo maledetto virus.

Tornato a casa abbiamo pranzato e subito dopo mi sono rimesso a lavoro. Ma quella frase, quel cielo toccato con un dito, ha continuato ad interrogarmi.

Cosa può portare un giovane ad una felicità così avvolgente? Sicuramente qualcosa che viene dal cuore, mi sono risposto. Ma non necessariamente qualcosa di sentimentale, che pure è sicuramente plausibile: dal cuore infatti che, oltre ai sentimenti, prendono il via le decisioni importanti, le azioni che contano e nascono i desideri più belli. Per raggiungere gli obiettivi più importanti, si sa, ci vuole forza, coraggio, determinazione. Ma bisogna soprattutto metterci il cuore.

E allora buon volo a questa fortunata (o fortunato, non so), con l’auspicio che la beatitudine del contatto con un ‘assoluto’ gli dia forza e coraggio anche per i giorni, che ci saranno, nei quali invece sarà ben piantata a terra. Saranno importanti, quei giorni, perché è solo da terra che si può prendere il volo.

Così come siamo

“Togli la maschera. La tua faccia è bellissima.”

GIALAL AL-DIN RUMI

Si mette la maschera quando è più facile andare dietro alla folla che farsi un’idea, anche quando non sappiamo dove sta andando la folla o, peggio, quando la direzione presa non ci piace per niente.

Quando l’omologazione è il tratto distintivo e differenziarsi porta con sè il rischio dell’esclusione. Perchè nel mondo omologato c’è posto per tutti quelli che la pensano come noi, o loro, ma è un luogo parecchio stretto per chi la penso come vuole.

Si mette la maschera quando non vogliamo farci riconoscere, quando il calore del gruppo, della massa, in qualche modo, scalda il gelo di sentirsi inadeguato.

Si riesce a toglierla, invece, la maschera, quando qualcuno ci rassicura sul fatto che la verità non è stata tutta già scritta e che anche la nostra opinione può servire a definirla ed affermarla.

Quando ci si accorge che quelli passati alla storia, più o meno con la ‘s’ maiuscola e più o meno universale, sono quelli che hanno saputo in qualche modo differenziarsi. Ma non con una differenza fine a se stessa, incapace di incidere ma con azioni concrete e finalizzate ad affermare un ideale o a raggiungere un obiettivo.

Si toglie la maschera, infine, quando si riesce ad intuire che il nostro volto e la nostra persona sono unici e irripetibili e che sta a noi dare una senso al nostro passaggio in questa parte di universo.

Fratellanza, concreta e urgente

Leggendo il giornale di oggi mi hanno colpito alcune notizie in particolare: la sofferenza dei migranti respinti nei Balcani, diventati ormai il nuovo muro d’Europa; il nuovo appello ad un equo accesso ai vaccini, affinchè vengano distribuiti anche nei Paesi poveri; gli 800 migranti intercettati nelle acque del Mediterraneo e riportati in Libia; il fatto che nel 2020, con le eccedenze di cibo, sono stati aiutati 1,7 milioni di persone.

Due notizie negative, un auspicio e una notizia fortemente positiva, anche se causata da uno dei grandi drammi del nostro tempo, la diseguaglianza. Ma ciò che ai miei occhi le ha messe insieme tutte e quattro, dandogli un senso, è stata la dichiarazione di Papa Francesco in occasione secondo anniversario del suo incontro, ad Abu Dhabi, con il Grande Imam di Al-Azhar. “O siamo fratelli o crolla tutto”, ha detto il Papa. E ancora: “o costruiamo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro.”

Queste e le altre parole di Francesco hanno dato senso ai fatti di cui dicevo perchè sono state la dimostrazione evidente di quanto il documento che suggellò quell’incontro non fu solo una semplice dichiarazione di intenti, simbolica e utopistica, per il futuro, ma l’indicazione della strada da seguire per il presente.

Sappiamo benissimo che la realtà delle migrazioni è estremamente complessa da affrontare, che non esistono soluzioni semplici e, in generale, chi dice di avere la soluzione in tasca mente. La soluzione è certamente complicata, ma diventa impossibile se non mettiamo dei punti fermi. Il primo: i migranti sono persone, sempre, e come tali vanno trattate: farli vivere in dei campi, senza servizi, sommersi dalla neve, privi di qualsiasi diritto o protezione, come sta succedendo adesso nei Balcani, è incivile e disumano. Secondo: l’Europa deve finalmente ricordarsi di essere un continente composto da Paesi civili e affrontare il problema collettivamente e non lasciandolo sulle spalle degli Stati di primo approdo. Terzo: se vogliamo limitare la realtà delle migrazioni dobbiamo affrontare il problema alla radice, e il problema è l’impoverimento di tanti Paesi e la diseguaglianza profonda a livello globale. Se non risolviamo quel problema, il controllo delle migrazioni potrà avvenire soltanto voltandosi dall’altra parte rispetto a quanto succede in altre parti del mondo, molto vicine a noi, ma abbastanza lontane dai nostri occhi. Quarto: rimandare indietro 800 persone in un Paese nel quale non sono tutelati neanche i diritti fondamentali è altrettanto indegno e incivile.

La diseguaglianza è alla base anche degli altri due temi, quello dell’equo accesso ai vaccini e delle persone sostenute grazie alle eccedenze alimentari. Se il mondo di cui parlano Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar fosse già quello reale, il problema della distribuzione dei vaccini semplicemente non esisterebbe, perchè fra fratelli non si pone il problema di chi prima degli altri debba accedere alle cure essenziali. In un mondo giusto, non perfetto, semplicemente giusto, le eccedenze alimentari, il cibo in più che alcune persone hanno a disposizione, tanto da buttarlo via, non sarebbero così tante da poter soccorrere quasi due milioni di persone: fra fratelli non esiste la situazione nella quale uno si sfonda di cibo e l’altro soffre la fame.

Eccola qua la concretezza del documento dei due grandi leader religiosi: non il mondo del Mulino Bianco e neanche il diario delle belle intenzioni, ma una road map da seguire quotidianamente, ben piantati nella storia e nel mondo, con l’obiettivo di renderlo un posto migliore in cui vivere.

Tentativo di governo

Per ‘governo di alto profilo‘ immagino che debba intendersi quello composto da personalità che sono fuori dalla mischia del dibattito partitico, ma che, per la loro statura istituzionale, abbiano la credibilità per poter portare un importante contributo di idee ed essere visti, dai partiti e dai cittadini, come rappresentativi del più ampio schieramento possibile. Persone, insomma, ‘universalmente’ ritenute capaci di ‘parlare’ a nome del Paese.

Vedremo quale sarà la squadra che Draghi riuscirà eventualmente a presentare. Certo che, con tutto il rispetto per lui e per il presidente Mattarella, mi pare assai arduo, in un Paese che riesce a dividersi anche sul riconoscimento della figura morale di Liliana Segre, individuare figure ‘condivise’ e sostenibili in maniera trasversale.

Il momento, in questo ha sicuramente ragione Mattarella, richiede responsabilità. Vedremo l’eventuale accordo sul programma e da chi verrà siglato, ma, se mi guardo indietro alla storia recente, in periodo come questi, di fronte alla richiesta di responsabilità istituzionale, c’è sempre stato chi questo impegno se lo è preso, non di rado pagandolo in termini elettorali e di consenso, e chi si è sfilato. Fra questi ultimi ci sono quelli che non hanno sottoscritto l’accordo perché hanno legittimamente valutato che la mediazione richiesta, rispetto alle loro idee, era decisamente troppo profonda, e chi invece lo ha fatto per mero calcolo politico, solo per lasciare ad altri il compito di guidare il Paese in tempi difficili e limitandosi al semplice e modesto passatempo di mettere in evidenza i limiti e gli errori, senza mai spendersi troppo nella ricerca delle soluzioni. E’ la politica, si dirà. In realtà la politica sarebbe ben altro, e di ben più alto profilo, questa sì, ma tant’è. Non essendoci soluzioni o strumenti di prevenzione a questo rischio, non resta che evidenziarlo, magari invitando chi questa responsabilità è pronto a prendersela a capire a quali condizioni avverrebbe questa assunzione e, se del caso, anche se e quanto ne valga la pena.

Il nascituro governo, si sente dire in queste ore, sarà un governo tecnico, in quanto composto, a partire dal Primo Ministro, da persone non parlamentari e non espressione diretta dei partiti. A me la definizione di governo tecnico fa davvero sorridere, per la sua ingenuità, o indignare, per la sua retorica ipocrita. Il governo, qualsiasi esso sia e da chiunque sia composto, perde la sua ipotetica tecnicità nel momento in cui riceve la fiducia dal parlamento: da quel momento sarà un governo delle cui ‘politiche’ saranno responsabili i partiti che lo sosterranno.

Una cosa invece, un governo così composto, dimostra ancora una volta, oltre all’irresponsabilità di chi ha provocato, voluto e cercato la crisi e tirato su una messa in scena tale da rendere impossibile il raggiungimento di qualsiasi accordo. E quello che dimostra è il livello estremamente mediocre della classe politica del nostro Paese. In altre nazioni, pensare alla Germania è fin troppo facile, la politica e i rappresentanti istituzionali, anche in questo caso al di là del merito delle scelte prese, si sono fatte carico della pesantezza del momento e hanno provato a guidarlo e orientarlo nella direzione che ritenevano opportuna. Ricevendo in cambio, peraltro, anche una conferma del consenso ricevuto precedentemente. In altri Paesi ancora, complice anche la situazione economica peggiore di quella tedesca, la guida politica ha subito maggiori fibrillazioni e instabilità. In ben pochi Paesi oltre al nostro, mi sembra, nel periodo decisivo della nostra storia recente, i partiti dimostrano un’incapacità così netta di trovare un accordo tale da costringere il presidente della Repubblica a rivolgersi ad una figura in qualche modo ‘terza’.

E’ a questo problema, soprattutto, che dovremmo mettere mano. E lo dovremmo fare indipendentemente dal fatto che un governa vedrà o meno la luce in tempi rapidi. Perché è un problema che parla al nostro presente e al nostro futuro.